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Devo andarmene

Lasciare Israele per non sentirsi “contaminati” da quello che fa il tuo governo. Da Una Città, mensile di Forlì.

Galila Spharim (a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa)

Sono nata nel 1966 e ho vissuto la maggior parte della mia vita a Gerusalemme. Tutti e quattro i miei nonni arrivarono in Israele più di cent’anni fa come sionisti socialisti, con la speranza di costruire una società giusta ed eguale per gli ebrei. Purtroppo senza rendersi conto dell’ingiustizia che stavano creando. Ma anche senza sapere che si stavano salvando dalla Shoah.

Sono sposata, ho tre figli adulti. Lavoravo come bibliotecaria all’Università Ebraica e ora sto iniziando una nuova vita in Canada. Mio marito ha trovato un lavoro in un’università canadese e abbiamo deciso di partire. Non so esattamente cosa farò laggiù, troverò qualcosa anche per me...

La nostra decisione di partire non è stata motivata da una carriera migliore o perché sognassimo di vivere a Edmonton, in Canada, che è una città molto remota, non particolarmente attrattiva. Il fatto è che qui la situazione ci sembrava sempre più disperata: persone come noi, con le nostre idee, sono sempre più isolate. Da tempo, quando esco di casa e cammino per strada, ho la sensazione che le persone intorno a me vedano la realtà in modo totalmente diverso da me. Questo mi crea disagio. Inoltre, da quando è scoppiata la guerra a Gaza, ho iniziato a sentire la necessità di non essere collegata a tutto questo.

Immagine di Gerusalemme

Non voglio farne parte. Non voglio pagare le tasse per sostenere tutto questo. Non voglio esserne, in un certo senso, contaminata. Queste sono le ragioni per cui abbiamo scelto di andarcene.

Già prima della guerra avevamo pensato di partire, per la direzione che le cose stavano prendendo. Certo non potevo prevedere le catastrofi che sono accadute, ma vedevo che avevamo preso una brutta strada. Una volta iniziata la guerra, abbiamo cominciato a pensare alla partenza in modo concreto e alla fine abbiamo preso la decisione.

Io non sono, per così dire, pacifista. Capisco che un paese debba difendere i propri confini, ma l’occupazione non può essere etica per definizione. Purtroppo, non solo negli ultimi anni, ma soprattutto negli ultimi anni, l’esercito ha compiuto azioni molto gravi verso la popolazione palestinese.

Avete intervistato mio marito Yigal e credo che vi abbia parlato delle sue attività di resistenza nei villaggi palestinesi. Lui ha visto personalmente i soldati israeliani aiutare i coloni a maltrattare i palestinesi, a commettere atti violenti nelle loro comunità allo scopo di spingerli ad abbandonare le loro terre, così che gli insediamenti possano espandersi.

Nella misura in cui l’esercito è coinvolto in tutto ciò, è ancora meno etico di quanto già non fosse quando si limitava a proteggere l’occupazione.

Ai tempi di mio nonno, in ambito militare si parlava di “purezza delle armi”; anche lui ne parlava ai suoi soldati invitandoli a usare le armi in modo “puro”: cioè a non usarle quando non era necessario, che significa anche non uccidere civili. Era una specie di ethos dell’esercito israeliano; credo sia uno dei motivi per cui gli israeliani credono che il loro esercito sia il più etico al mondo, perché c’è questa idea che non si debbano usare le armi se non è necessario, per preservarne la “purezza”. Temo tuttavia che questa sia sempre stata retorica, perché sappiamo che anche durante la guerra d’Indipendenza furono commesse delle atrocità.

La perdita della speranza

In Israele tanti amici e conoscenti che la pensano come noi discutono dell’ipotesi di andarsene. Alcuni del nostro giro ci hanno accusato di averli traditi, perché non siamo rimasti a lottare per il paese, perché li abbiamo lasciati a fronteggiare questo disastro. Il fatto è che uno dei motivi per cui ce ne andiamo è proprio per prendere le distanze da tutto questo. Non vogliamo essere coinvolti negli orrori che Israele sta infliggendo a Gaza e in Cisgiordania.

L’altro motivo è che forse abbiamo perso la speranza. Rimanere, partecipare alle manifestazioni sembra non servire. Yigal da tempo sente che anche le sue attività in Cisgiordania hanno sempre meno impatto; c’è un limite a quello che puoi fare attraverso questa “presenza protettiva”, specie se l’esercito arriva insieme ai coloni. Anche nostra figlia, a volte, ci va. Ha vent’anni e io sono sempre più preoccupata. Essere attivisti non deve significare rischiare la vita.

L’impressione è che possiamo fare sempre meno. Sono anni che porto il mio cartello alle manifestazioni e ogni anno la situazione peggiora. Ci sentiamo inefficaci. Non solo: personalmente mi sento “non voluta” in Israele. La maggior parte delle persone non vuole sentire ciò che ho da dire e forse non vuole persone come me intorno.

