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QT n. 12, dicembre 2024 Servizi

Lo sciopero è un successo. Ma c’è un problema “cattolico”

In 3.000 manifestano a Trento: "Ma manca il colore della speranza, la bandiera della Cisl". Tattica sindacale o tema ideologico? Intervista a Luca Oliver delle Acli

Erano 3.000, il 29 novembre, davanti al Commissariato del governo di Trento. Un successo, quello dello sciopero nazionale, non scontato, confermato in tutta Italia dove in 45 città, a detta dei segretari nazionali di CGIL e UIL Landini e Bombardieri, erano scesi in piazza 500.000 lavoratori, tra cui 50.000 a Bologna e 30.000 a Napoli. Un urlo da un mondo del lavoro tra i meno pagati nell’Occidente avanzato e che ha subìto nel dopo Covid la violenta erosione dei salari da parte dell’inflazione. A cui il governo risponde – ha ricordato a Trento il segretario nazionale della FILLEA Antonio di Franco - "con l’aumento del 6% delle retribuzioni nel settore pubblico davanti a un’inflazione che nel periodo è stata a doppia cifra". Per questo lo sciopero generale era stato indetto contro la manovra finanziaria, e dentro questa per gli insufficienti stanziamenti a favore della Sanità e della scuola, del Welfare in generale.

Infine, l’altra parola d’ordine: un altolà al ministro Salvini che ha cercato di stoppare il diritto di sciopero con la precettazione. Cose che ricordano all’Italia, e non sono le sole, i tragici anni ’20.

Ma il successo della manifestazione non poteva essere completo, perché, come ha detto a Trento il segretario della UIL Walter Alotti, "manca un colore, quello della speranza". Mancavano, una volta di più negli ultimi anni, le bandiere della CISL, la confederazione cattolica.

"C’è chi va in piazza – ha detto in tivù il segretario generale Sbarra – e chi tratta". Eppure, per la prima volta dopo anni, 103 cislini, non proprio di poco conto (tra loro l’ex segretario generale della Confederazione Savino Pezzotta e quelli dei metalmeccanici Piergiorgio Caprioli e Gianni Italia) si sono dissociati dal no allo sciopero: "La legge di bilancio del 2025 in discussione in Parlamento è ben lontana dagli obiettivi qualificanti che la CISL ha indicato nei suoi congressi, e ancor più da quanto sottolineano iscritti e lavoratori. Non abbiamo capito quali fossero le priorità che aveva questa segreteria confederale, non si può dire che le cose che fa il governo ‘sono cose mie’. È una politica conservativa anziché riformista".

La posizione nazionale della CISL, confermata in sede provinciale, vorrebbe essere quella che “il sindacato faccia il sindacato ai tavoli della trattativa”, le piazze alla politica.

Ma come nessuno ha mai messo in dubbio, qual è l’arma più decisiva in mano alle classi lavoratrici se non lo sciopero? Il dubbio è che la trattativa, continuata nonostante i risultati scarsi ottenuti sinora negli ultimi anni, e a livello di certe categorie piuttosto che di altre, possa trasformarsi da posizione tattica ad ideologica. In questo senso abbiamo intervistato l’ex presidente delle Acli trentine Luca Oliver, che ha lasciato la carica dopo 8 anni al suo successore Walter Nicoletti

Che senso ha un’associazione cattolica dei lavoratori italiani che, come lei ha sempre detto, si schiera con i più deboli se oggi i più deboli tra i lavoratori in Italia sono gli immigrati, musulmani ed ortodossi?

"La nostra è una associazione cristiana, non cattolica. All’epoca il dibattito non fu da poco. Questo spirito di cristiani, che sempre ci ha pervasi come ACLI, non è mai stata una fonte di divisione e non ha mai limitato il perimetro della nostra azione. Anzi, ci stimola a camminare verso chi pratica anche un credo diverso".

Il 29 a Trento e in Italia c’è stata una manifestazione di piazza dei lavoratori con parole d’ordine su aumenti salariali bloccati da anni, contro il disegno di privatizzazione della Sanità e altro. Ma la CISL, sindacato cattolico, non c’era. Lei cosa ne pensa? E lei c’era?

"La presenza delle ACLI onestamente non era prevista, eravamo e siamo tutti impegnati con l’ottantesimo che coincideva come giornata e quindi siamo stati con Mattarella a festeggiare la nascita delle ACLI".

Ma lei altrimenti sarebbe stato in piazza?

