La devastazione autorizzata
Il Comune di Trento sventra le aree agricole per fare condomini. Come è possibile?
La foto satellitare a fianco è di Google Earth, dell’ottobre 2019. Ritrae l’area di cui parliamo, a Villazzano, sulla collina di Trento. Un’area verde, un polmone, in massima parte classificata “zona agricola di interesse primario” secondo il Piano Regolatore (le particelle colorate in verde chiaro, vedi immagine a pagina 10, mentre sempre zone agricole ma “di interesse secondario” sono quelle in verde più scuro). Zone agricole dunque. Quindi sacre, stando non solo ai discorsi degli esponenti politici, non solo alla sensibilità dei cittadini, ma anche a tutte le premesse degli strumenti urbanistici. Nei quali si sprecano le frasi “sviluppo sostenibile e durevole” e, più nello specifico,“aree agricole di pregio da tutelare ai fini della valorizzazione produttiva e paesaggistica” ecc. Ottimi propositi, ribaditi a ogni pié sospinto, fino allo sfinimento.
Poi invece i buoni propositi sono una cosa, la realtà un’altra. Molto, molto diversa. Le foto che riportiamo - parte di un ampio dossier di denuncia elaborato dal consigliere di Onda Filippo Degasperi - sono indicative di uno scempio totale: del polmone verde, dell’agricoltura, non rimane niente, tutto viene sventrato dagli sbancamenti e sostituito da muraglioni, condomini, piazzali.
Questo avviene sotto le sindacature non di leghisti di marca salviniana, quelli che se sentono la parola “ambiente” mettono mano alla ruspa, ma del centro-sinistra a parole sensibile all’ecologia, amante del paesaggio; e anche del sindaco Ianeselli, che di “Trento città della sostenibilità” ha fatto il mantra della campagna elettorale.
Come è stato possibile?
I Piani Regolatori galeotti

Questo totale tradimento dei valori base è avvenuto in due fasi: la prima, quando si è trattato di tradurre i buoni propositi in norme; la seconda, quando le norme le si è applicate. E’ in questi due distinti momenti che si compie il disastro..
Gli scempi di cui parliamo sono stati realizzati partendo da modesti manufatti esistenti, non molto visibili nella foto in quanto circondati da alberi, che vengono “recuperati” (anche se non ne avevano bisogno) spostandoli, accorpandoli, e poi ampliandoli a dismisura fino ad occupare, con piazzali e pertinenze, l’intera area. In base a quali norme? Perché, ricordiamolo, in Trentino, a differenza del profondo sud, gli scempi non si commettono costruendo senza la licenza edilizia, ma con il timbro del Comune.

Vediamo quindi le norme. Il Piano Urbanistico Provinciale (PUP) è molto stringente , diremmo inappuntabile. prevede per le aree agricole (art. 37 comma 6) la possibilità, per gli edifici esistenti avente destinazione diversa da quella agricola, “di interventi di recupero... e di limitati ampliamenti per garantirne la funzionalità”.
Sembra ci sia spazio per lo speculatore furbo. Invece no, con l’art. 38, per le aree agricole di pregio, come le nostre, il comma 6 non esiste più, sono quindi realizzabili solo “fabbricati a uso abitativo e loro pertinenze, nella misura di un alloggio per impresa agricola per un volume massimo di 400 mc residenziali, purché siano soddisfatte tutte le seguenti condizioni: il richiedente deve svolgere l’attività agricola a titolo principale... deve esserci stretta connessione e inderogabile esigenza rispetto ai manufatti produttivi aziendali ...”. Si arriva a specificare che soggetti che di professione non sono agricoltori, possono sì “realizzare manufatti di limitate dimensioni” ma “per il deposito di attrezzature e materiali per la coltivazione del fondo in forma non imprenditoriale”.