Israele ha dieci milioni di abitanti; ovviamente la maggior parte delle persone non intende andarsene, ma tra chi invece vorrebbe, non tutti se lo possono permettere e non solo per motivi economici. Conosco persone che vorrebbero fare la nostra stessa scelta, ma non possono perché hanno genitori anziani, o bambini piccoli, o per mille altri motivi.

È ovviamente un privilegio poter emigrare e comunque so bene che non può essere questa la soluzione. La soluzione dovrà essere che ebrei e arabi trovino il modo di vivere insieme in Israele. Purtroppo però io ho perso la speranza. Non so cosa pensino i palestinesi, ma negli israeliani non vedo questa volontà.

Due dei nostri figli se ne sono già andati: stanno facendo il dottorato negli Stati Uniti e non credo avessero intenzione di tornare nemmeno prima della guerra. La più giovane è rimasta, ma io mi auguro ci raggiunga presto.

È un grande dolore. Israele è il luogo dove sono cresciuta, dove vivono tutti i miei amici, a cui sono molto affezionata. Soprattutto Gerusalemme, dove ho trascorso gran parte della mia vita; è una città molto bella e poi amo la cultura, amo la lingua del mio paese. Eppure sento che devo andarmene. Anche i nostri amici palestinesi si sentono traditi, forse anche di più, perché hanno meno possibilità di scelta.

Quando parlo con loro, mi sento a volte un po’ in imbarazzo, perché mi trovo spesso a chiedermi: “Chissà se mio nonno ha fatto qualcosa a dei loro parenti?”.

Ho un amico palestinese, Fady Asleh, che ha appena concluso un dottorato di ricerca sulla storia della Palestina e la sua dissertazione era sulla storiografia locale, sulle persone che hanno raccolto le vicende delle loro comunità. Con lui mi sento a mio agio a parlare di mio nonno, perché il suo nel 1948 ha combattuto in un ruolo analogo dalla parte dei palestinesi. Siamo diventati amici, però con altri esito perché temo che sarebbero meno comprensivi. Ovviamente io non sono responsabile per ciò che ha fatto mio nonno, ma sarebbe comunque un tema sensibile.

A una mia amica palestinese ho detto solo poco prima di partire chi fosse mio nonno e lei è rimasta scioccata: “Come mai non me l’hai mai detto?”.

L’antisemitismo

Sono consapevole dell’esistenza di fenomeni di antisemitismo, ma non ne ho mai avuto esperienza diretta. Dall’inizio dell’ultima guerra ho lasciato Israele parecchie volte, andando in posti diversi. Non ho mai cercato di nascondere il fatto di essere israeliana: se la gente mi chiede da dove vengo, dico “Israele”, parlo ebraico e non ho mai avuto reazioni negative. A volte sono io a sentire il bisogno di chiedere scusa per essere israeliana, ma è una cosa che parte da me.

Ho una figlia che studia alla Columbia University, a New York, che è famosa per le proteste filopalestinesi. Lei non era lì nella primavera del 2024, quando le proteste erano al culmine: ha iniziato in autunno 2024, ma ci sono comunque state manifestazioni. Ecco, lei non ha mai sentito che quelle proteste fossero contro di lei. Non si sente vittimizzata, non percepisce antisemitismo. Anzi, dice che lì sono tutti ebrei!

Ogni volta che si presenta, dice ovviamente di essere israeliana, però aggiunge anche di essere contro la guerra e contro l’occupazione, e questo basta: è quello che la gente vuole sapere.

Immagine di Gerusalemme

Può darsi che mi sbagli, magari cambierò idea, ma al momento penso che gli ebrei amino molto parlare di antisemitismo, vedersi soprattutto come vittime. Non nego certo che ci siano stati episodi gravi. Ma penso anche che il problema sia meno grave di come viene rappresentato in Israele, dove c’è un’autentica ossessione per l’antisemitismo nel resto del mondo.

Qualcosa da fare

Esiste un database di documenti sulla guerra a Gaza: bearing-witness.com/search-database. È stato avviato da un professore dell’Università Ebraica, Lee Mordechai, uno storico che dall’inizio della guerra ha deciso di raccogliere documenti sulla guerra a Gaza, perché la stampa ebraico-israeliana la ignora completamente. Nel database tutti i documenti vengono classificati con una breve descrizione e dei tag. Si può fare una ricerca su un luogo specifico, su un tema o per data. Da marzo 2025 catalogo documenti per questo database; ogni giorno cerco di dedicare un po’ di tempo a questo.

Da un pezzo desideravo fare qualcosa riguardo alla guerra a Gaza. Io non sono come mio marito Yigal, non sono una da azioni eroiche: sono pigra, non mi piace alzarmi presto la mattina; qualche volta sono stata sul campo, ma sento di non essere utile in quei contesti. Sono una bibliotecaria, quindi so qualcosa di archivi e catalogazione, per cui volevo fare qualcosa di affine alle mie competenze e poi questa è un’attività che potevo portare con me. È importante per me non lasciare tutto alle spalle. Poter fare qualcosa che reputo positivo rispetto alla guerra a Gaza e anche rispetto alle persone che sono rimaste.

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