"Non siamo un sindacato, non abbiamo mai partecipato a manifestazioni sindacali in quanto tali. Io condivido in gran parte le criticità evidenziate sulla legge di bilancio. Che queste criticità si riesca a condividerle il più possibile con la popolazione mi trova d’accordo e sarei d’accordo di mettere a disposizione anche gli strumenti delle ACLI. Dopodiché le manifestazioni di piazza non credo servano più a cambiare oggi le coscienze, specialmente se ti confronti con chi non la pensa come te. L’impatto sulle persone è molto più basso, infinitamente minore di quanto si vorrebbe".

Nel suo discorso di addio alla presidenza ha parlato di classi dirigenti trentine inadeguate, citando quindi Kessler come confronto. La giunta Fugatti, quanto a visionarietà ma anche solo a programmazione, sembra al palo. Dedicandosi alla gestione delle dotazioni dell’Autonomia ma anche, poco alla volta, alla privatizzazione di sempre maggiori servizi della Sanità, data l’inefficienza della gestione pubblica. "Confermo che non c’è una volontà di costruire un progetto di medio e lungo periodo, in quanto è più urgente rispondere a questioni legate al consenso immediato, evitando tutto ciò che porterebbe a discutere di cose che avrebbero impatti nel medio e lungo termine. Questo impedisce di andare a provare a risolvere le questioni urgenti di cui parlava, a partire dalla Sanità che anche noi pensiamo sia l’urgenza assoluta. E certamente anche quella del modello di sviluppo che il Trentino si trova ad avere e non ha certo scelto. E che andrebbe direzionato verso la sostenibilità sociale, ambientale ed economica a partire da un patto che parte dalla politica ma che deve coinvolgere anche le categorie".

La nostra distanza, in negativo, dalla gestione della cosa pubblica in’Alto Adige si sta ampliando.

"Certo non si può non notarlo. Lo dicono i numeri, le statistiche. Se la mettiamo anche solo in termini di consenso, l’Alto Adige è costretto a fare riferimento alla popolazione e questo è sufficiente per poter approvare e perseguire politiche di sviluppo. Costruirle ed approvarle".

In tempi di svolta a destra nel mondo non si parla quasi più di ambiente. Fino a un paio di anni fa si affermava che il 2030 potrebbe essere l’anno del non ritorno. Lei parla ancora di sviluppo? Le risorse non sono infinite e la tecnologia dimostra di non poter anticipare i disastri o sanarli in tempi ‘possibili.

"Sviluppo non vuol dire necessariamente utilizzare più risorse. Sviluppo lo intendo come modello economico e sociale che regola la vita di tutti, cittadini ed imprese. Il 2030? Stiamo andando a sbattere contro il muro. I dati, a disposizione di tutti, confermano che tutto ciò che non facciamo ora avrà sempre maggiori costi per il ripristino. Ancora più grave è il fatto che alcuni fondamentali dell’ambiente sono già compromessi ed oggi abbiamo solo la possibilità di suturarli per poter immaginare una sopravvivenza".

La guerra… che senso ha dichiararsi pacifisti di fronte all’invasione di Putin? Non serve invece un efficiente esercito europeo?

"Credo ancora profondamente nel valore della diplomazia e del peso che i governi dell’Europa potrebbero esercitare per limitare il conflitto in atto e per evitare che invece si arrivi ad una continua escalation".

Il problema vero dei nostri tempi non è il fatto che da 200 anni il sistema capitalistico ha portato al devastante sfruttamento del lavoro e dell’ambiente? Ora che il comunismo è stato sconfitto, spesso usandolo a mo’ di paravento (pensiamo a Berlinguer e al PCI), che fare?

"Il modello per il futuro non può essere preso dal passato. L’elaborazione teorica anche da parte degli economisti di modelli che consentono di svoltare verso un’economia civile è arrivata a essere non solo valida ma anche condivisa e ritenuta credibile da un punto di vista teorico. Manca solo la volontà di usare questi modelli e svilupparli in politiche reali. Io comunque ho fiducia in ciò che ci riserverà il futuro".

Le manifestazioni di piazza, ci ha detto, non cambiano le idee della gente. Ma costringono la politica a cambiare e sono lo strumento più forte in mano ai lavoratori. La via delle Acli, associazione di lavoratori?

"Per cercare di invertire la rotta l’idea nostra è stata quella di tornare a lavorare sulla partecipazione. In questi 8 anni abbiamo sperimentato modi diversi per farlo, arrivando a raggiungere risultati visibili di aggregazione, con persone che sono uscite di casa e sono tornate a mettersi a disposizione delle proprie comunità, generando entusiasmo e voglia di replicare queste esperienze. Sono risultati ancora molto fragili che andrebbero curati e portati avanti".

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