Sanità, solo una tregua al vertice
L'assessore Tonina perde la battaglia, ma la guerra non è finita
Tanto tuonò che piovve. Capita spesso in politica, soprattutto se hai a che fare con (detto affettuosamente) vecchi democristiani, che dopo dichiarazioni drammatiche non ci sia poi un vero strappo. Mario Tonina, assessore alla nostra sanità, è notoriamente un campione di questa democristianità che media l’immediabile.
Per questo l’intero mondo sanitario-politico trentino era rimasto a bocca aperta quando, nel pieno della crisi informatica dell’Azienda sanitaria, l’assessore aveva fatto balenare le sue dimissioni.
Certo le opposizioni, PD in testa, avevano affondato il coltello: i responsabili del disastro devono dimettersi, avevano detto i due consiglieri PD che si occupano di sanità, Paolo Zanella e Alessio Manica.

E Mario Tonina aveva preso la palla al balzo: i guai ci sono, le responsabilità anche. Io mi prendo le mie e sulle dimissioni adesso ci penso su un paio di giorni. Sottintendendo che lui non era l’unico ad avere delle responsabilità.
“Mario, non andartene!” aveva risposto un coro di voci, probabilmente non tutte della sua parte politica, considerato che Tonina stesso aveva spiegato di essere rimasto sorpreso dalla quantità di messaggi di sostegno che aveva ricevuto.
Del resto non era esattamente a lui che miravano le opposizioni e un sacco di altra gente: le dimissioni che moltissimi volevano (e vogliono) sono quelle del direttore generale dell’Azienda Antonio Ferro. E Tonina è il primo di questa lista. Da parecchio tempo.

La dichiarazione che ci piace di più è quella di Walter Kaswalder, consigliere nelle file del Patt e quindi parte della maggioranza in Provincia, che dichiara il proprio sostegno a Tonina e aggiunge: “Le responsabilità sono aziendali, le inefficienze dell’Azienda sono davvero tante”. E poi, dicendo che l’assessore deve poter decidere e dice anche che “deve poter contare su persone di qualità. Se non sono in grado di gestire un’azienda siano loro ad andarsene”.
Ecco, Kaswalder avrebbe dovuto dirlo al suo presidente, Fugatti, oltre che alla stampa. Perché è Fugatti che ha difeso e difende Antonio Ferro al di là di ogni ragionevole dubbio. E la ragione sembra stare in un rapporto tra il presidente della giunta e il direttore generale, nato nel fuoco del periodo Covid e poi consolidato, anche sul piano personale si dice, in questi anni.

I due si capiscono anche perché - si sussurra - Ferro non dice mai di no a Fugatti. Nessuna richiesta del presidente viene mai messa in discussione. Nemmeno quelle che, in questi anni, hanno comportato poi qualche problema per Provincia e Azienda.
Insomma, il soldato Mario, che molti vogliono salvare, ha provato a forzare la mano. Non che l’abbia detto pubblicamente, ma il senso delle sue ipotetiche dimissioni era più o meno: “O me, o lui!”. “Lui”, ha risposto Fugatti. Mario Tonina ha perso un’altra volta. Perché non è da oggi che l’assessore prova a cambiare il direttore generale. Non si amano, non si stimano, probabilmente. E soprattutto l’Azienda non si muove alla velocità e secondo le linee che l’assessore vorrebbe. Pare che via Degasperi non risponda nemmeno sollecitamente alle sue richieste.

