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QT n. 6, giugno 2026 Servizi

Tra piazze e urne: i giovani e la politica

Dopo le grandi manifestazioni e il referendum, sondaggio di QT tra gli universitari

Irene Torresan e Ettore Paris Sondaggio supervisionato dal prof. Carlo Buzzi

A prima vista sembrano due mondi diversi. Da una parte le piazze, con striscioni e cortei che negli ultimi mesi (se non anni) hanno portato centinaia di studenti per le strade a manifestare per la Palestina, per il clima o per i diritti civili. Dall’altra le urne, associate a una partecipazione in calo soprattutto tra i giovani, e a una crescente distanza dalla vetusta politica tradizionale.

E se invece fossero gli stessi ragazzi? Se chi scende in piazza il venerdì pomeriggio per una manifestazione fosse anche disposto a ritagliarsi del tempo la domenica per andare a votare? Se dietro uno striscione contro la guerra o a favore del clima si nascondesse la stessa attenzione per le istituzioni democratiche che porta a partecipare a un Referendum sulla giustizia?

Da anni la Generazione Z viene raccontata come disimpegnata, rinchiusa nel mondo virtuale e semmai assorbita dai rapporti amicali ed amorosi, non certo dalle azioni collettive su temi sociali. Poi sono venute le grandi manifestazioni con imponente quando non preponderante partecipazione giovanile, sul clima prima, sulle guerre poi. E anche lì è parso di vedere un impegno circoscritto a singole cause, ma meno interesse, quando non aperta sfiducia, verso le visioni complessive, peraltro malamente incarnate dalle forme tradizionali di politica. Insomma una generazione che preferisce le piazze ai partiti, l’attivismo alle urne.

Ma poi si è visto, con il referendum sulla giustizia, una fortissima partecipazione, decisamente più elevata di quella degli over 30, a un momento squisitamente politico. E allora?

Esiste un legame, e quale, tra partecipazione elettorale e partecipazione alle manifestazioni? E, più in generale, oggi i giovani come guardano alle grandi questioni del nostro tempo?

E’ da queste domande che nasce “Tra piazze e urne”, il questionario che abbiamo promosso tra gli studenti dell’Università di Trento, con la consulenza e supervisione scientifica del prof. Carlo Buzzi. Con una modalità semplice (forse troppo): attraverso un QR-code negli spazi comuni dei dipartimenti e delle aule studio, gli studenti sono stati invitati a rispondere a una serie di domande dedicate alla propria partecipazione politica.

Dicevamo troppo semplice: infatti le modalità di diffusione del sondaggio hanno inevitabilmente influenzato la composizione del campione. Compilato su base volontaria, il questionario non può dare risultati rappresentativi dell’intera popolazione universitaria. I menefreghisti se ne sono fregati, come pure coloro che hanno interessi molto tiepidi. Di conseguenza l’indagine sembra aver intercettato un numero non cospicuo ma comunque significativo (130 questionari compilati in pochi giorni di esposizione) di giovani prevalentemente già inclini alla partecipazione civica.

Lo conferma un dato tra tutti: il 91,5% degli intervistati ha dichiarato di aver sempre o quasi sempre votato alle precedenti elezioni o consultazioni referendarie. Si tratta di una percentuale sensibilmente superiore a quella registrata tra i giovani (18-34 anni) considerati nel loro complesso: 65% alle elezioni politiche del 2022 (elaborazioni ISTAT), 67,3% all’ultimo referendum (dati YouTrend).

In conclusione la nostra rilevazione non ci può parlare di quello che pensano i giovani in genere, ma chi sono e cosa pensano i giovani con maggior senso civico.

Le donne partecipano di più

Il dato sicuramente più evidente riguarda il genere. A rispondere in significativa maggioranza sono state le studentesse: 61,1% rispetto al 35,1% dei maschi (l’opzione non-binary ha raggiungo il 3,8).

