Una famiglia dilaniata da conflitti
“La gatta sul tetto che scotta”
La scenografia è asettica, lastre di marmo a terra e sulle pareti, dentro la quale gli interpreti si muovono come in un laboratorio, esaminati quasi al microscopio per studiare una famiglia americana. È l'ambiente in cui si svolge tutta la pièce di Tennessee Williams “La gatta sul tetto che scotta”, presentata al teatro Sociale di Trento dal 15 al 18 gennaio e portata in scena per la regia di Leonardo Lidi del Teatro stabile di Torino.
Tennessee Williams, autore di fortunati testi come “Lo zoo di vetro” e “Un tram chiamato desiderio” (quest'ultimo come “La gatta sul tetto che scotta” vincitore del premio Pulitzer) più volte portati anche sul grande schermo, ha sempre focalizzato la sua attenzione sulla famiglia come lente per analizzare i rapporti di potere all'interno della società americana. Il testo è del 1955, ma è tuttora molto attuale nel descrivere come i soldi e le apparenze siano la rovina dei rapporti familiari: non a caso se gli interpreti di Williams si trovavano riuniti per il compleanno di Big Daddy nella grande villa della tenuta dei Pollit, la scenografia senza elementi d'arredo ci porta ad una dimensione senza tempo, nella quale le dinamiche distruttive si ripetono. La trama, in sintesi, vede contrapposte tre coppie, il capostipite Pollit e la moglie, e i loro figli Brick con Maggie e Gooper con Mae, tutte in conflitto tra loro. La riunione familiare si trasforma in un regolamento di conti nel quale emergono tutti i non detti: il matrimonio di Brick, un tempo giocatore di football, è fallito per la sua latente omosessualità. Gooper e Mae con il loro stuolo di bambini mirano ad avere l'eredità dell'azienda agricola, ma la festa deve comunque andare avanti, così come le apparenze devono essere salvate. Maggie, interpretata da Valentina Picello (per l'interpretazione ha vinto il premio Ubu 2025), è “la gatta sul tetto che scotta”: ama davvero Brick (Fausto Cabra) e vuole riconquistarlo a tutti i costi, ma punta anche ad avere un figlio perché così potrà garantirsi l'eredità, mentre Brick è distrutto dalla morte dell'amico Skipper, con il quale c'è stata una storia d'amore. Maggie rinfaccia a Brick la sua incapacità a reagire, preso dai rimorsi per la morte dell'amico suicida e dal suo rifugiarsi nell'alcol, mentre Brick accusa Maggie di essere stata la causa del suicidio di Skipper, essendosi messa in competizione con il marito per distruggere la loro relazione. Big Daddy ha uno scontro pesante con Brick perché intuisce la sua relazione con Skipper, ma non accetta che il figlio prediletto sia omosessuale, così come accusa tutta la famiglia di avergli mentito sul suo stato di salute.
Una famiglia del Sud, che con i valori di Dio e patria è baluardo della società americana, ma è travolta da una montagna di ipocrisia. Va da sé il parallelo con l'America di oggi, con il “Make America Great Again” che rispolvera i valori più retrivi della supremazia bianca. Non a caso Big Daddy, interpretato da Nicola Pannelli, è vestito come Donald Trump, ma tutti i costumi degli attori sono dozzinali, come a sottolineare un disfacimento sociale. E se convince l'interpretazione di Valentina Picello, che sfida la famiglia con la bugia di essere incinta, imponendo la sua volontà di riconquistare il marito e di voler salvare il suo ruolo, lascia più perplessi quella di Fausto Cabra, che lavora in sottrazione, confermando la sua debolezza di fronte alle pressioni del perbenismo imperante. E non si capisce perché mai, visto che il personaggio è di per sé un perdente, lo si è fatto recitare in mutande per metà della pièce, così come in mutande si aggira Skipper (Riccardo Micheletti), portando per tutta la durata dello spettacolo bottiglie a Brick.
Alcune forzature nelle riproposizioni dei classici lasciano perplessi e si rimpiange l'impeccabile regia di Richard Brooks (pur con le limitazioni del codice Hays sul tema dell'omosessualità) che ha diretto due attori al massimo del loro fulgore come Liz Taylor e Paul Newman.
