Come ti demolisco la storia
L’ex Montecatini di Mori, un secolo fa la fabbrica di alluminio più avanzata d’Europa, è un luogo pregno di memoria storica e un affascinante esempio di archeologia industriale. Eppure, dopo 40 anni di tentennamenti e immobilismo, di recente la Provincia ha deciso di demolirlo integralmente, e nel silenzio generale. Com’è accaduto?
Quasi un secolo fa, nel 1928, avviò la propria attività a Mori il grande stabilimento della Società Italiana dell’Alluminio (SIDA), frutto della collaborazione tra l’italiana Montecatini e la tedesca Vereinigte Aluminium Werke (che di lì a poco sarebbe uscita di scena). Quello stabilimento, costruito nel giro di appena due anni, si materializzò nel basso Trentino come una sorta di astronave, un iperoggetto alieno destinato a rompere gli equilibri di un mondo atavicamente contadino, dove gli uomini avevano un’unica scelta: allevare bestie o coltivare viti, tabacco, gelso, mais. Un mondo dove la rivoluzione industriale non era mai arrivata.

Da tempo era arrivata invece nel cuore produttivo d’Italia, Milano, dove la Montecatini aveva sede. A indurre gli industriali meneghini a scegliere Mori e il Trentino come sede della loro nuova, scintillante fabbrica furono gli stessi fattori che in tempi più recenti hanno spinto molti industriali occidentali a delocalizzare nel sud del mondo: i bassi costi. Quelli della manodopera, visto che il Trentino, più di altri territori settentrionali, era alle prese con la difficile impresa di risollevarsi dalla miseria del dopoguerra, e quelli dell’energia, visto che vicino al sito prescelto scorreva l’Adige con buona pendenza, favorevole alla costruzione di una centrale idroelettrica che avrebbe alimentato i forni per produrre l’alluminio.
Un’autentica meraviglia, quella centrale, tanto ingegneristica quanto artistica. Era forte di una potenza installata di 17.200 chilowatt, di una produzione annua pari a 100 milioni di chilowattora, delle quattro dinamo verticali più potenti d’Europa e del canale di derivazione di maggior portata esistente in Italia, lungo 2.400 metri (per costruire il quale, senza troppe cerimonie, vennero espropriati su due piedi proprio tanti di loro, i contadini).
Era un’epoca in cui, bisogna riconoscerlo, gli industriali non badavano solo agli aspetti tecnici, così che il prospetto della centrale venne monumentalizzato da una splendida membratura architettonica in stile gotico toscano, mentre il grande interno fu impreziosito da pregevoli decorazioni in stile liberty, vistose e colorate, del noto pittore Galileo Chini.
Favorito dai bassi costi, lo stabilimento, grazie ai 380 metri di lunghezza della sua gigantesca sala forni, anch’essa all’avanguardia, e al lavoro dei suoi 400 dipendenti, iniziò subito a produrre enormi quantità di alluminio, arrivando nel giro di pochi anni a detenere oltre la metà della produzione nazionale e a soddisfare, da solo, l’intero fabbisogno italiano. La fabbrica di alluminio di Mori, all’inizio degli anni Trenta, era la più avanzata d’Europa, guardata da tutto il continente come modello.
Forche, roncole, bombe e blocchi ferroviari: la lotta di classe a Mori
Quasi subito, però, apparvero evidenti i danni che l’inquinamento provocato dal pulviscolo ricco di fluoro emesso dai camini dello stabilimento causava nel circondario a coltivazioni, animali e persone; sulla pelle soprattutto di donne e bambini apparvero a un certo punto le famigerate “macchie blu”, accompagnate da dolori agli arti inferiori e superiori, astenia, deperimento generale e disturbi intestinali. L’atterraggio della grande astronave industriale sul piccolo pianeta agricolo stava per portare ai suoi primi, clamorosi effetti, mettendo gli operai dalla parte del padrone a difesa della fabbrica, contro i contadini. Nel 1933, circa cinquemila fra coltivatori e allevatori, muniti di forche e roncole, diedero assalto allo stabilimento, distruggendo le automobili dei dirigenti, col direttore costretto a rifugiarsi in canonica per evitare il linciaggio. Di fronte a tanto, da Roma giunse l’ordine di chiudere temporaneamente la fabbrica per apportare le migliorie necessarie a ridurre l’inquinamento. Fu uno dei primi casi nella storia industriale italiana.

