Un’emergenza annunciata. E voluta.
Gestione dei migranti: come il governo provinciale ha prodotto miseria, degrado e microcriminalità.
In questi mesi in Trentino si è tornato a parlare di migrazione, e si è tornati a farlo in toni emergenziali. Il sistema di accoglienza provinciale non riesce più a far fronte al numero di richiedenti asilo; cresce infatti il numero di profughi obbligati a scegliere la vita in strada e, conseguentemente, crescono il malessere psicofisico, la violenza e la microcriminalità. Una delle provincie in passato più virtuosa dal punto di vista del sistema di accoglienza (nel 2017 i posti a disposizione in Trentino per i richiedenti asilo erano più di 1700) si ritrova oggi impossibilitata ad accogliere decentemente i profughi, con le note conseguenze.
Per capire come ciò sia stato possibile, facciamo qualche passo indietro.
Competenze provinciali
Nei primi anni duemila la Provincia di Trento iniziò a dotarsi degli strumenti per far fronte all’immigrazione. Nel 2001 nacque Cinformi (Centro informativo per l’immigrazione), unità operativa della Provincia che aveva il compito di formare i servizi provinciali, informare – tramite gli sportelli sul territorio – i migranti, contribuire alla loro accoglienza e sensibilizzare su questo i cittadini.

Poi, nel 2006, la Provincia decise di inserire fra le proprie competenze la gestione dei flussi migratori e l’accoglienza dei richiedenti asilo. Una scelta coerente con la natura autonoma della Provincia, ma proprio da questa decisione, che ha portato a una difformità rispetto al resto del panorama nazionale, sono nati i problemi: nelle Regioni italiane l’accoglienza è gestita dai Commissariati, in Trentino è Invece la Provincia a stabilire le strutture, le modalità e i numeri dell’accoglienza secondo un protocollo di intesa firmato annualmente con il Prefetto. E questa modalità di gestione ha comportato nella pratica due diverse conseguenze problematiche. La prima è stato l’atteggiamento assolutamente passivo con cui il Commissariato e le varie istituzioni dello Stato hanno accolto l’iniziativa provinciale in materia. Mentre nel resto del Paese i Commissariati andavano sperimentando e pian piano si dotavano di nuove figure professionali capaci di gestire i flussi migratori, in Trentino era la Provincia a esercitare questa funzione.
La seconda conseguenza, più pericolosa, è stata quella di trasformare un tema molto concreto e tecnico-amministrativo in una questione politica. Finché al governo della Provincia c’è stata una parte politica che non aveva intenzione di smantellare il sistema di accoglienza, il numero di posti, dislocati su tutto il territorio provinciale, è rimasto stabile intorno alle 1700 unità, crescendo dai primi 600 posti istituiti nel biennio 2010-2011. Ma poi...
Il sistema nazionale
Prima di continuare bisogna aprire una piccola parentesi. Un profugo arrivato in Italia prima del 2018 e intenzionato a fare richiesta d’asilo, dopo aver superato le procedure di soccorso e identificazione svolte negli hotspot (strutture a tali scopi allestite sulle frontiere), poteva accedere a due altre tipologie di strutture: i Centri di Prima accoglienza (presenti a Bari, Brindisi, Isola di Capo Rizzuto, Gradisca d'Isonzo, Udine, Manfredonia, Caltanissetta, Messina, Treviso) o i CAS, i Centri di Accoglienza Straordinaria, istituiti dai prefetti nelle città italiane a seguito di appositi bandi di gara.
Nati per far fronte all’emergenza legata alla progressiva destabilizzazione della costa nordafricana dopo la Primavera araba nel 2011, i centri CAS hanno un po' alla volta visto cambiare la loro natura “straordinaria” per diventare strutture di normale accoglienza e residenza dei richiedenti asilo. Questa loro natura straordinaria ha una ragione precisa: originariamente i CAS affiancavano i centri di prima accoglienza e le strutture legate a quello che, istituito in Italia a partire dal 2002, era noto come SPRAR. Era il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, un sistema tanto semplice quanto ambizioso che prevedeva l’istituzione di progetti di accoglienza e integrazione dei richiedenti asilo su scala locale e iniziativa volontaria. L’istituzione dei progetti era mediata dalle Istituzioni comunali.

Come il resto d’Italia, anche la Provincia di Trento manteneva (e tutt’oggi mantiene) questa rigida bipartizione (i posti legati ai progetti SPRAR – che oggi si chiamano SAI - nella provincia sono 115), con la differenza che la gestione dei centri CAS è nelle mani della Provincia.