Insomma, per residenza non legata all’agricoltura lo spazio è zero, si può fare solo il capanno per la tosaerba. E zero è la possibilità di intervento di soggetti immobiliari. Che di fatto dalle aree agricole se ne stanno alla larga, a Trento, condomini in aree agricole non se ne sono fatti. Finché...

Il punto è che ogni Comune, nel suo Piano Regolatore Generale (PRG), interpreta ed adegua il PUP come ritiene opportuno. La strada per le immobiliari la prepara la variante 2004 al PRG (sindaco Alberto Pacher): prevede che nelle zone 1 E2 E3, aree agricole, “gli edifici esistenti possono essere utilizzati per residenza e per funzioni connesse con le attività agro-silvo-pastorali”.
E’ una formulazione ambigua: viene sì introdotta la residenza, ma non si capisce se limitata alla famiglia dell’agricoltore. In ogni caso la condizione del legame, prima imprescindibile, tra residenza e attività agricola viene troncata: si toglie il vincolo “un alloggio per impresa agricola” e pure quello, ancor più basilare “il richiedente deve svolgere attività agricola a titolo principale”.
A scardinare le ultime limitazioni ci pensa poi la variante del 2019 (sindaco Andreatta, prono ai grandi costruttori fin da assessore all’urbanistica, come QT denunciava nell’ottobre 2006 con l’inchiesta “Il marcio nel Comune di Trento”).

La variante all’art. 57 bis, oltre ad aumentare le cubature ammesse, introduce esplicitamente l’utilizzo “per la residenza”: sono tre paroline magiche, che segnano il destino delle aree agricole.
C’è però nel 57 bis – effetto forse di un sussulto di coscienza, o forse di una dimenticanza - un comma, il 2, che contiene un vincolo che non viene considerato: “Lo spostamento di sedime (la porzione di terreno su cui poggia un edificio, ndr) è ammesso nel rispetto delle caratteristiche paesaggistiche ed ambientali della zona”. Il fatto è che per sfruttare al massimo le aree si spostano i piccoli edifici preesistenti, li si accorpa, e poi si fanno spianate, terrapieni, parcheggi. Il vincolo del rispetto delle “caratteristiche paesaggistiche ed ambientali” fa a pugni con lo sfruttamento del terreno.
Non solo: sempre il comma 2 è categorico: lo spostamento di sedime è ammesso solo “a) al fine del rispetto delle distanze minime di confini e dagli edifici; b) al fine di allontanare l’edificio da infrastrutture viarie o ferroviarie”. E queste circostanze non si presentano nei nostri casi.
Quando si arriva alla pratica, è ancora peggio
Se questa è la normativa, come viene poi applicata? Nella zona di cui stiamo parlando ci sono stati due distinti interventi. Uno, il più a sud, a ridosso di via Torricelle, realizzato dal gruppo Paterno. Utilizzando il terreno che si vede in foto, con due edifici nascosti nel verde, si è ribaltato tutto, e con una serie di premialità volumetriche si è creato una sorta di villaggio turistico (non sgradevole, a dire il vero, se si prescinde dai muraglioni al posto del verde) per un totale di 13 alloggi. Risultato paesaggistico: una serie di casette contornate da muraglioni. Risultato ambientale: agricoltura azzerata, dubitiamo che da qualche parte si possa fare un orto condominiale.
A nord invece c’è l’area compresa tra via Villa e via Molini. Essa consta di un’area edificabile (B2) triangolare e di una agricola di pregio (E1) a valle della casa colonica p. ed. 118. Il progetto dell’impresa Angelini prende la casa colonica, la sposta al centro dell’area, utilizza i bonus volumetrici, prevede tutta una serie di volumi extra che non vengono conteggiati, accessi comuni, collegamenti, sala per le riunioni condominiali (ma quando mai?), rimessaggio per le biciclette: ne salta fuori il condominio che si vede a pag. 12, con otto appartamenti ufficiali. Nel triangolo B2, residenziale, altri 11 appartamenti su due edifici contigui alti 13,5 metri (l’altezza massima in collina sarebbe 9,5 metri). Risultato: l’area agricola e verde con casa rustica viene azzerata, adesso ci sono due condomini con una ventina di alloggi.