Le lotte sindacali portarono finalmente, negli anni Sessanta, a un certo miglioramento della situazione lavorativa, ma proprio allora si ripresentò, a causa del potenziamento dei forni, il problema dell’impatto ambientale e sanitario: di nuovo le macchie blu, di nuovo le proteste veementi dei residenti, con tanto di blocchi ferroviari e bombe dimostrative, e un processo che si concluse con la condanna del direttore dello stabilimento.

Negli anni Settanta, inesorabile ebbe inizio il declino. Oggetto di una sempre più agguerrita concorrenza internazionale e incapace di ridurre adeguatamente l’inquinamento, la fabbrica, nel frattempo finita nel dedalo delle partecipazioni statali, trascinò la propria attività fino al 1983, quando, nonostante l’ultima, strenua lotta sindacale per evitare la chiusura, il 3 novembre la direzione decise per il taglio dei fili del quadro comando, spegnendo definitivamente i forni. Dopo 55 anni e 60.000 lavoratori complessivamente impiegati, la produzione si arrestò per sempre.
La memoria sfregiata
Questo preambolo storico era necessario per capire bene di cosa parliamo quando parliamo della ex fabbrica di alluminio di Mori, nota ai più, oggi, come ex Montecatini o ex Alumetal (il nome che assunse negli anni Settanta): uno dei maggiori stabilimenti produttivi d’Italia, un modello ai suoi esordi, la prima epopea industriale del basso Trentino. Ma soprattutto una stagione di fatiche e sacrifici da parte di un territorio che rimase segnato profondamente dalla sua presenza, più nel male che nel bene, e di una popolazione costretta a modificare radicalmente, nel giro di pochi anni, il proprio stile di vita, passando dai tempi dettati dal lavoro nei campi a quelli imposti dalle sirene di fabbrica.
Col suo enorme scheletro disteso lungo l’Adige, visibile oggi a chiunque transiti sulla vicina autostrada, l’ex fabbrica di alluminio di Mori ricorda a tutti che anche nel basso Trentino, solo qualche decennio fa, la lotta per il lavoro dignitoso e quella contro l’inquinamento industriale furono dure e necessarie. Le uniche cose da fare, di fronte a un luogo così pregno di memoria, oltre tutto affascinante esempio di archeologia industriale, sarebbero il recupero e una valorizzazione coerente con quanto quel luogo ricorda e rappresenta. Eppure il Trentino, dopo quarant’anni di tentennamenti e immobilismo, ha recentemente deciso di prendere un’altra strada, opposta, e nel silenzio quasi generale: demolire. Com’è accaduto?
Dopo l’arresto della produzione nel 1983, lo stabilimento viene dismesso, le attrezzature vendute o cedute, e l’azienda fatta funzionare con pochi addetti solo per il disbrigo di queste pratiche, fino al 1991. Nel 1993, a dieci anni dallo spegnimento dei forni, l’intero sito, quasi 14 ettari e 400.000 metri cubi di edificato, viene acquistato da Tecnofin Strutture per conto della Provincia di Trento.
Per stabilirne il destino, Tecnofin Strutture bandisce un concorso d’idee cinque anni dopo, nel 1998. Elementi necessari per l’ammissione: esercitare attrattiva sul flusso turistico in transito sulla vicina autostrada, un riutilizzo di tipo polifunzionale in grado di risolvere le carenze di infrastrutture del territorio limitrofo e la rivalutazione di un importante manufatto di archeologia industriale da destinare alla fruizione collettiva. Di demolizione non si parla da nessuna parte.

