Ciclovia del Garda: ma quanto mi costi?
Previsioni di spesa alle stelle e problemi tecnici al limite consiglierebbero di seguire l’esempio della Lombardia e scegliere la via d’acqua.

Come sanno (quasi) tutti coloro che hanno vissuto un colpo di fulmine nella loro vita, i sogni romantici di solito evaporano al contatto con la realtà. E a volte inacidiscono pure.
Questo sta succedendo alla grande ciclovia che doveva circumnavigare il lago di Garda.
Per anni nelle province e regioni che affacciano sul lago si è covato il sogno romantico di un unico anello ciclabile tutto intorno al Benaco. E quando circa dieci anni fa, il progetto è stato proposto in grande stile come una delle maggiori vie ciclabili nazionali, un po’ tutto il mondo aveva detto: “Meraviglioso!”.
Poi però è arrivata la dura realtà. Che riguarda l’Alto Lago, la parte che si incunea stretta tra Lombardia e Veneto per finire a nord in Trentino, a Riva del Garda. Realtà che ha vari nomi: si chiama geologia, ma anche spazio fisico e, non meno importante, bellezza del paesaggio.
Lo spazio che non c’è
Finché si è trattato di far passare l’anello sulla riva meridionale, in mezzo ai vigneti e tra le spiagge, è stato tutto facile. Ma nel momento in cui il tracciato ha dovuto trovare spazio sulla costa occidentale del lago sono cominciati i mal di testa. (Della sponda orientale, dove il progetto procede ancor più a rilento, non vi parliamo neanche. Almeno per ora.)
Se avete percorso anche solo una volta nella vita la Gardesana Occidentale, avete sicuramente già capito come stanno le cose: su quella sponda non c’è spazio libero. La stessa Gardesana, non a caso, lì è un rosario di gallerie.
Si poteva vedere fin dall’inizio, direte voi, che un’altra “strada” su quelle falesie non ci poteva stare. Però, diciamolo, del senno di poi son piene le fosse. E nell’innamoramento iniziale ha giocato probabilmente l’illusione della bicicletta come mezzo di trasporto “leggero”. Leggero il mezzo e per proprietà traslata leggere anche le vie dove farla passare. Un’equazione praticamente inconscia nella testa di tutti.
La realtà è che un anello ciclabile con misure a norma richiede normalmente un sedime di quattro metri e mezzo strizzabili a quattro per situazioni eccezionali. Metri che sulla costa occidentale del Garda, da Gargnano in su, praticamente non ci sono più perché lì la montagna si butta letteralmente nel lago.
Noi ora vi parliamo, per il momento, solo della parte che compete alla nostra provincia. E sono cinque chilometri e mezzo di costa che vanno da Limone, o più esattamente dal confine tra Lombardia e Trentino, segnato dal monumento ai lavoratori morti nella costruzione della prima gardesana, e la casa cantoniera che si trova all’entrata di Riva. Questo è il tratto trentino in sponda occidentale della ciclovia del Garda.

Dove la facciamo passare, si sono chiesti gli ingegneri provinciali incaricati, già nel 2021, di preparare i progetti? In quel momento gli ingegneri si sono trasformati in rammendatrici che tirano filo dopo filo per ricostruire tessuto dove proprio non ce n’è. Quindi in certi punti si usano i tratti di gardesana dismessa da anni, in altri si propone di rubacchiare spazio a lato dell’attuale strada carrozzabile per metterci a fianco la ciclovia (tenete presente che questo significa anche allargare alcune delle innumerevoli gallerie), in altri ancora si scavano corte gallerie ad hoc sottostanti la strada automobilistica. Ma quando proprio non c’è soluzione, l’unica è star fuori, direttamente sopra l’acqua, con lunghi tratti di passerelle a sbalzo sul lago. Che ovviamente devono essere sostenute da travi massicce, infilzate a fondo dentro le falesie rocciose.