Lo scaricabarile sulla Commissione Paesaggio
Pertanto, come la mettiamo con l’art. 53 bis del PRG, quello che prescrive che “il rispetto delle caratteristiche paesaggistiche ed ambientali”?
Teniamo presente una cosa, nota in tutta la collina e in tutta la città. Gli uffici comunali sono attentissimi, draconiani nell’applicare le norme quando il singolo cittadino avanza una piccola richiesta di cambiamento. Dura lex sed lex. Eppure di casi di interventi minimi, che non alterebbero un bel niente, e invece perentoriamente cassati per supposti motivi paesaggistici, ce ne sono stati segnalati molti. Tutto questo cambia, e radicalmente, quando a muoversi è la grande impresa.
Per capire, sul tema abbiamo avuto un incontro con il sindaco Franco Ianeselli, l’assessora all’urbanistica Monica Baggia, la dirigente del servizio edilizia arch. Elisabetta Miorelli.
E’ l’articolo 57 bis del PRG, comma 2 che bisognava applicare, “lo spostamento di sedime è ammesso nel rispetto delle caratteristiche paesaggistiche ed ambientali”.
Miorelli – Sì è così, ma è rimasto un pezzettino di sedime comune ad entrambi gli edifici, il vecchio e il nuovo, in modo che ci sia un sormonto, e quindi non sia considerato un effettivo spostamento di sedime. E’ un artificio spesso utilizzato dai progettisti...
Non è questo il punto; la norma è chiara nel prescrivere il rispetto delle caratteristiche paesaggistiche ed ambientali.
Miorelli – E’ la Commissione edilizia o quella paesaggistica a dire se c’è stato o meno questo rispetto ….
E’ ancora più grave, se sono le stesse Commissioni a negare questi stravolgimenti.
Miorelli – Io su questo non ho possibilità di intervenire.
A questo punto la discussione si anima. Noi tiriamo fuori le immagini (riportate in queste pagine) dell’area verde-agricola prima dell’intervento e dopo, e chiediamo come si faccia a dire che paesaggio ed ambiente siano stati rispettati.
Ianeselli - Se la Commissione, che è collegiale - ed è collegiale, cioè una pluralità di soggetti, proprio per evitare interferenze –si è espressa, basta. Se QT non è d’accordo con i membri della Commissione, li intervisti. Anch’io sono molto perplesso rispetto alla valutazione che hanno fatto, però è andata così. Loro forse il margine ce l’avevano per dire che era uno schifo. Però, una volta che hanno approvato...
Baggia – Proprio qui stiamo cercando di modificare le cose, ossia dare alla Commissione gli strumenti per potere intervenire, stiamo scrivendo la Carta del Paesaggio...
Altre carte? Quelle attuali sono chiarissime. Gli unici strumenti di cui sembra abbisogni la Commissione sono gli occhiali, basta la vista e il buon senso, basta guardare per vedere che lì di agricoltura non c’è più nulla, non si può violentare la logica.
Ianeselli - Chi è il soggetto che esprime il buon senso? Tu, io? No, è la Commissione, sulla base delle norme.
La discussione non fa molti passi avanti. Accogliamo però la sollecitazione del sindaco, di sentire la Commissione Paesaggistica.
Premettiamo che nella commissione, presumibilmente come presidente c’è la dirigente Miorelli, e partecipa pure l’assessora Baggia: sono state messe in minoranza dagli altri membri? Questi sono sei. Tra essi abbiamo cercato uno che ha una notevole esperienza nel campo paesaggistico, l’architetto Loredana Ponticelli, titolare con il marito Claudio Micheletti dello Studio A² di progettazione e ricerca architettonica e paesaggistica. Ponticelli ha uno sterminato curriculum, di progettazioni, partecipazioni a giurie, pubblicazioni: come è andata la discussione? In base a quali ragionamenti è stato dichiarato rispettoso del paesaggio il progetto di cui stiamo parlando? Quale è stata la sua posizione?
