Pittori del freddo
“L’inverno nell’arte. Paesaggi, allegorie e vita quotidiana” Trento, Castello del Buonconsiglio, fino al 15 marzo.
In uno degli inverni più poveri di neve che si ricordi, e che ciononostante vedrà tra pochi giorni svolgersi in un modo o nell’altro l’olimpiade invernale, la mostra del Buonconsiglio arriva a ricordarci, come prima cosa, che il castello stesso conserva a Torre dell’Aquila forse la più antica rappresentazione di una “battaglia a palle di neve” della pittura occidentale. E ad estendere poi l’indagine sul tema inverno fino alla fine del Settecento.
Più del primato delle palle di neve, l’aspetto importante del Ciclo dei Mesi è l’osservazione delle attività umane nelle diverse stagioni, distinte tra quelle dei nobili con i loro passatempi di corte e quelle del popolo alle prese col lavoro manuale. E’ uno sguardo neutro, su una distinzione di classe che viene registrata come un dato naturale, come lo è appunto il cambiamento stagionale. Non è nemmeno una novità assoluta: già nei calendari e nei libri sacri dei secoli precedenti, i miniaturisti lasciavano le immagini, per noi preziose, delle principali operazioni contadine del mese, che vediamo anche nel messale esposto agli inizi della mostra. Ma non coinvolgevano il contesto, men che meno il paesaggio.
Nel giro di un secolo, agli inizi del Quattrocento, sono proprio gli elementi di paesaggio ad entrare nell’immagine, e un esempio tra i più pregevoli, qualche anno dopo Torre dell’Aquila, ce lo offrono, ancora a livello miniaturistico, i fratelli Limbourg, con una descrizione dettagliata e partecipe dell’inverno di una famiglia contadina che si asciuga e si scalda nell’intimità della casa, con le pecore e gli alveari nel cortile, la campagna innevata circostante, il taglio della legna (la vediamo solo nel catalogo, ma è un passaggio essenziale dell’indagine).
Tuttavia la mostra, curata da Dario De Cristofaro, Marco Longhi, Roberto Pancheri e suddivisa in sette sezioni, racconta che il gusto per la realtà delle cose e degli umani senza sovrastrutture ideali stenta per secoli a presentarsi allo stato puro, e si confronta con una cultura e un gusto iconografico di stampo allegorico e simbolico ereditato dall’antichità classica, specie durante il Rinascimento e il Barocco. Così l’inverno, in questa tradizione, viene rappresentato come un vecchio infreddolito - un esempio brillante, tra i molti, è negli affreschi del Romanino al castello – o di altre figure simboliche. E dove non interviene il mito, si impone la tradizione cristiana.
Il paesaggio e la scena pastorale entra da protagonista nell’opera di Gerolamo Bassano (1580 ca.), che vede in primo piano la macellazione del maiale, abituale pratica contadina dell’inverno (italiano), ma non rinuncia ad allestire in secondo piano la scena della Natività, fondendo vita quotidiana e storia sacra.
Nel Cinquecento, il fiammingo Pieter Brueghel il Vecchio è un grande innovatore, sia sul piano stilistico che iconografico, capace di interpretare in modo originale il paesaggio e le figure di un territorio, i Paesi Bassi, che vive, nonostante l’imperversare di guerre, un’epoca di intenso sviluppo economico e sociale. A lui si deve una lettura dell’inverno nordeuropeo e delle relative attività umane che ha aperto il nostro sguardo.

La mostra si sarebbe molto giovata di qualche sua opera. In loro assenza, ne ammiriamo invece due – tra le altre – che fanno tesoro della sua lezione e consentono un utile confronto. Nella prima, del figlio omonimo Pieter Brueghel il Giovane, “Adorazione dei Magi nella neve” (1590-1610) il tema ancora sacro è quasi un pretesto per far vivere la scena di un villaggio brulicante di figure del popolo accanto ad un canale ghiacciato. La seconda, di Jan Wildens (1614 ca.), scelta non a caso come emblema della mostra, vede il duplice protagonismo della vastità del paesaggio nella luce fredda dell’inverno, e dei molti personaggi che lo abitano ricavandone motivi di divertimento: qui, tutto il bagaglio del mitico, del simbolico e del sacro sono alle spalle, risalta il desiderio della gente comune di trarre dalla stagione avversa, che rallenta i ritmi dei traffici, occasioni di piacere: il pattinaggio in particolare, ma anche il lato comico di episodi disseminati e osservati ciascuno con la proverbiale acutezza fiamminga.
In Italia, con uno spirito meno incline al sorriso, è nella pittura lombarda che troviamo sguardi diretti sulla condizione degli umili nella stagione fredda: sono le opere di Belotti, di Cifrondi, di Ceruti il “Pitocchetto”. Una sensibilità realista che si fa strada senza arrivare a sostituire pienamente il gusto per l’allegoria che impregna l’arte dal Seicento e si protrae fino al rococò del secolo successivo.