Arrivano oltre trenta proposte, ma i criteri di valutazione sono troppo vaghi, così che la proposta prima classificata, ossia trasformare l’ex fabbrica di alluminio in un centro di rottamazione per auto ed elettrodomestici, che disattende palesemente le pur minime indicazioni fornite per la partecipazione, suscita solo perplessità e critiche. Alla fine non se ne fa nulla.
Intanto nel 2000 la centrale idroelettrica, per via del suo elevato valore storico, architettonico e artistico, viene inserita nel registro dei beni ambientali della Provincia, in recepimento della legge nazionale sulla tutela dei beni storico-artistici. Cosa che in questi ultimi 25 anni, durante i quali gli accessi non autorizzati al sito hanno continuato a verificarsi costantemente, non ha evitato che il degrado, i furti e i graffiti deteriorassero ampiamente quel valore, alla faccia della tutela. Di nuovo, come per il concorso d’idee, attenzione al bene sulla carta, ma nessuna sostanza all’atto pratico.
Dopo un altro decennio passato invano, nel 2011 c’è un nuovo sussulto: benché nulla sia ancora chiaro a proposito della destinazione da dare al sito, la Provincia approva finalmente il progetto di bonifica, quanto mai necessaria considerata l’elevata quantità d’inquinanti, amianto e altro, lasciati dall’attività produttiva. Il progetto prevede, in sintesi, di procedere alla copertura delle sorgenti di contaminazione, lasciando inalterato l’edificato esistente. Di nuovo, nessun riferimento ad alcuna attività di demolizione. E, di nuovo, un atto dovuto e disatteso: il progetto passerà di proroga in proroga, e quella bonifica non avverrà mai.
La spianata
Proprio dopo il segnale positivo arrivato col meritorio recupero degli archivi di fabbrica da parte della biblioteca civica di Rovereto, 2.300 documenti inventariati che dal 2016 sono consultabili da chiunque ne faccia richiesta, ecco che nel 2021, a dieci anni dalla progettata e mai avvenuta bonifica, la Provincia, e nello specifico la Giunta Fugatti per iniziativa dell’assessore Achille Spinelli, delibera improvvisamente la demolizione integrale del sito (risparmiando solo la centrale idroelettrica che, in quanto tutelata, proprio non si può buttar giù). Per farci cosa?
Stavolta le idee, per quanto mai dibattute e di fatto sconosciute all’opinione pubblica, sono chiare. Stavolta non si prevede nessuna rivalutazione dell’importante manufatto di archeologia industriale per destinarlo alla fruizione collettiva. L’enorme spianata servirà per consentire l’insediamento di una nuova zona industriale. Trentino Sviluppo, partecipata provinciale divenuta nel frattempo nuova proprietaria del sito, nello stesso 2021 mette al bando l’area con due parametri numerici molto netti: chi si presenta dovrà garantire un investimento di 50 milioni di euro e l’assunzione decennale di almeno 100 dipendenti, con la Provincia a coprire, in cambio, i costi di bonifica e, appunto, demolizione. Con toni roboanti, Spinelli parla di svolta storica.

Come sempre accade coi bandi “telefonati”, risponde un solo concorrente: Cartiere Villa Lagarina S.p.A. del Pro-Gest Group di Treviso, colosso italiano della carta, con la proposta di un centro per la produzione di carta per imballaggi alimentari. Trentino Sviluppo non ha mai reso pubblica la proposta né gli esiti del bando. I contenuti sono noti solo grazie ad alcune indiscrezioni giornalistiche e a una richiesta di accesso agli atti effettuata nel 2022 dall’allora consigliere provinciale d’opposizione Alessandro Olivi (autore in proposito anche di due interrogazioni cui Spinelli non ha mai risposto), da cui si apprende che Cartiere Villa Lagarina ha chiesto a Trentino Sviluppo, oltre tutto, pesanti contropartite non previste dal bando: la realizzazione di nuova e costosa viabilità di accesso al sito e, pare, la garanzia di difesa politica da eventuali proteste popolari. Forse perché del progetto fa parte pure la costruzione di un inceneritore, destinato a smaltire gli avanzi di produzione (non solo quelli della nuova fabbrica, ma anche di diverse altre del gruppo sparse per l’Italia).
Troppo anche per Spinelli, evidentemente, il quale infatti si affretta a dichiarare nel 2023 che il progetto delle Cartiere è archiviato. Ma ormai il pasticcio è fatto e il gioco svelato: con arrogante decisionismo si era stabilito, senza alcun dibattito pubblico né processo partecipativo, di sbarazzarsi di un importante manufatto di archeologia industriale, pregno di memoria storica, per fare spazio a un’attività produttiva altamente impattante. Insomma, il danno e la beffa.