Torniamo al 2018. In Italia ci sono i centri CAS e i centri SPRAR e l’accesso per i richiedenti asilo agli uni o agli altri dipende dalla disponibilità dei posti. Al governo, all'epoca, c’è Conte e il Ministro dell’Interno è Salvini. Sul finire dell’anno il Ministro riesce a far approvare i suoi famosi decreti sicurezza e le cose iniziano a cambiare. Il sistema SPRAR cambia nome, diventando SIPROIMI (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati) e il modello di accoglienza è rivoluzionato. Un richiedente asilo non può più contare su una rete di accoglienza locale diffusa – oltre ai centri CAS e i centri di Prima accoglienza – perché a quei progetti ora accedono solo i titolari di protezione internazionale, cioè coloro i quali hanno già presentato domanda di asilo e ottenuto un parere positivo. Nasce così l’immigrazione buona, quella che accede al SIPROIMI, e l’immigrazione cattiva, quella che dai CAS o dalla strada finisce dritta ai CPR. Su questi ultimi vale la pena di spendere brevemente qualche parola: questi luoghi dalla pessima fama hanno il solo scopo di trattenere il cittadino straniero in attesa dell’esecuzione dei provvedimenti di espulsione. Ma tanti di quei cattivi migranti avrebbero invece la possibilità di accedere al diritto di asilo, solo che, per poterlo esercitare, dovrebbero sfidare la burocrazia e i tempi della giustizia italiana.
L’azione di Salvini non si ferma: la protezione umanitaria viene abolita – era il cappello sotto cui circa il 25% dei migranti otteneva il permesso di asilo, di durata variabile – e il Ministro aumenta il peso specifico dei centri CAS, finanziati e gestiti direttamente dagli enti statali dipendenti dal Ministero dell’Interno. Non in Trentino, però, perché in Trentino – come sappiamo – li gestisce la Provincia.
Dicembre 2018, Trento
La fine del 2018 rappresenta un punto di svolta in Trentino, e non soltanto per l’azione legislativa nazionale; nella nostra Regione alle elezioni provinciali vince una forza politica il cui obiettivo è, fra gli altri, proprio quello di ridurre il peso dell’accoglienza nelle valli, o per dirla tutta, di chiudere tutti i centri CAS situati al di fuori del territorio del comune capoluogo. Ma tra il 2018 e il 2019 il progetto di Fugatti non è realizzabile: uno Stato o una Provincia Autonoma non possono rifiutare il soccorso e l’accoglienza ai profughi.
È un obbligo, previsto dal diritto internazionale. Così nelle strutture di accoglienza continua la naturale rotazione di 2-300 persone l’anno tra chi sta facendo ancora richiesta e chi ottiene l’asilo perché perseguitato, proveniente da un paese colpito dalla guerra o da disastri ambientali.
Ma tutti i mali vengono per nuocere e nel biennio 2020-21 l’epidemia di Covid riduce drasticamente, per la prima volta, i flussi migratori. È una pausa momentanea, ma tanto basta perché all’uscita dei richiedenti asilo, una volta terminato l’iter di richiesta, le strutture provinciali di accoglienza dislocate nelle valli temporaneamente svuotate vengano chiuse. Il gioco è fatto. Fugatti ottiene anche un accordo a livello nazionale: in Trentino il Ministero dell’Interno non invia più, salvo rare eccezioni, i migranti salvati lungo la rotta mediterranea.
L’emergenza
L’anomalia rappresentata dalla pandemia non poteva durare. Negli anni successivi il flusso dell’immigrazione ha così ricominciato a crescere: in Trentino non arrivano più i migranti inviati dal Ministero, quelli che arrivano provengono tutti dalla rotta balcanica, quasi sempre dal Pakistan o dal Marocco. Per una strana ironia della sorte le domande dei richiedenti asilo in Trentino nel 2023 sono state circa 1800, un numero di poco superiore ai posti disponibili nei centri di accoglienza poco più di cinque anni fa, solo che quei posti non ci sono più e ristabilirli sarà difficile. In pochi anni l’economia della Regione è cambiata e se, da una parte, c’è sempre più bisogno di manodopera (vedi l’inchiesta di QT sul numero di marzo 2023), dall’altra le strutture private, sfruttate cinque anni or sono per l’accoglienza, hanno cambiato uso ed oggi accolgono, verosimilmente, turisti e privati.
A questo panorama disastroso si aggiungono la prossima demolizione della Residenza Fersina, che da sola garantisce rifugio a 290 persone, e l’allungarsi dei tempi di risposta per una richiesta di asilo. In molti non riescono a sopportare le lungaggini di un iter reso volutamente tortuoso: è un gioco dell’oca sulla pelle delle persone, che aggrava le necessità delle aziende e che porta al degrado sociale.
È fra quei mille, lasciati senza assistenza, che bisogna guardare per riconoscere chi oggi è obbligato a dormire per le strade, o lungo gli argini dell’Adigetto nei pressi dei palazzi delle Albere. Sono quei mille in più.
Intanto in strada crescono il disagio e la disumanità. Un solo esempio: a undici madri, accompagnate dai figli minori, non si è potuto trovare posto perché nel bando provinciale, al paragrafo quattro, era scritto “purché siano accolte all’interno del territorio del Comune di Trento”.