Ma i vecchi democristiani (sempre affettuosamente) sanno incassare al meglio. Dopo aver tenuto tutti sulla corda per tre/quattro giorni, Mario dice che no, non si dimette. E spiega che no, non ha mai chiesto le dimissioni del direttore generale. La pace - precaria, fidatevi - viene siglata in un vertice tra Fugatti, l’assessore, i dirigenti dell’Azienda e il gran capo di GPI, Fausto Manzana, che si scomoda di persona (GPI sembra sempre essere l’unica colpevole, ma più probabilmente è l’unica azienda fisicamente raggiungibile in tempi stretti). Tonina abbozza, ma aggiunge: vi do un mese di tempo per risolvere i problemi.
GPI promette che farà la sua parte mettendo più personale al call center del CUP - così che il cittadino comune smetta di sacramentare contro le musichette di attesa - e l’Azienda promette che formerà 1.500 operatori sanitari che devono gestire i sistemi. Nessuno pubblicamente alza un sopracciglio, ma, ci chiediamo, non era forse il caso di formarli prima che crollasse mezza casa? E poi, li formano in un mese? Millecinquecento persone che devono aggiungere al loro carico di lavoro anche il tempo per la formazione?
In ogni caso, il caos di metà gennaio a qualcosa è servito: è finalmente apparso chiaro che i problemi da cui complessivamente è afflitta la nostra azienda sanitaria non sono di quelli per cui basta mettere dei cerotti qua e là. E’ un male profondo che richiede terapie drastiche. Che per il momento Fugatti respinge come una medicina troppo amara, prendendosi la responsabilità - a questo punto tutta politica - di lasciar scivolare la nostra, una volta davvero eccellente, sanità in un declino che i cittadini provano sulla propria pelle tutti i giorni.
Guai a chi parla
Tra i tanti, i sindacati sono i più espliciti nelle critiche al direttore generale dell’Azienda Sanitaria Antonio Ferro. “Accoglierei le dimissioni di Ferro con giubilo - dice Alberto Bellini segretario Funzione Pubblica della CGIL - perché con lui i problemi sono drammaticamente aumentati”. E i toni non sono diversi per gli altri segretari di settore.
Del resto dire che i rapporti tra personale e Azienda non sono idilliaci è un eufemismo. E non da oggi. Il caso più recente riguarda la delegata sindacale CISL che l’anno scorso aveva rilasciato un’intervista alla Rai. Non si mostrava in volto, ma raccontava cose che tutti sanno: problemi di organico, macchinari che si rompono. Bene, l’Azienda ha ravanato l’impossibile ed è riuscita ad individuare la persona. Che adesso è sotto procedimento disciplinare. Non stiamo qui a discutere la cosa che si commenta da sé. Quello che forse vi è sfuggito è una dichiarazione di Antonio Ferro: “Non è mai la direzione che avvia il procedimento (disciplinare, ndr). È l’ufficio procedimenti che valuta ogni segnalazione e che decide in perfetta autonomia, all’interno delle regole”. E quindi tu, Antonio Ferro, hai un dirigente che volendo sanzionare una delegata sindacale non per aver picchiato il primario, ma per aver svolto il suo ruolo sindacale, non ritiene opportuno chiedere il tuo parere? E tu, dopo che l’ha fatto a tua insaputa, non hai pensato che sia meglio spostarlo a fare fotocopie?
Da tempo i sindacati, nonché gli ordini professionali, lamentano che non ci sia nessun ascolto da parte dell’Azienda, né su questioni sindacali, né su quelle che più direttamente riguardano la funzionalità di servizi e reparti. E questo sarebbe tema per un lungo servizio a sé stante, se noi giornalisti potessimo parlare con chi lavora sul campo. Ma questo non è possibile. Quando capita di parlare con medici, infermieri, oss, segretarie, chiunque, ti dicono sempre: non posso parlare, ma se potessi…Non pensate che stiamo esagerando: c’è un terrore sottile nelle loro parole. E ne hanno ben donde: i procedimenti disciplinari sono molto aumentati, dicono i sindacati.
Un caso per tutti spiega, secondo noi, lo stile con cui si gestiscono i rapporti col personale. Risale a settembre 2023. Un bel giorno al S. Chiara si erano presentati i poliziotti chiedendo a infermieri e oss di aprire gli armadietti. Tra lo sconcerto dei sanitari, la polizia aveva spiegato di essere stata mandata per controllare che negli armadietti non venissero conservate divise da lavoro in più. Perché, diceva l’Azienda, c’è un numero definito di divise per il personale e nessuno può portarsele via. Ovvio. Ma non è che ci fosse un traffico internazionale di divise ospedaliere. Semplicemente, visto che c’erano problemi per avere la divisa della propria taglia, infermieri ed oss si tenevano a volte un cambio,per essere sicuri di poterla avere pulita. Ecco, questo è lo stile dei rapporti col personale. E poi in via Degasperi non capiscono come mai tutti vogliano andarsene. Fact-checking: a fine 2024 da un sondaggio dell’Ordine degli infermieri era emerso che più del 20 % degli iscritti voleva abbandonare il lavoro.