E così siamo arrivati a oggi. La marcia indietro di Spinelli è stata solo parziale. L’assessore ha recentemente ribadito che la demolizione integrale dell’ex fabbrica di alluminio si farà comunque, a beneficio di una reindustrializzazione di cui tuttavia alla cittadinanza non è dato conoscere alcun dettaglio, né quali produzioni, né quali impatti, né quale viabilità, in un’area peraltro già oggi gravata dal traffico pesante e dall’inquinamento autostradale.
Dalla tragedia alla farsa
L’intera vicenda è sconcertante sia dal punto di vista del merito che, ancor più, del metodo.
Nel merito, la demolizione integrale del sito appare come la scelta più inopportuna, più superficiale, più dannosa, che spazzerebbe via per sempre, come già avvenuto con l’ex Michelin a Trento, un pezzo importante della storia del territorio e del Trentino intero, nonché uno straordinario esempio di archeologia industriale, il più importante rimasto nella nostra provincia. La volontà di fare spazio a un’area produttiva non giustifica un simile scempio.
Innanzitutto: produrre cosa? E come? Tecnologie verdi con basso impatto ambientale? Oppure, come stava accadendo, imballaggi usa e getta e fumi d’inceneritore? Sono cose ben diverse, evidentemente.
La reindustrializzazione dell’area, del resto, non implica per forza la demolizione integrale del sito, né tantomeno è l’unica strada percorribile. L’Italia offre molti esempi virtuosi di rivitalizzazioni rispettose e coerenti di luoghi simili, dove alla demolizione si è preferito il recupero dell’esistente a scopi socio-culturali. Si pensi al Lingotto di Torino, oggi polo fieristico, commerciale, universitario e alberghiero; all’ex zuccherificio Eridania di Parma, oggi Auditorium Paganini; all’ex cimatoria Campolmi di Prato, oggi Museo del Tessuto e biblioteca comunale; alle ex Conterie di Murano, oggi sede di edilizia residenziale pubblica; alle ex officine Ducrot di Palermo, oggi spazi per esposizioni, eventi e laboratori; o allo straordinario sito di Crespi d’Adda, ex stabilimento tessile con villaggio operaio annesso, recuperato lasciando tutto pressoché intatto e oggi Patrimonio Unesco. E l’elenco potrebbe continuare.
Anche riguardo all’ex fabbrica di alluminio di Mori, in questi quarant’anni, sono arrivate proposte simili, in primis nell’ambito di quel primo concorso d’idee del 1998, per la sua riqualificazione come polo propositivo, vivace, sperimentale, in grado di attivare forti potenzialità culturali ma anche economiche, ad ampio raggio territoriale, grazie alla sua vicinanza con la sede del Mart di Rovereto e con la direttrice autostradale che collega nord e sud Europa. Tutto ignorato. Tutto stracciato. Tutto calpestato.
E qui veniamo al metodo.
La gestione di tutta la faccenda, soprattutto con riferimento agli ultimi anni, quelli delle due Giunte Fugatti, è un esempio sconsolante di azzeramento da parte dell’ente pubblico dei doveri di trasparenza, democraticità, partecipazione e rispetto per i territori e per la loro storia.

Il destino dell’ex fabbrica di alluminio di Mori, dato il suo incalcolabile valore storico-architettonico, andava deciso collettivamente, senza prove di forza né annunci roboanti, ma con un percorso partecipato dal mondo della politica, dell’economia, della cultura e delle socialità. Il decisionismo arrogante e miope dei governanti, invece, rischia beffardamente di portare quegli stessi territori, che già tanto hanno pagato proprio per via di quella fabbrica in termini di sfruttamento lavorativo e danni ambientali e sanitari, a correre oggi lo stesso rischio di un secolo fa, come mostrato dalla grottesca vicenda Pro-Gest Group. A chi vuole demolirla, la storia non insegna nulla, purtroppo. E se la prima volta si presenta come tragedia, la seconda è sempre come farsa.
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Il servizio fotografico sull’ex Montecatini di Mori, di cui in queste pagine abbiamo pubblicato solo alcuni dei 40 scatti complessivi, è disponibile sul sito web di Questotrentino o inquadrando il QR code a fianco. Queste fotografie possono essere diffuse liberamente citando la fonte (“QT-Questotrentino”) e l’autore (“Aldo Colombo”), senza essere modificate.