Questo vorremmo sapere. Ad oggi non ci ha risposto. Se lo farà, ne daremo conto sul prossimo numero.
Stradine congestionate e norme aggirate
C’è poi altro che non torna. Innanzitutto gli accessi. In collina le stradine sono inadeguate, il territorio non si presta a nuove strade ed anche per questo negli scorsi anni si è deciso che le nuove costruzioni andranno dislocate nel fondovalle o, in subordine, potranno essere realizzate solo in presenza di una viabilità minimamente adeguata. Anche per evitare casi drammatici dei mezzi di soccorso – ambulanze, vigili del fuoco – che non possono arrivare sul posto causa ostruzione delle stradine, si è predisposta per le nuove costruzioni una normativa abbastanza stringente. In buona sostanza, la norma del PRG prevede per nuovi interventi residenziali una sezione stradale di almeno 4,5 metri. Orbene, il nuovo insediamento in via Torricelle è servito da una strada adeguata, ma quello in via dei Molini, proprio no. C’è solo un accesso a monte, difficoltoso e largo 3 metri. Come la mettiamo?
“Purtroppo i limiti derivanti dalla larghezza della strada di accesso riguardano solo le aree residenziali – ci risponde l’arch. Miorelli – ma questa è un’area agricola...”
Non sappiamo cosa pensi il lettore, ma noi, sinceramente ci sentiamo presi in giro: giocando con le norme si trasforma un’area agricola in residenziale; che però, quando si tratta di soddisfarne le relative regole, torna ad essere considerata agricola.
Superamento delle altezze massime:
al Comune non interessa
Poi ci sono le altezze degli edifici. Come abbiamo visto, l’impresa Angelini non costruisce solo nell’area agricola, ma anche nella contigua porzione residenziale. Che è piccola, e allora sviluppa i metri cubi in altezza. Passa quindi da un massimo di 9,5 metri a 13,5. Almeno un piano in più. Gli uffici approvano. Quando uno dei vicini ricorre al TAR, il Comune argomenta che le “premialità volumetriche risultano ‘trasparenti’ ai fini degli indici e dei parametri urbanistici”.
Forse è una sciocchezza, vorrebbe dire che i bonus volumetrici possono essere messi ovunque. Comunque, che sia una posizione insostenibile lo sa anche la stessa Angelini: che evita il giudizio del TAR pagando al ricorrente Marino Nicolini una somma consistente, in più gli cede un terreno agricolo in altra zona e soprattutto rinuncia a realizzare l’ultimo piano, quello “trasparente”, dell’edificio.
Il manufatto però è diviso in due settori: a venir ridimensionato è quello a nord, prospiciente l’abitazione di Nicolini; quello a sud rimane in tutta la sua altezza. Ora, Nicolini ha legittimamente difeso i suoi interessi; invece quelli del paesaggio, della cittadinanza, dovrebbe difenderli il Comune. Ma da che parte sta?
La dirigente Miorelli ci ha risposto dicendo che agli uffici comunali non interessano le trattative tra privati; e che in ogni modo Angelini non ha rinunciato ai metri cubi del bonus volumetrico, ma li ha realizzati in un’altra posizione.
Questa la riteniamo una pezza peggio del buco. Doveva essere il Comune a far spostare il volume piazzato oltre i limiti di altezza, non il privato. E’ chiaro che il piano super attico che domina la vallata, ha un valore particolarmente elevato. Tutti i costruttori, se lo potranno fare, costruiranno edifici sempre più alti, in una corsa demenziale.
