Montagna e altro
“Trento Film Festival”
Dall’anno scorso partecipo alla commissione di selezione dei film del Trento Film Festival. Di 700 film arrivati ne ho visti circa 80 di cui selezionati poco più di 20, su un totale di 126 in programma. Non si chiede all’oste se il vino è buono, ma qui la cantina è decisamente più fornita di quello che ho assaggiato in anteprima.
Cominciamo con l’orso e due modi completamente diversi per raccontarlo, pur con la stessa morale di fondo. “Sulle tracce dell’orso” di Markus Frings presenta Horst Eberhöfer un ex bracconiere più volte beccato e punito per il suo istinto predatore, ma che ora al fucile ha sostituito l’obiettivo fotografico. Una volta imparato a tirare lo zoom piuttosto che il grilletto, grazie alle profonde conoscenze dei boschi della zona del Brenta, al suo intuito e alla sua pazienza e costanza, ha realizzato una quantità di foto e ore di spettacolari riprese ravvicinate. Materiale che Frings ha selezionato e montato per un documentario televisivo di qualità standard, riuscendo anche a costruire una microstoria con una coppia di orsi, più prole. Un lavoro molto classico che sottolinea le meraviglie della natura e l’importanza di conviverci e rispettale. Peccato per la colonna sonora esageratamente enfatica.
Il corto di fiction “A Bear Remembers” di Zhang & Knight Peter è tutt’altro. Un ragazzo scozzese sta cercando di scoprire la fonte del suono metallico che infesta il suo villaggio. Quando mostra un filmato realizzato con il suo drone, ad un'anziana signora tornano in mente i ricordi di un orso che si aggirava per le colline durante la sua remota infanzia. Tra fiaba e realtà si rievoca così un passato ancestrale in cui l’uomo era in sintonia con le forme della natura, compresi gli orsi con i quali condivideva riti e balli. Ma la magia di tutto questo si scontra con l’inettitudine del ragazzo, abile nel manovrare un drone quanto incapace di cogliere senso e profondità primigenie. Insomma, un certo passato non ha speranza nel presente.
L’inevitabile tributo alle scalate l’ho versato a “Girl Climber” di Jon Glassberg. Solita storia di ardita impresa corredata da: biografia della fortissima protagonista, preparazione, scalata, incidente, conclusione, soddisfazione. L’incombenza è scalare in 24 ore l’erta ed imponente parete di El Capitan nel parco Yosemite in California. Variante sul classico: la dimensione femminile che impone sfide azzardate per distinguersi in questo contesto prevalentemente maschile.

Più intenso “Everest Dark” di Watt Jereme, in cui Mingma Tsiri Sherpa, uno dei migliori alpinisti del Nepal, guida una squadra di sherpa per recuperare i corpi degli alpinisti vittime della cosiddetta “zona della morte” dell’Everest. La visione di corpi abbandonati nel ghiaccio, avvolti nell'equipaggiamento da montagna è rara e scioccante. Un monito tra cruda realtà e rispetto spirituale.
La sezione Proiezioni Speciali è uno zibaldone dove finiscono film che sono piaciuti ai selezionatori, ma magari non del tutto in linea col Festival, film che non possono andare in concorso perché presentati in anteprima in altri festival, omaggi a personaggi di rilievo del cinema (quest’anno Robert Redford e Claudia Cardinale) e altri oggetti particolari e meritevoli. Tra questi, da sottolineare “Non c’è casa in paradiso” di Federico Scienza e Manuela Boezio, che tratta il problema della carenza di abitazioni per i lavoratori in territori turistici a causa dei costi altissimi dell'affitto e di un’inerte politica della casa. Stiamo parlando specificamente del nostro bel Trentino, dove una notte in albergo può costare tranquillamente mezzo stipendio della lavoratrice che quella stanza la riassetta, e che poi però non trova un monolocale ad affitto mensile. Volevate la plastica dimostrazione della distanza crescente tra ricchi e poveri? Eccola qui, giusto sotto casa. Nostra.
Ne “Il rospo e il diamante” di Beniamino Casagrande lo stesso regista è protagonista di una ricerca interiore verso il senso della vita e della morte nelle montagne dell’India. Avvenimenti tragici legano Ben, filmmaker europeo, e Negi, buddista indiano che Ben adotta come guida spirituale per affrontare il tema della morte. Nell’impossibilità di trovare risposte, emerge il bisogno di accettarla comunque. Messo così, il tutto suona super retorico, ma il film dopo false partenze, ritorni e una certa confusione, trova una giusta dimensione, sentito sguardo e senso profondo.
Sono tanti ancora i film notevoli passati al Festival, a partire da tutta la sezione Orizzonti Vicini, che ha presentato 7 (dovevano essere 8) opere completamente diverse tra loro ma tutte di buon livello ed interessanti, dal corto di fiction “El Mazaròl” di Juri Ferri, elaborazione di un mito folcloristico in tema di emancipazione femminile, a “La cima” di Simone Cargnoni che presenta i ritratti di scalatori che hanno subito amputazioni e non per questo rinunciano all’avventura in gruppo.
Bella e varia anche la sezione Destinazione, dedicata alla Corea del Sud e quella delle Anteprime, all’interno della quale non si può dimenticare “Zweitland” di Michael Kofler, che tratta del periodo del terrorismo in Alto Adige negli anni ’60, con asciuttezza, efficacia e profondità.
Infine meritata Genziana d’oro a “Le chant des forêts” di Vincent Munier, che ci invita nel cuore delle foreste dei Vosgi ad osservare ed ascoltare la fauna selvatica. Nonno, padre e figlio, tre prospettive, tre generazioni, una passione comune. Riprese fisse d’osservazione con immagini veramente spettacolari, affascinanti ed emozionanti.
