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QT n. 6, giugno 2026 Servizi

La bella incompiuta

Trento 3, grande, nuovo, bello impianto di depurazione. Ma è una cosa lasciata a metà, non può funzionare. Eppure si potrebbe…

Trento utilizza un proprio impianto fognario dotato di due depuratori, uno che chiameremo Trento Nord, in zona Via Maccani ed uno in zona Marinaio, Trento Sud. I primi depuratori sono stati realizzati dal Comune di Trento negli anni 70, prima che uscisse la legge del 1978, con tecniche semplici ed economiche, risultando drammaticamente puzzolenti e solo successivamente, con il progetto “Acque Chiare” della Provincia, allora stimolata dalla propria autonomia a primeggiare in Italia, nel 1981 i due impianti furono aggiornati, per quanto possibile, fino a che si decise di sostituirli con Trento 3 , il nuovo impianto che dovrebbe eliminarli.

Ora ne è finita la costruzione a sud di Mattarello, si è svolta una solenne cerimonia di inaugurazione, ma non è stato messo in funzione, né potrà esserlo, almeno per un certo tempo.

A visitare il cantiere, realizzato in zona Acquaviva si rimane impressionati: per la dimensione davvero grandiosa, la sua completa mimetizzazione, il grande investimento (un centinaio di milioni di euro).

A questo aggiungiamo la sua importanza: per la salute pubblica e per la vita del fiume Adige. Infatti l’obiettivo della depurazione dei reflui fognari è rendere le acque dei fiumi adatte allo sviluppo di un ecosistema acquatico quanto più vario e florido possibile; e addirittura disponibile, previo filtraggio e disinfezione, per l’uso potabile (già accade, ad esempio, per la città di Rovigo).

L’opera è calibrata per i reflui fognari di 150.000 abitanti, con possibilità di raddoppio. L’ opera, che segue la sorte delle fognature nascoste al grande pubblico, per ovvie condizioni tecniche, ha avuto un lento e travagliato iter progettuale senza che la popolazione ne avvertisse particolare mancanza. A differenza di una rotatoria o un parcheggio, che il rappresentante politico del momento avrebbe volentieri cavalcato quotidianamente, il progetto di Trento 3 si è protratto quasi in silenzio, dal 2000 al 2018, con proposte e controproposte, sviluppate diligentemente dai competenti uffici tecnici del Servizio opere igieniche e sanitarie della Provincia, che ne conoscevano la necessità ed urgenza, corrispondendo alle “valutazioni” dell’Assessore di turno. E ce ne sono state diverse di queste scelte: da posizione originale fuori terra in area a sud di Mattarello tra Adige e tangenziale con sistema di tubazioni in pressione; contrastata dal cambio di visione urbanistica volto a valorizzare lo stacco di costruzioni tra Trento e Calliano, ed alla salvaguardia dei terreni agricoli; al tentativo di inserimento in caverna artificiale nella Vigolana, contrastata, nel realizzare la galleria di test, dal timore di perdere la grande sorgente Acquaviva, per le preoccupanti venute d’acqua dal fronte di scavo; fino all’ottava scelta, quella attuale, di inserimento nell’ex conoide, cava esaurita di materiali inerti da costruzione in località Cava dei Boschi Spessi, poco più a sud di Acquaviva, a quota superiore di 4 m circa rispetto alla prima con sistema di condotti a pelo libero e modesta possibilità di recupero energetico

E così si è passati da un progetto essenziale da 60 milioni del 2004 ad un progetto, massimamente rispettoso dell’ambiente, da 82 milioni nel 2018, data dell’appalto.

Il ritardo e l’opportunità

Tutto bene? Nemmeno per sogno, si è previsto di realizzare l’opera in due fasi , la prima, di un impianto di depurazione, andata in appalto e terminata, e una seconda, di completamento – si dice – consistente in una stazione di sollevamento dei reflui provenienti dall’impianto di Trento Sud. Che però, udite, udite, non è stata realizzata, dovrebbe essere appaltata nel 2026, dicevano alcuni mesi fa gli speranzosi, ora. Il progetto esecutivo è stato realizzato, finanziato, trasmesso al Servizio appalti dove giace in attesa che si sblocchi il bando di gara, questo in coda alle gare precedenti, gravemente ritardate dalle molteplici gare delle passate olimpiadi invernali.

Progetto originale fuori terra

Eppure il ritardo può offrire delle opportunità: in quanto la depurazione potrebbe essere migliorata attraverso il monitoraggio dei microinquinanti.

Si tratta di sostanze chimiche, naturali o di sintesi, presenti nell'ambiente (aria, acqua e suolo) in concentrazioni bassissime (nell'ordine dei microgrammi o nanogrammi per litro), ma in grado di causare gravi danni agli ecosistemi e alla salute umana.

Tra essi i pfas ad esempio, ma anche le microplastiche, come si legge nel numero 4/2026 del National Geographic, che ne drammatizza la presenza, persino nell’ovulo materno, penetrandone la membrana protettiva e presentandosi come “lontani parenti” del nostro dna, con inimmaginabili conseguenze.

Con il processo di depurazione previsto a Trento 3 i microinquinanti rimarranno immutati entrando nella catena alimentare. E così anche gli antibiotici, le droghe ed altro ancora a destare preoccupazioni.

Ecco perché il grave ritardo della messa in esercizio dell’impianto deve essere trasformato in opportunità di studio e ricerca del sistema di riduzione dei microinquinanti.

La Provincia, con tutti i suoi mezzi - Università, laboratori di ricerca - dovrebbe affrontare il tema e sviluppare sistemi di limitazione dei micro inquinanti; suggerirei la schiumatura, ad esempio, al fine di partecipare positivamente alla riduzione in ambiente degli stessi, contribuendo a contenere il rischio delle mutazioni genetiche che stanno allarmando il pianeta Terra.

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