La geologia è bellezza
Gli ambientalisti del Coordinamento Tutela Ambiente Alto Garda e Ledro, che ormai da qualche anno combattono a spada sguainata contro questa parte del progetto ciclovia, hanno trovato già da tempo un trucco molto efficace per sostenere che quella “strada” non s’ha da fare.
Invitano tutti continuamente a fare un giretto in gommone sul lago, proprio sottocosta, per guardare col naso all’insù le falesie. È un colpo basso, perché il panorama delle rocce che precipitano nel lago, coperte di una vegetazione mediterranea variegata, è di quelli che fanno innamorare. Poi ti sbattono in faccia i rendering di come diventerebbero con tutto il taglia e cuci della ciclovia e tu immediatamente ti convinci che hanno ragione: non s’ha da fare!
Infine ci aggiungono il carico di una domanda sensata: quanto vale il panorama? Non solo per il nostro spirito, ma proprio per le nostre tasche. Il turismo trentino vive di panorami mozzafiato. Sfregiarli potrebbe costare caro.
È la geologia, bellezza!
Ma la grande bellezza delle falesie gardesane nasconde anche una estrema fragilità. Da quelle pareti verticali si staccano regolarmente sassi: piccoli, medi e a volte anche molto grandi. Le falesie sono rocce fratturate, non un blocco compatto di granito.
Per questo, anche accantonando per il momento l’aspetto paesaggistico, esistono problemi non da poco per la tenuta strutturale delle soluzioni trovate per fare spazio alla ciclovia.

Un primo esempio. Dei cinque chilometri e mezzo che il Trentino dovrebbe costruire su quella sponda, ne è stato completato, finora, solo uno e mezzo, che parte dalla casa cantoniera alle porte di Riva del Garda e scende lungo la costa fino alla cosiddetta spiaggia dello Sperone. Ma lì sembrava di giocare facile: c’era il sedime della vecchia gardesana dismessa. Bastava rimetterlo in ordine, asfaltarlo e barrierarlo come si deve. Già da lì però la realtà si è fatta sentire: per sistemare il tracciato sono state necessarie 780 tonnellate di acciaio, 5.600 metri cubi di calcestruzzo, 8.600 metri cubi di argilla espansa e poi sono serviti tre chilometri e mezzo lineari di micropali, due e mezzo di tiranti e uno e mezzo di barriere paramassi. Numeri che raccontano una imponente necessità di consolidamento dei fondi e delle rocce soprastanti. Non c’è quindi da stupirsi se quel chilometro e mezzo sia costato finora oltre 11 milioni di euro. Se considerate che in Italia il costo medio di un chilometro di ciclovia è di 350mila euro, capite subito l’impatto dell’intervento. Perché lì, subito, si è manifestato il demone della geologia. Ci sono stati infatti tre diversi dissesti geologici, tre situazioni in cui la roccia si è ribellata. Uno di questi, l’ultimo, non ancora risolto dai tecnici, riguarda la cosiddetta Tagliata del Ponale, il forte austroungarico scavato nella roccia che si trova qualche centinaio di metri in alto sopra la riva del lago. Un’attrazione turistica, sicuramente. Per la quale i progettisti hanno voluto creare un collegamento con la ciclovia. Quindi all’altezza dell’accesso alla salita al Forte hanno aperto una “stanza” di sosta con parcheggio biciclette e un enorme vano dove ci sarà la scala per salire in cima. Ci sarà perché al momento tutto è fermo. Mentre quel primo chilometro e mezzo di ciclovia è stato inaugurato dal presidente Fugatti già a marzo dello scorso anno, l’accesso alla Tagliata che si trova sul percorso è da completare. I tecnici hanno infatti dovuto installare un sistema di monitoraggio della roccia per controllare la stabilità del vano costruito. Ed è stato anche affidato uno studio ai geologi di Milano Bicocca per “verificare la stabilità geomeccanica dell’ammasso roccioso dell’intero sistema”.
Più o meno come dire: diteci se riesce a stare su.
Tutto questo, e quel che stiamo per raccontarvi di seguito, non ha impedito a marzo dello scorso anno l’inaugurazione in pompa magna del primo tratto. Con grande soddisfazione di Maurizio Fugatti che finora ha dimostrato di volere quest’opera al di là di ogni ragionevole dubbio.
Quasi in contemporanea, a fine aprile scorso, a Riva del Garda era arrivato il ministro Salvini che, affezionato com’è ai progetti impossibili, dichiarava: “Il mio obiettivo è chiudere completamente l’anello ciclabile del Garda”. Lanciando strali contro gli ambientalisti “no tutto”.
La realtà però è dura a morire e quindi da allora, un anno esatto fa, niente ancora si è mosso nella lunga marcia della ciclovia. Perché dalla spiaggia dello Sperone, dove per ora si è fermato, il percorso della ciclovia del Garda diventa un campo minato. Per una ragione semplicissima: non c’è dove farla passare.