Le “insinuazioni”
C’è ancora di peggio? C’è. Queste autorizzazioni sono state rilasciate con la formula del “silenzio-assenso”. Il che vuol dire che l’impresa è partita con l’opera prima che fosse esaminata, evidentemente confidando che l’autorizzazione sarebbe arrivata. Ebbene, si tratta di investimenti per decine di milioni, in un’operazione sul filo del rasoio, con le autorizzazioni per niente scontate, che anzi, ai comuni cittadini sarebbero verosimilmente negate. Come hanno fatto Angelini e Paterno ad essere così sicuri, a impegnare capitali in un’opera sub judice? Avevano rassicurazioni, garanzie in alto loco?
“Queste sono insinuazioni” ci risponde Miorelli. Può essere. Noi preferiamo chiamarle logiche considerazioni.
Dobbiamo comunque dire che l’amministrazione Ianeselli non sta ferma. Anche in considerazione che quanto accaduto fa a pugni con il leit motiv della sostenibilità con cui il sindaco intende caratterizzarsi, l’assessora Baggia ha iniziato a prendere delle contromisure. Sono dei documenti intitolati “Obiettivi della variante strategica”, e dei provvedimenti che la stessa Baggia ha elencato nel nostro incontro. Sono la fine dei bonus volumetrici (ma non dipendono dal Comune); basta con l’esclusione di improbabili vani accessori dal conteggio dei volumi; passaggio obbligatorio in Commissione edilizia e paesaggistica anche degli interventi superiori ai 150 mq e non solo di quelli superiori a 400 mq (ma abbiamo visto come funzionano queste commissioni); approvazione della Carta del Paesaggio “che pur non essendo cogente dà delle indicazioni, sempre nell’ottica di aiutare le Commissioni, che devono poter ancorare le valutazioni a dei criteri”... ecc
A noi non sembra un’operazione che abbia la dovuta concretezza, anzi. Per esempio, sulla larghezza delle strade, per evitare i casi che abbiamo visto, le limitazioni che ora invece riguardano solo le aree residenziali vengono estese anche alle aree agricole. Ma allora cosa ne consegue? Che ancora si vuole costruire residenza nelle aree agricole.
E infatti, dopo tutta una serie di chiacchiere su “limitare il consumo di suolo... l’impermeabilizzazione... al fine di tutelare le generazioni future” ecc, si aprono nuove porte: “La strategia prefigurata per la determinazione di nuove possibili zone edificabili su suolo agricolo... prevede in prima battuta la stima del fabbisogno abitativo... solo dopo aver valutatole possibilità di riutilizzo di aree urbanizzate... si potrà intervenire su aree agricole...” .
Ecco, appunto. A posto sono “le generazioni future”.
Vogliamo essere propositivi con Ianeselli. Invece di proporre nuovi testi, Carta del Paesaggio e ulteriori montagne di chiacchiere, norme che chiudono una finestra e spalancano una porta, l’unica soluzione onesta e certa, sarebbe tornare al testo del PUP sulle aree agricole. Nella sua versione precedente, non nell’ultima, in cui la Giunta Fugatti, con il pretesto di fare spazio a nuovi alberghi a 5 Stelle (ma quali? Ma dove?) ha previsto costruzioni in aree agricole per “edificazioni turistiche di qualità”.
Insomma, se la giunta Ianeselli vuole cambiare registro, torni al PUP non emendato da Fugatti. Alla residenza in area agricola solo per la famiglia dell’agricoltore. E con il richiedente l’autorizzazione che “deve svolgere l’attività agricola a titolo principale”. E il residente che non è agricoltore può costruirsi al massimo il riparo per il decespugliatore, la carriola e il tosaerba.
Si avrà il coraggio di tornare a questa norma?
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L’inchiesta proseguirà. Se volete aiutarci, facendoci avere, in assoluta sicurezza, adeguata documentazione, potete utilizzare QT-Leaks, come illustriamo a pagina 47