Questo dato innanzitutto conferma i risultati di altri sondaggi effettuati da Questotrentino (vedi “La rivincita delle ragazze” sul numero del settembre 2013 a proposito dei consumi culturali degli studenti delle superiori), come pure da altre ricerche e dagli stessi esiti scolastici: le giovani donne sono più consapevoli, istruite, dei coetanei dell’altro sesso.

E la stessa dinamica si registra compulsando le varie risposte del questionario: le ragazze appaiono mediamente più coinvolte sia sul piano elettorale (89,8% contro 71,7% la partecipazione all’ultimo referendum), sia su quello della mobilitazione pubblica (il 65,4% contro il 58,7% ha preso parte almeno una volta nella vita a una protesta).

Anche rispetto all’esito della consultazione emergono differenze significative: il 74,3% delle donne ha votato No alla riforma, mentre tra gli uomini la percentuale si attesta al 63,6%.

Diverse sono anche le motivazioni: se il 72,7% degli uomini afferma di aver votato perché aveva un’opinione chiara sulla riforma, tra le donne questa percentuale scende al 54,3%. Al contrario, il 45,7% delle studentesse dichiara di aver partecipato al Referendum per difendere i principi democratici, contro il 36,4% degli uomini.

Interessanti anche le risposte alle principali preoccupazioni per il futuro: : le donne si mostrano più sensibili rispetto all’avanzare dell’autoritarismo (42,4% contro il 30,5% degli uomini), ai cambiamenti climatici (61,5% contro il 52,2%),, all’individualismo (67,9% contro il 43,5%) e – forse era ovvio - alle difficoltà nel mondo del lavoro (35,5% contro il 28,3%).

Gli uomini invece esprimono più frequentemente che non le donne, disapprovazioni e timori legati all’impatto delle ondate migratorie (17,4% contro il 5,1% delle donne), al buonismo (24% contro il 15,4%) e alla cultura del politicamente corretto (37% contro il 16,7%).

Questi ultimi dati indicano una bassa penetrazione tra gli studenti della cultura più specificamente di destra; ma comunque una penetrazione molto più accentuata tra i maschi.

Ora, oltre ad una differenza nelle inclinazioni politiche, l’insieme dei dati sembra suggerire anche un diverso rapporto con lo spazio pubblico. Le studentesse non solo partecipano di più alle urne e nelle piazze, ma dichiarano molto più spesso di utilizzare queste occasioni per esprimere la propria opinione. Sicuramente è un dato che può essere letto in diversi modi, ma, collegandolo ad altri elementi, noi buttiamo lì una domanda brutale: è arrivato il momento del passaggio del potere alle ragazze/donne?

L’età conta meno del previsto

Se le differenze di genere appaiono marcate, quelle anagrafiche risultano molto più contenute. Dividendo il campione di studenti di età compresa tra i 18 e i 22 anni e studenti tra i 23 e i 29 emerge infatti una sostanziale continuità di valori e preoccupazioni. I più grandi dichiarano una maggiore esperienza di partecipazione: il 69,9% ha preso parte almeno una volta nella vita a una manifestazione, contro il 57,1% dei più giovani, una differenza peraltro che potrebbe essere legata all’aver attraversato parte dell’adolescenza negli anni delle normative antiassembramenti. Sono inoltre, tra i “vecchi”, più numerosi coloro che ritengono la protesta uno strumento efficace per esprimere la propria opinione (35,3% contro il 25%) e che richiamano motivazioni ideologiche alla base della propria partecipazione (43,1% contro il 28,1%).

I più giovani mostrano però una maggiore attenzione verso la tutela delle istituzioni democratiche: il 49% contro il 37,9% dichiara di aver votato al Referendum per difendere i principi democratici, ed emerge anche una maggiore preoccupazione per lo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale e per le difficoltà nel mondo del lavoro.