Dal 2021 ad oggi gli ingegnerei/rammendatori hanno prodotto varie ipotesi; la prima era una lunga galleria scavata sotto l’attuale Gardesana, che aveva fatto rizzare i capelli agli esperti: quasi un chilometro di ciclabile senza uscite di sicurezza? Niente da fare. Allora i rammendatori degli uffici provinciali avevano proposto un lunghissimo poggiolone a sbalzo sull’acqua. Con le travi infilate dentro la roccia. Un orrore estetico. Ma anche un grosso rischio per chi la percorreva: da quelle pareti cadono regolarmente sassi e sassoni, a volte misurabili in metri cubi. Per questo la passerella doveva essere dotata di un tetto capace di reggere eventuali cadute massi. Proposta cassata - dopo grandi strepiti degli ambientalisti, ma anche forti perplessità dell’allora giunta comunale di Riva del Garda che pure era guidata dalla leghista Cristina Santi - perché tecnicamente è difficile garantire che un tettuccio possa impedire a massi molto grandi di schiacciare chiunque ci sia sotto.
Infine l’idea attualmente perseguita: un sistema di brevi gallerie semiaperte, incassate dentro la roccia, da infilare a lato della Gardesana. Col problema aggiuntivo che in quel tratto anche la Gardesana per gran parte corre in galleria e quasi sul filo all’interno della parete rocciosa. Quindi si dovrebbe tenere il tutto a quote variabili, un po accanto e un po’ sotto la strada. E qui il demone della geologia si scatena. Perché tutto questo forare viene fatto dentro una roccia davvero fragile. Non a caso nei progetti presentati ci sono vari punti in cui si prevede di inserire dentro la roccia tiranti a go-go, con lunghezze che vanno dai cinque ai quindici metri. Non c’è da stupirsi che per questo tratto i costi preventivati siano di 17 milioni. Per novecento metri di ciclovia che arrivano al cosiddetto Porto del Ponale.
Ponale mon amour
C’era un tempo in cui il punto dove il rio Ponale, scendendo dalla val di Ledro, si getta nel lago era un’arteria vitale per la valle: lì, via barca, arrivavano le merci che poi venivano portate in quota a dorso di mulo, attraverso una mulattiera. Era il porto del Ponale. Oggi che la mulattiera non c’è praticamente più, il porto del Ponale rimane comunque un piccolo angolo incantato. Cascatella fra le rocce, col vecchio ponticello a costruire quasi una microlaguna. Lì, per far passare la ciclovia andrebbe costruito un ponte ad hoc. Dove e come, si chiedono gli ambientalisti? Non c’è ancora progettazione, a quanto pare.
Ma è subito dopo il porto che il tracciato ciclabile incontra uno dei due problemi davvero difficili. Si chiama Casa della Trota. La gente della Busa sa bene di cosa parliamo: un vecchio albergo ristorante “incrostato” sulle rocce. Ormai in disuso da oltre vent’anni, ma che i proprietari cercano da tempo di ristrutturare. Del resto tutta la struttura è quasi sospesa sull’acqua e l’appeal scenografico e turistico della posizione è invidiabile.

In quel punto tutto lo spazio esistente è proprietà privata. In questo caso il problema non viene solo dalla geologia. Viene dal fatto che necessariamente un tracciato ciclabile dovrebbe passare dentro la struttura. Ma bisogna mettersi d’accordo con i proprietari che, giusto nel 2023, hanno ottenuto dal Comune di Ledro - cui appartiene quel piccolo tratto di costa - la concessione edilizia per la ristrutturazione. Le trattative con i privati sono in corso, affermano gli ambientalisti, che sottolineano come in una recente previsione economica per il tratto che scende dal porto del Ponale verso sud, il commissario provinciale alla ciclovia (la giunta Fugatti ha scelto fin dall’inizio di affidare il tutto ad un commissario per dare speditezza alle pratiche) abbia indicato la cifra di 2.350.000 euro per “acquisizione definitiva di aree o fabbricati e relativi indennizzi”. Un costo di esproprio, di fatto. I proprietari sanno comunque di avere il coltello dalla parte del manico. Quindi non sappiamo quanto effettivamente ci costerebbe convincerli a rinunciare, in tutto o in parte, alla loro proprietà. Per questo piccolo pezzo - tra ponte e superamento del vecchio albergo sono circa 600 metri - le previsioni parlano di un costo totale di nove milioni e mezzo di euro. E siamo solo circa a metà dei cinque chilometri e mezzo del percorso trentino.
Tempo tiranno
L’altra variabile da considerare, in questa opera che ormai sembra diventare una fabbrica del duomo, sono le tempistiche.
Il grande ottimismo degli inizi è svanito da tempo e le previsioni iniziali di finire tutto entro…l’anno scorso, sono diventate ora, nelle parole del commissario provinciale Francesco Misdaris, il 2029.
Vi abbiamo già detto che gli ambientalisti sono pugnaci: hanno fatto i conti precisi. Per il solo tratto che dallo Sperone arriva al Ponale c’è un cronoprogramma di 27 mesi di lavori. Ma bisogna fare i conti di nuovo con la realtà. Siccome una buona parte dei lavori - le corte gallerie che dovrebbero accompagnare la Gardesana - corre appunto lungo la strada e tutto il movimento di camion e mezzi pesanti dovrebbe usarla per tutta la durata del cantiere, perché non c’è altro modo di raggiungere quel punto della costa, si pone il problema del traffico automobilistico. Nuovamente: se avete percorso la Gardesana occidentale in estate sapete di cosa si parla. Un traffico molto intenso a causa dall’enorme flusso turistico che la percorre. Ingolfarlo con mezzi pesanti è un incubo. E infatti il comune di Limone - che sta giusto qualche chilometro a sud - ha già detto senza mezzi termini che va bene tutto, ma i lavori devono fermarsi dalle Palme ai Santi, ovvero durante la stagione turistica. Quindi i 27 mesi di lavori effettivi devono essere divisi in blocchi da cinque mesi l’anno, quelli senza turisti. Più di cinque anni e si va al 2031 senza contare gli imprevisti.

