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QT n. 6, giugno 2026 Monitor: Arte

Passati che ritornano

“Anacronismi e discronie. Arte italiana dagli anni Ottanta ad oggi” Trento, Palazzo delle Albere, fino al 6 settembre

Se si passa accanto alle scuole “Bresadola” di Trento, non si può non notare, anche solo per le sue dimensioni, un murale dipinto dall’artista Osmo nel 2024 in uno stile sfacciatamente manierista o barocco, che esemplifica bene una delle tendenze contemporanee volte al recupero di stili del passato.

La mostra a palazzo delle Albere, a cura di Margherita de Pilati e Ivan Quaroni, è da un lato un ripasso di questi movimenti che si sono manifestati in modo evidente a partire dalla fine degli anni Settanta, e dall’altro un aggiornamento su artisti che proseguono oggi ricerche affini, con intenti ed esiti diversi.

I primi ad aprire questo discorso sono quelli che Bonito Oliva ha precocemente riunito sotto il nome di Transavaguardia, artisti che dichiaratamente reagiscono alle ricerche concettuali che avevano dominato il quindicennio precedente, e tornano all’uso pressoché esclusivo della pittura. Sono: Chia, Clemente, Cucchi, Paladino e Germanà. Secondo Bonito Oliva, con la crisi economica e sociale degli anni Settanta va ad esaurirsi, anche nel campo dell’arte, l’idea della continua sperimentazione di nuove tecniche e metodologie tipica degli anni dello sviluppo, e si accompagna al bisogno di rivisitare gli stili storicizzati, in una forma che tuttavia non è quasi mai citazione in senso stretto: piuttosto la fusione personale (questi autori sono ben distinguibili tra loro) di codici espressivi eterogenei, che riguardano le avanguardie del Novecento ma anche modi e figure del passato più lontano. Paladino, per fare un esempio, vi infonde un accento primitivo e sacrale; Clemente crea superfici che sembrano sviluppi dell’espressionismo astratto, e così via.

Salvo, San Giovanni degli Eremitani (1980)

Ma la tendenza vistosamente citazionista si manifesta in altri artisti attivi nello stesso periodo, riuniti dal critico Renato Barilli sotto il nome dell’Anacronismo. Sono: d’Acervia, Mariani, Alberto Abate, Di Stasio, Bartolini e altri, il cui rifiuto della modernità si traduce nella tendenza ad abitare un mondo che non c’è più, a rifugiarsi preferibilmente in un mito (tardo) cinquecentesco, o anche novecentesco, con le sue maniere e i suoi scenari. Una fuga verso un deposito di storia dell’arte, soprattutto italiana, concepito come un universo sicuro e autosufficiente in grado di esaurire anche le domande del presente o i dilemmi personali. Per qualcuno di loro si è parlato di “perenne allucinazione cinquecentesca”.

C’è in questi autori – che meriterebbero comunque una lettura caso per caso – un’inclinazione enfatica e priva di ironia, anzi talvolta drammatica, che al contrario è assente in un’altra tendenza del periodo, battezzata, sempre da Barilli, “Nuovi-Nuovi”.

Tra loro Luigi Ontani (1943) e Salvo (1947-2015) sembrano giocare con il patrimonio iconografico, il primo scomponendo e ricomponendo personaggi e decori, il secondo costruendo uno scenario mediterraneo fantastico e pop. Ma l’atteggiamento è simile, con mezzi diversi, anche in Aldo Mondino (1938-2005). Ed ogni recupero è fortemente filtrato da un gusto personale.

I Nuovi Futuristi (Brevi, Innocente, Postal, il collettivo Plumcake, Gianatonio Abate, Lodola, Cella) fungono in questo percorso quasi da elemento di contrasto. Coevi alle tendenze nostalgiche di cui sopra, nascono per opporvisi programmaticamente, cioè per abitare con piacere il tempo presente. Il riferimento al Futurismo indica che, come allora, si intendono celebrare gli aspetti dinamici, le immagini e i materiali brillanti della contemporaneità (in questo ricordando anche la pop art), aderendo senza critiche alla sua estetica, e senza intravvedere – tranne forse nel caso di Postal – l’ambigua portata delle novità digitali.

La seconda parte della mostra si occupa di artisti attivi dagli anni Duemila ai giorni nostri, tra i quali si fanno strada anche approcci d’altro segno, dove il passato è percepito come elemento della triade temporale insieme a presente e futuro, privandolo dunque del connotato della nostalgia e della regressione. E ciò si constata sia in artisti che preferiscono esprimersi sul tema del paesaggio sia in chi indaga la figura. Tra i primi si possono citare l’equilibrio tra passato e futuro, l’”organico artificiale” di Fulvio di Piazza (1969), e Jacopo Ginanneschi (1987) che ragiona sul paesaggio pensando anche ai Primitivi Toscani. Tra i secondi, a parte i ben noti montaggi di Francesco Vezzoli (1971), resta in mente il lavoro di Giulia Andreani (1985), con una ricerca sulla fotografia storica che interroga il presente.

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