Soli davanti a uno schermo
I giovani e la formazione sulla sessualità tramite la pornografia online. Da Una Città, mensile di Forlì.
Alcuni anni fa Il Fatto Quotidiano mi chiese di aprire un blog e io cominciai a pensare a come presentarmi. Proprio in quei giorni mi ero imbattuta in un articolo di Laurie Penny, collega del Guardian, che raccontava della sua curiosità per il corpo dell’altro, che fin da bambina l’aveva intrigata, accompagnandola anche nell’età adulta, e di avere interpellato amici, amanti, persone di famiglia di sesso maschile. Questo approccio mi colpì e decisi quindi di presentarmi a chi mi leggeva nel blog dicendo che ero una femminista, e formulai sei domande rivolte agli uomini.
Accaddero due cose. La prima fu l’intasamento del sistema che filtra l’hate speech, le parole di odio tipicamente rivolte contro le donne: epiteti sessuali, di umiliazione e violenza. Il giornale fu contento di questo interesse. Io molto meno, perché ricevere offese così violente ha un impatto molto forte. Avevo indicato la mia mail per chi volesse rispondermi, così cominciarono ad arrivare dei messaggi, circa 300: non pochi, ma nemmeno tanti quanto quelli con commenti irripetibili. In Italia femminista è ancora una parola che attira odio. Così andai al giornale e dissi loro che avevo 1.800 risposte su sei domande, semplici in apparenza, ma inedite.
Le domande erano queste: cos’è per te la sessualità; cosa significa essere virile; cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne; la pornografia che impatto ha nella tua vita; il calo del desiderio ti riguarda o no; pensi che la sessualità maschile sia più violenta di quella femminile?
Il giornale, siccome non c’era un femminicidio, non c’erano schizzi di sangue o la possibilità di andare ospiti coi plastici nello studio di Vespa, disse che non gli interessava. Decisi comunque di pubblicarle. Scrissi un’introduzione e riportai esattamente i testi dei messaggi. Il libro fu un successo, anche se non aveva dietro una grande casa editrice.
Qualche anno dopo, nel 2017, mi si è presentata l’occasione di porre le stesse domande, tranne quelle sul calo del desiderio, a 1.500 studenti, dai 16 ai 19 anni, delle scuole superiori, in una città emiliana. Ricevetti a casa oltre 5.500 questionari, compilati a mano perché nelle scuole non avevano offerto ai ragazzi la possibilità di inviarlo online. Questi ragazzi, poco più che adolescenti cosa mi dicevano? Fondamentalmente due cose. La prima che erano soli davanti a degli schermi, perché non c’era accompagnamento o prossimità da parte delle persone adulte di riferimento sul tema della sessualità. Poi la seconda: che il luogo di informazione e formazione per la sessualità erano i siti e le piattaforme del porno. Tutti dicevano di imparare dal porno e di frequentarlo abitualmente. Un ragazzo alla domanda su cosa fosse per lui la sessualità, rispondeva: “Forse trovare una tipa in discoteca e sfondarla fino a che i genitori non la riconoscessero”. Questo termine ci parla, oltre che della considerazione del corpo della donna, anche della non consapevolezza del proprio corpo e del suo uso come arma distruttiva.
Da dove parte questa inconsapevolezza su un gesto sessuale che ha a che fare col potere, la dominazione, la cancellazione del corpo dell’altra?

La pornografia attuale fa apparire romantica quella pre-internet, quella dei giornalini, dei Vhs. Oggi tu digiti “porno” su qualsiasi motore di ricerca e i bambini e le bambine vi accedono col cellulare. C’è un documentario di un po’ di anni fa che si intitola “The Price of Pleasure”, in cui due ricercatori indagano la filiera del porno, l’origine e le diramazioni economiche, politiche, gli effetti che la pornografia produce come sistema industriale. Nel documentario si dice che il primo accesso al porno attraverso il cellulare, avviene, a livello globale, a sette anni. E il tema non è solo l’età bassa, è la solitudine. La pornografia è un esercizio in solitaria di apprendimento della dominazione sulla donna. La pornografia cosa mette in luce? Il fatto che il mondo adulto di riferimento evita di assumersi la responsabilità di affiancare i ragazzi e le ragazze. Per giustificare questo, ci si racconta un sacco di frottole, come per esempio che tu genitore ti senti più sicuro se tua figlia o tuo figlio ha il cellulare sempre dietro. Ricordo un padre che si ribellò al regalo di Natale prodotto a scuola dalla sua bambina. Voleva denunciare la scuola. I bambini e le bambine avevano realizzato per i genitori un libriccino con la storia della loro nascita. La bimba aveva fatto nel suo un disegnino che descriveva il momento della sua nascita. C’erano il papà e la mamma, probabilmente abbracciati e nudi. Apriti cielo: questo padre, un uomo di quasi quarant’anni, si era arrabbiato e poi, intervistato sul perché, aveva detto che non si sentiva pronto. Ma a cosa?
Chi più di lui poteva raccontare qualcosa di indimenticabile alla sua bambina che poi diventerà una donna? Chi più di lui poteva parlarle della bellezza, dell’emozione, dare alla figlia una chiave di lettura poetica ma anche concreta, rispetto al corpo, e a che cosa non va bene invece nella rappresentazione della pornografia?
Ma purtroppo noi viviamo in una società che ha ormai normalizzato la pornografizzazione. Vi ricordate quando ci fu nei social quel momento in cui tutti fotografavano i piatti serviti nei ristoranti? Lo avevano chiamato food porn, collegando la rappresentazione di un bel piatto, la bellezza del cibo con il porno, non con l’eros, come se alla pornografia corrispondessero bellezza e sessualità.
