Una donna nella gabbia dell’amore e del fascismo
“Dalser. La Mussolina”
Una ventina di microfoni su altrettante aste. Dietro, buio e nebbia. Una figura femminile coperta da un foulard entra e li sposta ricreando la scena, mentre una musica grave sale sempre più d’intensità. Prima di sfumare in pioggia incessante, per poi bloccarsi di colpo. Qui, girata di spalle, Ida Dalser inizia a raccontarsi. Una vita pervasa da un amore non corrisposto e dalla follia. Non solo un dramma personale, ma un impietoso ritratto del “maschilismo di Stato” del fascismo. Una storia di ossessione, abbandono, annientamento.
Questi il campo d’azione e i contenuti narrativi di “Dalser. La Mussolina”, monologo scritto da Angela Dematté su richiesta della regista e interprete Michela Embriaco. Una produzione Multiversoteatro e Pacta dei Teatri, in collaborazione col Centro Santa Chiara e in partnership con la Fondazione Museo Storico del Trentino. Uno spettacolo al debutto a Trento nel novembre 2024, e quest’inverno in circuito in Trentino per otto nuove repliche. Qui ci riferiremo a quella andata in scena nella Sala Garda del Palacongressi di Riva il 27 gennaio. Curiosamente nella Giornata della Memoria, anche se qui non si ricordano le vittime dell’Olocausto. Ma una donna, la prima moglie di Benito Mussolini, da lui e dal regime fascista internata in manicomio, prima a Pergine e poi a Venezia, dove morì nel 1937.

Il tempo dello spettacolo ci conduce nella notte tra 15 e 16 luglio 1935. Ida Dalser, appena fuggita dall’ospedale psichiatrico di Pergine, da sola, di notte, percorre la strada che arriva alla casa di sua sorella a Sopramonte. Come in una fiaba nera, è convinta che lì troverà ad attenderla il suo amore, Mussolini, che la salverà. Una relazione che desidera, che la inonda e la infuoca. Nel raccontarla, Ida, avvolta in una camicetta confetto, è seducente nei movimenti, nelle ombre che si proiettano sul fondale, nella voce dai toni preferibilmente bassi. Non sembra scossa dalla miseria che la circonda, né dal destino che la attende.
In questo flusso di coscienza, ripercorre la sua vita: vent’anni prima, il salone di bellezza Mademoiselle Ida a Milano, l’incontro con Benito, allora giornalista socialista. La passione travolgente, la nascita di Benito Albino: l’una e l’altra non riconosciute da Mussolini. Per il quale quel legame per lei indissolubile era diventato un inconveniente da distruggere. La vita di Ida quindi si intreccia ineluttabilmente con la violenza del regime, mentre lotta per un minimo di dignità. Invece perde tutto: volontariamente, vendendo tutto per “amore”; e, contro la sua volontà, la serenità, la libertà, infine, nell’oblio, la vita.
Il personaggio di Ida Dalser è ben messo in drammaturgia da Angela Dematté. E reso con generosità da Michela Embriaco, che nella sua recitazione tecnicamente impeccabile ne evidenzia efficacemente la frattura tra delirio e realtà, tra trasporto emozionale e disperazione. E la sua regia non manca di buone intuizioni. Nella scena essenziale ma ricca di simbolismo creata da Giusi Campisi, il continuo spostamento dei microfoni li risemantizza ogni volta: ora megafoni per la storia di Ida, ora orecchie pronte a dissezionare ogni suo pensiero, ora gabbia da cui non si può fuggire. Come quando, realizzato di essere stata usata per profitto e piacere, che Mussolini ha anteposto il potere al suo amore, lo accusa apertamente, seppur ormai invano. La parola e il linguaggio del corpo, insieme alla partitura sonora e al gioco di luci e ombre, accentuano la claustrofobia e l’inesorabilità del suo destino, facendo montare sempre più la tensione e il muto grido di aiuto.
Eppure, tutto questo potenziale drammatico, pur nella sua rilevanza storica e nella sua carica emotiva, dà l’impressione di non deflagrare mai del tutto. Come mai? Le figure di attrice e regista coincidono: probabilmente un occhio esterno avrebbe potuto far esplodere la miscela. Rendendo ancor più giustizia alla memoria di Ida e ancor più coinvolgente il suo abisso interiore. ale supporto all’esperienza artistica.