Un futuro incerto
Dalla Casa della Trota in giù, fino al confine con la Lombardia, tutto diventa fumoso. Sono poco meno di due chilometri e mezzo e con un’altra “stretta” costituita dall’hotel Pier, struttura pienamente funzionante, che si divide tra edifici sopra e spiaggia privata sotto la Gardesana e che occupa anche qui tutto lo spazio disponibile. Trattativa con i proprietari tutta da fare e idee ancora da partorire.
Qua e là, in questo lungo tratto, si vede qualche piccola opera in corso, qualche decina di metri fatti a ridosso del confine, ma niente di concreto effettivamente perché le questioni in sospeso a nord tengono tutto fermo.
Nel frattempo, in terra lombarda, le cose sono andate in tutt’altra direzione.
Da metà del 2025, e definitivamente a dicembre scorso, la Regione Lombardia ha detto: noi la ciclovia da Gargnano in su fino al confine non la faremo mai. Perché, dicono i lombardi, quel versante è caratterizzato da “rilevanti criticità tecniche, elevati costi di realizzazione, difficoltà manutentive, rischio geologico e significativo impatto ambientale e paesaggistico”. Esattamente quello che gli ambientalisti dicono da anni. E anche la soluzione trovata dai lombardi corrisponde perfettamente all’alternativa proposta da sempre da quei “no tutto” dei comitati ambientalisti: attiviamo un bel servizio di battellini che portano i ciclisti su per il lago. E così a dicembre la Regione Lombardia ha fatto partire la convenzione con il servizio di navigazione lacustre per due battelli che faranno, già che ci sono, partire da Gardone, che così magari gli si alleggerisce anche il traffico in Gardesana. I battelli saranno attivi già da quest’anno. Con i nostri soldi, a quanto pare, perché per questa operazione ci saranno 8 milioni del Fondo Comuni Confinanti che la Provincia di Trento elargisce alle municipalità di confine.
Questione di logica e di soldi
La Lombardia ha fatto saltare il banco (e forse inizialmente anche i nervi) al presidente Fugatti. Ma come? Lui va avanti a testa bassa su un progetto che molti cominciano a considerare spropositato e da Milano gli sfilano da sotto il naso l’unico argomento a favore, e cioè che l’anello deve essere completo?
Si è speso molto Fugatti su questa opera. Molto nel sostenere che si poteva fare nonostante tutte le criticità, arrivando a sostenere che i ciclisti (e per lui è esperienza diretta, lo sappiamo) non amano scendere di sella quando stanno facendo un percorso.
Ma questo dovrebbe intanto dirlo ai suoi amici di partito che governano la Lombardia. I quali, per fortuna, ne hanno fatto una questione di logica e sensatezza. Pazienza per l’amico Maurizio che forse dovrà fare marcia indietro.
Meglio per noi, se alla fine fosse la ragionevolezza a prevalere. Meglio per le nostre tasche, che per concludere il breve tratto trentino di ciclovia occidentale dovrebbero sborsare quasi altri 80 milioni.
Recentemente abbiamo notato però un po’ meno trionfalismo nelle dichiarazioni del presidente della Provincia. Cominciando a rinculare, Fugatti ha sostenuto a metà gennaio in consiglio provinciale - discutendo della ormai ben nota Casa della Trota - che “la linea della Provincia sarà dettata dalla convenienza complessiva dell’opera. Se la ciclovia sarà sostenibile economicamente esproprieremo la Casa della Trota”.
Ci viene da chiederci: ma come progettano le opere in provincia? Adesso andiamo a valutare la sostenibilità economica? Mah…