Dentro la divisione tra Sì e No

Le differenze più nette, e probabilmente più interessanti, emergono osservando il comportamento di chi ha votato Sì e di chi ha votato No al Referendum sulla giustizia.

Tra gli elettori del No, l’89,5% dichiara di essersi recato alle urne per senso civico, mentre tra i sostenitori del Sì questa motivazione scende al 50% delle risposte. Analogamente il richiamo ai principi democratici evidenzia una differenza importante: quasi la metà degli elettori del No (48,7%) dichiara infatti di aver votato per difendere tali principi, mentre la stessa risposta è stata scelta soltanto dal 16,7% di chi ha votato Sì. Comunque, chi ha votato Sì afferma di avere le idee chiare: il 77,8% (contro il 60,5% di chi ha votato No) sostiene di aver partecipato perché aveva un’opinione chiara sulla riforma:.

La differenza tra i due gruppi emerge ancora più chiaramente osservando il rapporto con le manifestazioni pubbliche. Infatti ben il 76,3% di chi ha votato No dichiara di aver partecipato almeno una volta nella vita a una manifestazione, mentre tra gli elettori del Sì la percentuale si ferma al 33,3%. Cambiano anche i temi delle mobilitazioni. Chi ha votato No partecipa più frequentemente a iniziative legate ai diritti civili (62,1%), ai conflitti internazionali (58,6%) e alle questioni economico-sindacali (15,5%). Gli elettori del Sì risultano invece relativamente più presenti nelle manifestazioni ambientali (50%) e nelle iniziative legate a problematiche locali (16,7%).

Differenze culturali riconducibili a una differente matrice politica (che evidentemente - la politica - esce dalla porta ma rientra dalla finestra, cioè evapora come adesione partitica e si sviluppa invece come impostazione culturale) emergono guardando alle principali preoccupazioni per il futuro. Tra gli elettori del No il 48,7% indica l’avanzare dell’autoritarismo come una delle minacce più rilevanti contro il 16,7% di chi ha votato Sì.

Maggiore è anche la preoccupazione per i cambiamenti climatici (60,5% contro il 50%) e per il crescente disprezzo verso il diritto internazionale (51,3% contro il 38,9%). Gli elettori del Sì esprimono invece più frequentemente i timori (che abbiamo già visto nei maschi) legati alle ondate migratorie (27,8% contro il 1,3%) e al politicamente corretto (35,9% contro il 14,5%).

In conclusione, al di là delle risposte al quesito referendario, colpisce come le principali preoccupazioni espresse dagli intervistati riproducano alcune delle linee di frattura che caratterizzano oggi il dibattito pubblico nazionale: da una parte i timori legati all’autoritarismo, ai cambiamenti climatici, ai diritti civili e al degrado dei rapporti internazionali, dall’altra le preoccupazioni relative all’immigrazione, e verso atteggiamenti culturali come il buonismo e il politicamente corretto che forse è esagerato vedere come i mali della società.

Oltre le piazze, oltre le urne

Probabilmente il dato più interessante emerso dal questionario non riguarda però il Referendum o le manifestazioni in sé. Riguarda piuttosto il modo in cui gli intervistati vivono il presente. Dietro le differenze di voto, di genere o di età emergono infatti preoccupazioni molto concrete che, pur diverse fra loro, hanno un elemento in comune: riguardano il futuro di questa generazione. In questo senso, il sondaggio restituisce l’immagine di giovani tutt’altro che disinteressati. Giovani che continuano a votare – nonostante i cliché che li descrivono spesso come lontani dalla politica – a manifestare e a interrogarsi sulle grandi questioni del proprio tempo. Più che un’alternativa alle forme tradizionali della partecipazione, le piazze sembrano affiancarsi alle urne come ulteriore spazio di espressione politica. Ne emerge una realtà che discute, si divide e legge il presente attraverso sensibilità differenti, ma che continua a interrogarsi sul mondo che erediterà.

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