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QT n. 12, dicembre 2024 L’editoriale

Il malaffare a Riva. A Trento invece...

All’interno diamo conto per sommi capi dei contorni della vicenda che ha portato all’arresto della sindaca di Riva, al boss internazionale Benko e ai suoi plenipotenziari in regione Hager e Signoretti. Oltre a tanti altri soggetti, tra cui il senatore Vittorio Fravezzi già sindaco di Dro e, solo indagato, il sindaco di Arco Alessandro Betta. Da anni seguiamo le vicende edilizio-urbanistiche dell’Alto Garda: e sempre, durante incontri, dibattiti, interviste, come pure compulsando documenti, abbiamo riscontrato la fragilità, quando non la connivenza, di diverse amministrazioni di fronte alle spinte speculative che premevano su una piccola realtà che viveva un forte boom turistico e non poteva quindi non risvegliare appetiti, evidentemente voraci.

Gli anticorpi c’erano. I movimenti ambientalisti anzitutto, motivati ed agguerriti nel difendere il bene primario della comunità: la bellezza del territorio, l’incanto dell’ambiente. E poi una parte della politica: non dimentichiamo che le mire del trio Benko-Hager Signoretti erano state stoppate dal sindaco Pd Adalberto Mosaner, che aveva poi dovuto resistere alla rappresaglia legale degli speculatori, tanto pretestuosa quanto incalzante e dura (i grandi affaristi hanno sempre stuoli di avvocati a disposizione); ma abbiamo lavorato con profitto assieme a giovani militanti e amministratori del Pd, brillanti ed appassionati. Per converso era evidentissimo lo schierarsi dall’altra parte della barricata di altri amministratori politicamente bipartisan, il sindaco di Arco e una serie di sindaci di Nago-Torbole del Pd, e a Riva la leghista Santi.

Tutto questo poteva sembrare una (quasi) normale dialettica politico-sociale, tra chi intendeva massimizzare nell’immediato le opportunità offerte dal turismo, e chi invece voleva preservare il tesoretto rappresentato dall’ambiente, per i cittadini innanzitutto, ma anche per il turismo di lungo periodo.

Forse non era normale dialettica politica. Di sicuro ha cambiato di segno, quando a mettere milioni sul piatto non sono stati imprenditori locali, ma un affarista internazionale. La prima regola della speculazione edilizia è farla a casa propria: i grandi profitti che ne derivano, vera manna che piove dal cielo a detrimento del territorio, non hanno senso alcuno se a beneficiarne sono estranei. E allora anche le indispensabili coperture politiche (l’amministratore che rende urbanizzabile il tuo terreno) diventano più scoperte, sfrontate, poco difendibili.

René Benko è sempre passato sopra a tutto questo, grazie all’ingente massa di capitali che aveva alle spalle, e che, usati con spregiudicatezza, cambiavano le regole del gioco. Così ha investito in Austria, Germania, a Bolzano, Verona, Rovereto e infine Riva. Ma i metodi troppo spregiudicati gli si stanno ritorcendo contro e sta vivendo acute difficoltà finanziarie.

A Riva poi è apparsa lampante l’indifferenza sua e dei suoi plenipotenziari verso le conseguenze delle sue prepotenze urbanistiche ed affaristiche: la vicenda della gestione fallimentare dell’Hotel Lido, l’unico 5 stelle della provincia – vedi “Riva: ci facciamo portar via il Lido” su QT del giugno di quest’anno - ha fatto imbestialire gli altri operatori turistici, che ricevevano lustro dalla contiguità a un grande albergo. Insomma, l’estraneità e la prepotenza hanno fatto crescere gli anticorpi. La magistratura ha fatto il suo percorso in maniera autonoma, ma probabilmente è stata agevolata – come noi peraltro nelle nostre inchieste – da un contesto sociale ormai sfavorevole a queste deleterie intromissioni. Quando è troppo, è troppo.

Un altro discorso va fatto per l’urbanistica nel capoluogo, di cui parliamo nella coverstory di questo numero. Qui non ci sonoprovvedimenti giudiziari, né ad oggi si intravvedono responsabilità penali. Ma responsabilità politiche grandissime sì, come pure una gestione discutibile degli uffici tecnici. Non si può, di fronte ai cittadini, predicare una cosa – il risparmio del suolo, la difesa dei terreni agricoli – e poi fare l’esatto contrario, ossia gli interessi delle grandi imprese che proprio sui terreni agricoli fanno i grandi affari. Nella nostra inchiesta rendiamo conto di come le normative siano state scientemente modificate prima e malamente applicate poi, per permettere tutto questo, che viene dipinto come un caso (“Non siamo riusciti a fermarli”) mentre invece è frutto di scelte precise. Scelte che ora si dice si vogliono modificare, ma invece – guardando nei documenti e leggendo dentro le dichiarazioni - non sembra, purtroppo.

Perchè, se il fare è l’opposto del dire, è tutta l’urbanistica, la politica del territorio, anzi la politica tout court, che fa venire da ridere.

Ettore Paris

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