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Il Gaber di Neri Marcorè

“Gaber - Mi fa male il mondo”

Dopo aver rivisitato Fabrizio De André con “La buona novella”, Neri Marcorè porta a teatro un altro monumento del cantautorato italiano, Giorgio Gaber. Se in De André prevaleva una vena poetica pur nella sua capacità critica verso i mali del mondo, in Gaber sono l'ironia e la causticità la cifra stilistica del suo “Teatro canzone”. Per quarant'anni il sodalizio con Sandro Luporini ha rappresentato un esperimento unico nel panorama della canzone italiana, perché ad ogni uscita di un album corrispondeva uno spettacolo fatto di musica e parole, grazie alla capacità scenica di Gaber di saper intrattenere con la voce, la recitazione, la fisicità sorprendente.

Marcorè nello spettacolo “Mi fa male il mondo” sceglie brani da vari album di Gaber, alternandoli con alcuni testi tratti da “Scritti corsari” di Pasolini, da Berlinguer nel famoso discorso sulla questione morale, dall'altrettanto celebre testo “Qualcuno era comunista” dello stesso Gaber.

La scena ricostruisce una sorta di laboratorio con le pareti tappezzate da prime pagine di quotidiani, come a riprodurre lo spazio in cui Gaber e Luporini hanno prodotto le canzoni. Sul palco, oltre a Marcorè, quattro giovani musicisti che lo accompagnano al piano: Eugenia Canale, Lorenzo Fiorentini, Eleonora Lana e Francesco Negri. Marcorè e il regista Giorgio Gallione spiegano che le canzoni sono state scelte per la loro attualità, anzi in alcune si tratta di preveggenza, come “La peste”, che parla di un morbo che si propaga a Milano e provoca centinaia di morti, perché si insinua attraverso bacilli che richiamano il Covid. La forza di Gaber sta nel cogliere le trasformazioni antropologiche del suo tempo, caratterizzato dalla crisi dei partiti politici, dalla deriva qualunquistica, dall'avvento del berlusconismo. Pensiamo al brano “Si può” che denuncia il conformismo dilagante spacciato per anticonformismo (“fare i giovani a sessant'anni”, “regalare i blue jeans ai nonni”), ma anche le derive politiche (si può “arrestare tutto il governo”, “farsi ognuno una bella Lega”) che si risolvono in un'unica rivoluzione... quella della Coca-Cola. È la dittatura del mercato, dei mass media, quella che attacca soprattutto Gaber, con una critica che si concentra di più sull'individuo, sui comportamenti personali, in contraddizione con le aspirazioni che pure una componente dell'Italia più progressista e libertaria ha avuto. Gaber non si illude, l'uomo ricade sempre negli stessi errori, c'è molta rabbia, come nella celebre “Se fossi Dio”, canzone-invettiva che non salva nessuno, e nella quale in particolare sono presi di mira i giornalisti, definiti sciacalli, necrofili, eccetera, salvo poi concludere che “la scomparsa dei fogli e della stampa sarebbe forse una follia”. Per non parlare dei politici: se fossi Dio, cantava Gaber, “nel regno dei cieli non vorrei ministri e gente di partito tra le palle perché la politica è schifosa e fa male alla pelle”.

Marcorè regge bene la scena, anche la voce è ben impostata e cerca di smussare i lati più spigolosi di Gaber, ripulendo la canzone di cui sopra da alcune frasi su Moro che adesso sarebbero irripetibili, anche perché se il bersaglio di allora erano i democristiani, dopo essere passati dal berlusconismo e finiti con la sorella d'Italia, non riusciamo a immaginare come avrebbe reagito.

Non è però tutta negativa la sua visione e non a caso Marcorè, per concludere con un segno di speranza, canta “C'è solo la strada”, nella quale si critica chi si è rifugiato nella sicurezza della coppia, della famiglia, mentre per Gaber “la strada è l'unica salvezza, c'è solo la voglia, il bisogno di uscire, di esporsi nella strada nella piazza perché (…) in casa ti allontani dalla vita, dalla lotta, dal dolore, dalle bombe”.

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