Sappiamo bene che la pornografia trae origine dal mondo della prostituzione. Nei grandi bordelli, - costruzioni di 5/6 piani con a ogni piano una specialità - proiettano film porno a ciclo continuo. Se si fa un giro nel mondo del porno online, si trovano le categorie, e io, che sono una donna adulta, trovo sconvolgente vedere le donne, i corpi delle donne fatti a pezzi e rinchiusi in categorie di specialità. E poi che cosa ci dice il fenomeno dei milioni di uomini che frequentano siti come “Gnocca Travel”, che scrivono recensioni dei bordelli, cosa ci racconta di loro, del loro rapporto con mogli e fidanzate? Cosa dice di noi questa discussione,dove non si parla più di piacere ma di diritto a comprare e vendere?
Vorrei infine aggiungere poche considerazioni sull’uso del linguaggio. Se vuoi umiliare un uomo, gli dai del gay, con tutte le declinazioni regionali offensive verso l’omosessualità. Per insultare una donna, invece, basta parlare di lei come di un oggetto sessuale. A scuola i ragazzini, le ragazzine, usano due epiteti maggioritari, frocio e troia, ma troia vale per tutte le donne, mentre frocio indica una minoranza nel mondo maschile.
Qualche anno fa, tenevo un corso sulle pari opportunità all’università. Bene, prendo l’ascensore e vicino al pulsante ci sono scritte quattro parole. Le prima due recitano: “Monti, boia”. È una sintesi mirata di critica a un governo. Le due successive sono: “Fornero, troia”. Così non critichi una ministra, la offendi come donna e con lei ogni altra.
Dalla teoria alla pratica
Se l’incontro col sesso avviene attraverso il porno e in età precoce, quando poi arriva il momento di agirlo, cosa succede? Se ti sei formato sulla pornografia, poi ti scontri con una realtà completamente diversa. Infatti ci sono enormi problemi da entrambe le parti: le ragazzine e le bambine sono sempre più prestazionali, del resto il fenomeno di OnlyFans la dice lunga su come non si consideri più il corpo come una realtà inviolabile: diventa un luogo dove può esserci passaggio di denaro. Il fatto che paghi una donna per prestazioni virtuali o reali, fa scattare una condizione in cui il consenso c’è, ma è condizionato all’acquisto, mentre noi parliamo di consensualità quando ragioniamo sulla reciprocità della relazione.
C’è una torsione simbolica spaventosa rispetto a “io sono mia, il corpo è mio e lo gestisco io” del femminismo, che oggi diventa “il corpo è mio e lo vendo”.
Mi raccontava Lidia Menapace che la sua mamma ai primi del '900 diceva alle figlie: “Fate quello che volete ma non permettete mai a un uomo di darvi soldi per comprare le calze”, ovvero diventate indipendenti economicamente. Oggi, complice anche la precarietà, milioni di giovanissime si espongono online e vendono pezzi del proprio corpo.
Un’amica che lavora a un consultorio mi ha raccontato che di lunedì, dopo il weekend, c’è un accesso massiccio di giovani donne che non sono state attente al bicchiere in discoteca e che, siccome non ricordano nulla perché qualcuno ha versato sostanze dopanti o narcotizzanti nella bevanda, temono di aver avuto rapporti sessuali a loro insaputa e chiedono la pillola del giorno dopo.
Molte ragazzine, nei consultori, dicono che le prestazioni maggiormente richieste sono per esempio i rapporti anali. Perché questo tipo di rapporto, soprattutto nel porno che è concepito senza una storia, un contesto e su una genitalità sempre più coatta, è quello che può avvenire senza nemmeno un incontro visivo.
Ricordo un episodio, prezioso per me, quando partecipai ad un convegno col ginecologo Carlo Flamigni, un uomo che ha dedicato tutta la sua esistenza alla possibilità della maternità per le donne. Flamigni era convinto che nel passaggio dalla condizione di primati animali, in quell’attimo di evoluzione, fosse stata la femmina a dire al maschio, mentre si accoppiavano, di girarsi e di guardarsi. Ecco, se le ragazzine vanno nei consultori e raccontano che la richiesta maggioritaria, che viene dall’ossessione del porno, è di avere rapporti anali, abbiamo un problema molto grande.
Occorre allora una formazione, che sia naturalmente tecnico-scientifica, ma che possa alimentare anche altre immagini (non solo quelle offerte dalla pornografia), che abbiano al centro il piacere e la reciprocità. Quando dissi che questo governo stava commettendo un errore colossale rispetto a questa necessità della formazione nelle scuole, mi scrisse un padre dicendo che, come aveva imparato lui, così avrebbero imparato anche le sue due figlie. Vorrei chiedergli cosa ha detto alle sue bimbe quando per la prima volta le ha portate in una strada con un semaforo. Immagino che avrà spiegato loro che c’è il verde, il rosso e l’arancione e che questi tre colori ti indicano cosa devi fare. Non credo che abbia lasciato le loro mani e detto: “Andate pure”, accettando il rischio che venissero investite.
Qui è la stessa cosa. Tu dici che alle tue figlie non insegnerai come salvarsi la vita. Questi genitori che amano i figli e le figlie e pensano che il sesso si impari per via, non si rendono conto del pericolo che la loro assenza come figure adulte di riferimento costituisce.
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Monica Lanfranco, giornalista e formatrice, è fondatrice della rivista Marea e di Altradimora, luogo femminista in Piemonte dove si tengono seminari residenziali, incontri e formazioni aperte a uomini e donne.