Un film che parla di noi
“Sir?t” di Óliver Laxe
Questo film mi è piaciuto ma non so dire perché. E ho anche la sensazione di non aver tanta voglia di provare a spiegarmi perché. Vorrei quasi lasciare che le visioni, i suoni e le emozioni, tutti parimenti importanti e potenti, rimanessero lì, così come stanno in questo momento dentro di me. Ad uno stato puro cosciente ed irrazionale, non ragionato, spiegato, smontato, analizzato, compreso. È raro, ma un film può essere anche così, può semplicemente essere lasciato lì. E resta che ti piace, così come è.
È che si colloca al di fuori di tutti i parametri abituali. Lontano dal cinema al quale siamo abituati. Soprattutto per il modo in cui è prepotentemente shoccante, giocando tra realismo concreto ed ipotetico. Un film sfuggente e mutevole che evade costantemente le aspettative. Anzi, pare proprio dire: provate ad avere delle aspettative. Beh, vi siete sbagliati. E poi ancora, e ancora. Quindi si potrebbe dire che il gioco è semplicemente questo. Forse, ma invece no.
C’è un rave nel deserto del Marocco. Una massa di giovani alternativi ballano giorno e notte su ritmi elettronici, tra design laser e sole all’orizzonte. Impossibile non ricollegarsi al recente passato, ad un altro deserto, ad altri giovani. Ma è solo una scintilla casuale, pretestuosa, senza una vera ragione se non un acuto emotivo.
Un padre e figlio cercano una figlia/sorella che non trovano da nessuna parte. Ma trovano un gruppo misto di ravers girovaghi che si muovono in camion, e del seguire questi raduni paiono aver fatto una filosofia di vita. Quando paventano di raggiungere un altro rave, padre e figlio si aggregano e li seguono in un viaggio all’interno del deserto.
Quanti ne abbiamo visti! Un po’ avventura, conoscenza, incontro. Un po’ Interceptor Mad Max, Nomadland, Zabrinsky Point… Ma questo è altro da tutti, ancora una volta tutto e niente di quello che ti aspetti.
Durante il viaggio la radio accenna a sconvolgimenti mondiali, scenari di guerra e alleanze completamente saltate in aria. Lo sconosciuto, l’incerto si fanno strada in un deserto ancor più deserto, perché le uniche potenziali presenze umane sono evitate, scomparse o in fuga.
Cosa è successo al mondo e dove stanno andando i nostri personaggi, tra assolate e sterminate pianure e sconnesse piste rocciose di aride alture? Mentre i due nuclei (padre/figlio ed ensemble amicale) interagiscono e si avvicinano, l’obiettivo del prossimo rave progressivamente si sfalda, si polverizza in un cammino che prova ad essere semplicemente sottrazione alla civiltà.

Tra difficoltà e imprevisti succedono cose impensabilmente drammatiche, che fanno esplodere emozioni talmente forti e spaventose, da risultare inaccettabili. Totalmente spiazzanti ed imponderabili, per quanto realistiche. Si instaura così un’angoscia permanente, senza via d’uscita, finché si raggiunge il concreto vuoto di una rovente pianura di sabbia battuta. È la fine. Pare.
Non per tutti. Pervicaci, irriducibili forme di vita sopravvivono e vanno avanti in un viaggio nel nulla. Portati da una forza più grande che permette/impone di proseguire, sempre, comunque. Senza dove e perché, senza nessun posto dove andare e nessun possesso materiale, ideale, spirituale. Anzi forse proprio per questo.
Parla di noi questo film, del nostro mondo, dei legami e delle separazioni, delle perdite e delle ricerche. Del privato, delle relazioni. Ma poi tutto si amplia e si disperde nello spazio sterminato e minaccioso del deserto/universo, del suo vuoto che nasconde insidie, che possiamo affrontare ma che ci possono sorprendere ed annientare. Parla di pianure e montagne di attraversamenti e superamenti. Parla dell’intera umanità, di dove andiamo e non lo sappiamo. “È così che ci si sente alla fine del mondo? Non lo so, è da molto tempo che è la fine del mondo”.
Parla di tutta l’incertezza della contemporaneità, della temporaneità delle convenzioni, della labilità dei legami e della transitorietà dell’esistenza.