Francesco: mission impossible
“Papa Francesco: rivoluzione o marketing?” titolavamo nel novembre 2013 una riflessione a tre (l’ateo Mauro Bondi, il cattolico Piergiorgio Cattani e chi scrive) sulle novità portate dal nuovo papa. Seguirono nei mesi successivi altri interventi, non più problematici, ma disillusi: “Indietro tutta?” “Una miope restaurazione”. “Fine di un’illusione”.
Oggi, di fronte alla grande ondata di plaudente interesse globale, alle migliaia di pagine (non tutte plaudenti, in verità) scritte sull’argomento, val forse la pena ritornare a quelle premesse e cercare di individuarne gli esiti.
Anzitutto un ragionamento: il successo mediatico, che pur sappiamo essere effimero, non va comunque sottovalutato. D’accordo, il bolso Bertinotti che sentenzia come il faccia a faccia Zelensky-Trump sia un “miracolo” nel senso letterale, dovuto allo spirito di Francesco, è solo un esempio di patetico invecchiamento; e decine se non centinaia di migliaia di persone commosse attorno a un feretro, ne abbiamo viste diverse volte. Testimoniano un’ansiosa ricerca di punti di riferimento in questa nostra smarrita epoca, più che la convinzione di aver trovato nell’illustre defunto effettive risposte. Ma a nostro avviso, nel caso di Bergoglio c’è il fatto che di risposte ne ha saputo dare poche, però si è posto, e ci ha posto, le domande giuste.
Domande che sembrano banali: la povertà e la guerra. Ma non lo sono: l’impoverimento della maggior parte della popolazione anche nei paesi sviluppati che ogni anno registrano aumenti di produzione, è un controsenso logico, eppur la materiale conseguenza dell’ideologia dominante, che bada solo alle quantità prodotte, e non disdegna, anzi deride il tema dell’iniqua distribuzione.
Un’ideologia che premia il più forte, scarta (per usare un azzeccato termine bergogliano) il debole. Questo modello di pensiero, esteso a livello internazionale, porta alla guerra.
Sembrava una sbavatura la frase di Bergoglio “terza guerra mondiale a pezzi”, ma si è rivelata un’efficace sintesi della realtà.
L’intuizione dei veri, grandi temi globali, la capacità di veicolarli, è stato il grande merito di Francesco. Cui non è seguita la capacità di indicare soluzioni. Anche perché il pulpito dal quale parlava, la chiesa cattolica, era ed è del tutto inadeguato. Fin dal primo giorno, con la scelta del nome – il poverello di Assisi – non a caso mai prima utilizzato, indicava una scelta chiara, la povertà come soluzione; o forse come metodo, come esempio. Non sappiamo quanto avrebbe potuto essere popolare un messaggio del genere nell’odierna società dei consumi; di sicuro non poteva esserlo se propugnato dai marmi di San Pietro e tra gli agi dei porporati. Il trasferimento dell’alloggio personale a Santa Marta fu una scelta emblematica, ma evidentemente insufficiente: a portare la povertà come valore dentro la Chiesa non ci riuscì il Francesco originario, pur dotato di immenso carisma (e nemmeno, vale la pena ricordarlo, a livello femminile sua sorella in spirito Chiara, altrettanto carismatica). Sappiamo come finì allora; oggi, Bergoglio nemmeno potè iniziare quel percorso, si rassegnò a limitarsi ad essere sobrio lui.
Sulla pace: è facile propugnarla dal balcone, quando si appartiene a un altro mondo, non si ha esercito, non si hanno confini; ne hanno parlato tutti i papi della modernità, anche chi – Pio XII – da nunzio apostolico in Germania aveva fatto votare Hitler. Ora, è meglio l’invocazione della pace che l’indizione di crociate, d’accordo; ma è un tema in cui la Chiesa non ha titoli per essere efficace, e il rifiuto delle armi i cristiani forse lo praticavano ai tempi delle catacombe, poi già con Costantino e la battaglia di Ponte Milvio con la croce sugli scudi avevano visto come fosse molto più conveniente imbracciarle.
E qui veniamo all’autorità morale della Chiesa. Nella riflessione con Cattani e Bondi parlavamo delle immense novità teologiche che Francesco stava provando ad introdurre.
Ricordiamo questa sua frase: “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene”. Vale a dire la Chiesa rinuncia a stabilire lei cosa sia il Bene, “il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso” e perde significato anche la Chiesa come grande apparato.
Una rivoluzione totale, che si proponeva di recuperare la famosa autorità morale ormai inesistente.
Naturalmente la rivoluzione non ci fu. Siamo anzi lontanissimi da provvedimenti molto più semplici, eppur doverosi, ma che nei fatti sono impraticabili: l’ingresso delle donne, la fine dell’obbligo alla castità per i sacerdoti, che ne altera l’equilibrio psicologico e genera devastanti scandali. Non sarebbe la rivoluzione, ma una piccola riforma necessaria: ma è tabù.
Francesco, insomma, ha indicato i problemi veri. Con lucidità e grande franchezza. Ma non è proprio riuscito a risolverli. Probabilmente era una mission impossible.
Per questo il chiacchiericcio attorno al Conclave e al prossimo papa, vorremmo sbagliarci, ma francamente ci sembra fatuo.