NO. Il vero obiettivo è indebolire l’ordine giudiziario
La prima cosa da puntualizzare è che non esiste alcuna riforma della giustizia. Per quanto sia banale dirlo, costituisce una vera e propria “truffa delle etichette” definire così la legge di revisione costituzionale sottoposta a referendum confermativo il 22 e 23 marzo prossimi. Nessuno dei numerosi problemi che affliggono la giustizia penale verrà minimamente toccato dalle modifiche che si vorrebbero apportare alla nostra Costituzione. Men che meno l’eventuale entrata in vigore di tale revisione potrà portare benefici alla giustizia civile, settore che più frequentemente interessa i cittadini e che maggiormente influenza la competitività del sistema Italia.
La stessa questione relativa alla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti è, a ben vedere, un falso problema. Focalizzarsi su questo aspetto – comunque assai negativo – vuol dire, in sostanza, fissare il dito senza vedere la luna.
Fuor di metafora, ha ragione da vendere il più valoroso dei penalisti italiani, Franco Coppi, quando afferma di non aver mai vinto o perso un processo a causa del fatto che il giudice fosse collega del Pubblico Ministero. Per quello che mi riguarda, dopo 34 anni di difese penali posso, nel mio piccolo, affermare la stessa cosa.
Personalmente, sono da sempre contrario ad una separazione delle carriere così rigorosa da ridurre e, tendenzialmente, distruggere la cultura della giurisdizione in seno alla magistratura requirente. Sia come sia, questa è comunque una battaglia ormai persa, perché già oggi, dopo la riforma Cartabia, il numero di magistrati che passano da una funzione all’altra è irrisorio e potrebbe essere completamente azzerato con legge ordinaria.
In realtà, la divisione della magistratura in due tronconi, con altrettanti Consigli Superiori della Magistratura e, presumibilmente, altrettanti percorsi di reclutamento, formazione e aggiornamento professionale, costituisce solamente il cavallo di Troia attraverso il quale l’intero ordine giudiziario verrà grandemente indebolito. Le modalità di composizione scelte per i due distinti CSM – sorteggio puro per la componente costituita da magistrati e sorteggio “temperato” per i cosiddetti membri “laici” – renderanno i due organismi assai più influenzati dalla politica. I membri togati, infatti, saranno, a tacer d’altro, isolati e deboli, non rappresentando più la scelta dei loro colleghi ma solo il capriccio della sorte. Al contrario, gli elenchi degli avvocati e professori di diritto saranno scelti attentamente dal Parlamento – possiamo scommetterci sin d’ora – affinché chiunque tra di essi verrà sorteggiato sia comunque di comprovata affidabilità politica, presumibilmente nei confronti della maggioranza. Analoghe considerazioni valgono per le similari modalità di costituzione della nuova Alta Corte – illogicamente unica per i magistrati giudicanti e per quelli requirenti – cui è affidata la potestà disciplinare con meccanismi che, per motivi di spazio, ci si deve qui limitare a definire singolari e, per molti versi, inquietanti.
L’indebolimento sostanziale del potere giudiziario – potere eminentemente di garanzia – rappresenta un altrettanto sostanziale scossone al pilastro su cui si reggono tutti gli ordinamenti costituzionali di matrice liberal-democratica, è a dire l’equilibrio tra i tre poteri dello Stato che, secondo l’espressione utilizzata da Montesquieu, devono frenarsi l’un l’altro affinché nessuno di essi possa prevaricare contro la libertà dei cittadini.
Ecco perché questa temibilissima riforma costituzionale – soprattutto se riguardata nell’attuale contesto di gravissima crisi delle istituzioni democratiche in tutto l’Occidente – non va riguardata avendo presente la contrapposizione destra/sinistra, bensì quella democrazia liberale/democrazia illiberale.

Con un’ultima, per me particolarmente amara, osservazione. Chi per primo seppe vedere le avvisaglie di questa crisi che ora così duramente ci sommerge e che coniò il termine “democrazia illiberale” – Fareed Zakaria – individuò tra le sue numerose cause anche la decadenza dell’avvocatura e della sua funzione non meramente tecnica ma anche intellettuale e civile.
La prova di sé che sta dando la parte più visibile ed influente dell’avvocatura italiana – attenta solo a malintesi interessi di casta nel ristretto ambito del processo penale e incurante dei pericoli per la qualità complessiva della nostra democrazia – sembra, purtroppo, dargli piena ragione.