Duccia Calderari
Nome di battaglia: Teresa

Iolanda (Duccia) Calderari nasce a Trento il 13 febbraio 1911 da una famiglia della borghesia colta. Dal lato materno eredita la passione per l’arte e per la musica: Emma Disertori è cugina del ben noto incisore e paleografo musicale Benvenuto Disertori e sorella del pittore Mario. Il padre Giovanni le trasmette invece la passione per l’alpinismo, consentendole un’indubbia agiatezza avendo fondato nel 1920 con Francesco Moggioli la banca privata Calderari & Moggioli.
Quando Duccia viene al mondo il Trentino è parte dell’impero austroungarico e pochi anni dopo, all’entrata in guerra dell’Italia, il padre, ufficiale dell’esercito austriaco, mette in salvo tutta la famiglia facendola riparare in Toscana, e viene degradato e confinato a Olmütz per i suoi sentimenti di italianità.
A guerra finita ritornano a Trento, Duccia si diploma all’Istituto Magistrale cittadino nel 1929 e frequenta un corso d’infermiera entrando così nel Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa. A partire dalla seconda metà degli anni Trenta frequenta a Firenze l’ambiente dell’Istituto d’arte di Porta Romana e apprende la tecnica della stampa su tessuto che le consente di creare un laboratorio nella casa paterna a Trento.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale Duccia ha 29 anni ed è una donna piuttosto indipendente e determinata. In seguito alla prima inaspettata incursione aerea alleata del 2 settembre 1943, che colpisce pesantemente la città, in particolare il rione della Portèla ? il più popoloso ? provocando circa 200 vittime civili e un numero imprecisato di feriti e che sancisce l’inizio della cosiddetta “battaglia del Brennero”, la famiglia Calderari si trasferisce in campagna, mentre Duccia decide di restare. Si presenta subito in ospedale per prendere servizio come infermiera, unica delle volontarie a farlo. Inizia così un periodo di lavoro intenso che subisce un’impennata con l’ingresso delle truppe tedesche in città, che segna l’occupazione nazista a Trento e di fatto la sua annessione al Reich.
Mentre il numero di soldati italiani gravemente feriti o agonizzanti cresce in modo esponenziale affollando ogni angolo dei reparti, tra il personale ospedaliero si forma una tacita rete di soccorso per sottrarli alla deportazione e aiutarli nella fuga. Sotto l’attenta e abile guida del dottor Pasi vengono forniti di abiti civili, fatti fuggire e nascosti oltre 100 militari feriti. Quando Duccia entra in contatto con l’ambiente del Santa Chiara, dallo scanzonato studente di medicina Gino Lubich al gruppo dei giovani medici Pasi e Visentin e anche al dottor Stabile, è come se le si spianasse davanti una via che in qualche modo le era già congeniale.
Il mito del nonno garibaldino l’accompagna fin dalla giovinezza, è cresciuta respirando un clima irredentista ed è legata da profonda amicizia ai Manci, in particolare a Viola, sorella di Giannantonio. Duccia, nome di battaglia Teresa, si unisce alla lotta partigiana facendo della propria casa un porto sicuro per fuggiaschi e ricercati e diventando punto di riferimento fondamentale in città. In via della Cervara si rifugiano nei momenti critici Senio Visentin, Carlo Scotoni e la moglie, si riuniscono Mascagni, Bovelacci e Pasi, molti altri partigiani ignoti, oltre a Ines Pisoni e agli amici più stretti, “tutti ricercati e condannati a morte” (cfr.: V. Calì e P. Bernardi, a cura di, Testimonianze…, p. 247). La casa diventa una sorta di porto di mare dove le persone vanno e vengono furtivamente scambiando messaggi e ordini. Quando Carlo Scotoni e Ines Pisoni lasciano la città, spetta a Gino Lubich prendere le redini del giornale clandestino “Il proletario”, con l’aiuto di Duccia al ciclostile. All’indomani della strage del 28 giugno 1944, che vede tra l’altro l’arresto di Manci e poco dopo quello di Lubich, Teresa non si scoraggia, inforca la bicicletta e raggiunge Bolzano per raccogliere notizie su Gino.
Si tratta del primo di una serie di viaggi che avranno cadenza settimanale e che con l’aiuto di Elena Bovicini assicurano assistenza ai detenuti nelle carceri e nel Lager fino alla Liberazione.
Nel dopoguerra il suo impegno continua come consigliere comunale a Trento. Negli anni Cinquanta si diploma alla Scuola regionale di Servizio Sociale con un lavoro sugli emigrati italiani nelle miniere del Belgio; infine diventa volontaria nel Movimento di Chiara Lubich.