Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca
QT n. 9, settembre 2026 Servizi

Sanità, gli angeli hanno detto:"Basta!"

Il personale è in rivolta contro la gestione dell'Azienda, ma Fugatti fa finta di niente.

All’assemblea del 1° settembre scorso c’erano tutti, senza distinzione di ruoli e funzioni: medici e infermieri, primari e portantini, personale amministrativo e ausiliari. Tutti accalcati fitti fitti nell’auditorium dell’ospedale Santa Chiara, seduti perfino sui gradini o in piedi, dentro e fuori la sala, affollando anche il corridoio del piano terra. Una visione plastica dell’incazzatura che percorre ormai da molto tempo l’intera sanità trentina e sulla quale i mesi estivi sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Ma come è arrivato il sistema sanitario del Trentino a fare questa pessima figura urbi et orbi? (Non abbiamo memoria che in Italia ci sia mai stata una rivolta così corale dei sanitari contro la loro dirigenza).

I guai informatici sono ormai un calvario noto da almeno un anno - più o meno da metà 2025, quando si è cominciato ad implementare la nuova architettura digitale degli ospedali trentini. Ne avevamo parlato diffusamente a febbraio scorso dopo un periodo di ripetuti blocchi dei sistemi che avevano avuto punte estreme, come quando si erano fermati per due giorni interi i sistemi dei laboratori di analisi.

Problemi di cui si era detto, sia da parte dell’Azienda che da parte dell’assessore provinciale Mario Tonina, che sarebbero stati risolti, che in un mese tutto avrebbe funzionato e che ci voleva pazienza perché era in atto una grande transizione digitale e via dicendo. Ma da allora non è cambiato niente e i blocchi informatici sono diventati la sfiancante normalità per gli operatori, e anche per i cittadini che ci incappano.

Fino al 28 luglio scorso, quando, contemporaneamente, si sono inchiodati i sistemi che gestiscono i prelievi di laboratorio, le radiologie e i Pronto Soccorso. Una specie di “ordigno fine di mondo” che si abbatte sul lavoro dei sanitari. E certamente non basta che il giorno dopo l’assessore Tonina si cosparga il capo di cenere e chieda scusa.

È in quel momento che per i sanitari cade l’ultima goccia e nasce l’idea di una grande manifestazione di protesta. E se qualcuno aveva ancora qualche dubbio, nei giorni seguenti il rosario di guai informatici li spazza via definitivamente: se ne registrano altri, anche se minori, il 29 e il 30 luglio e poi anche il 3 e la notte sul 4 agosto.

I telefoni dei sindacalisti sono roventi: il mondo intero li chiama e chiede che organizzino qualcosa.

L'assemblea del 1° settembre (foto di Fabio Lavagnino - Nursing Up)

Il 4 agosto succede anche un’altra cosa: il direttore dell’Azienda sanitaria, per la prima volta dopo mesi e mesi di guai, convoca una conferenza stampa per spiegare cosa accade e dice nell’ordine le seguenti cose: i problemi che si sono verificati non sono interconnessi (vero, ma solo in un certo senso e alla fine capirete perché); non posso rescindere il contratto con i fornitori (anche questo è vero, ma solo in parte); io sono tranquillo al mio posto e non sono nemmeno andato in ferie (le voci di un assessore Tonina ormai esasperato sono insistenti, ma anche quelle di grande insofferenza non solo tra i consiglieri provinciali di opposizione); chiederemo penali ad Engineering (la società che ha in appalto la grande transizione digitale. Che peraltro non è il fornitore dei sistemi di laboratorio).

Antonio Ferro: parole in libertà

Ma in quella conferenza stampa vengono dette anche altre cose. Antonio Ferro direttore generale di ASUIT, parla di una “straordinaria complessità informatica e normativa con sistemi che devono interconnettersi con circa 140 applicazioni e devono dialogare con oltre 18.000 apparecchiature elettromedicali”.

Esperti dell’informatica sanitaria trentina ci fanno però notare questi numeri: i sistemi devono interconnettersi con 5 o 6 applicazioni, non 140. E non possono dialogare con 18.000 apparecchi, perché nemmeno in tutta Italia ci sono 18.000 apparecchi elettromedicali. Quindi di che sta parlando Ferro?

Poi Ferro afferma: “Aggiungeremo tecnici informatici nostri e del fornitore nei P.S e saranno lì 24 ore su 24”.

I nostri esperti si chiedono: a che serve il tecnico in P.S. se il sistema si ferma a Milano e non a Trento? Inoltre pare che Engineering, all’idea di dover dislocare tecnici fissi nei P.S. abbia risposto: “Ma siete impazziti? Dovremmo darvi più di venti persone fisse per i vostri P.S.”?

Insomma, parole e numeri in libertà.

Antonio Ferro compie un vero miracolo: tutte, ma proprio tutte, le sigle sindacali si uniscono per organizzare la manifestazione del 1° settembre. Cose da anni ‘70. Con gli ordini professionali che pubblicamente appoggiano la manifestazione.

La politica si agita nuovamente. Le opposizioni (in primis Paolo Zanella del PD e Paola Demagri di Casa Autonomia che di sanità si occupano da sempre) rinnovano alte grida. Ma anche dai banchi della maggioranza qualcuno alza la voce, in particolare Claudio Cia e Walter Kaswalder, che anche criticano apertamente da tempo l’Azienda. Insomma, l’aria che tira in Provincia non è delle migliori per la dirigenza Asuit. Ma nessuno dalla Giunta provinciale (leggi Maurizio Fugatti) chiede conto a Ferro e ai suoi dirigenti di questo disastro nucleare.

Antonio Ferro

Dirigenza che, in vista della manifestazione giustamente temuta per l’effetto immagine devastante, pensa bene di provare a fare pressioni sul personale. I sindacati riferiscono di telefonate ai reparti che consigliano caldamente di scoraggiare la partecipazione e perfino di una richiesta ufficiale scritta ai dipendenti che avrebbero dovuto dichiarare con 48 ore di anticipo la loro partecipazione all’assemblea. Che essendo un diritto sindacale, non prevede niente di tutto questo, ma certo pensare di iscriversi in una lista di partecipanti aveva un effetto scoraggiante non da poco se consideriamo il clima militarizzato che da molto tempo vige tra il personale.

Non è la prima volta che i dirigenti dell’Azienda sanitaria cercano di silenziare proteste e la fuoriuscita di informazioni da parte degli operatori. Stavolta però la misura era talmente colma che non è servito.

Si apre il vaso di Pandora

Durante il sit-in all’entrata dell’ospedale che ha seguito la manifestazione, medici e infermieri avvicinavano direttamente i giornalisti presenti per raccontare le mille piccole e grandi storie di malfunzionamenti.

Si sentiva nell’aria la voglia di poter finalmente dire quanto pesante sia la situazione in cui lavorano, e alla malora gli ordini di servizio che impedirebbero di parlare con la stampa. E così un medico ci ha raccontato con l’urgenza di un senso di liberazione personale che per mesi lui arrivava in reparto e trovava le liste degli appuntamenti completamente vuote, mentre dall’altra il Cup diceva ai malati che non c’era posto per le visite. Con segnalazioni continue che per mesi non sono state ascoltate anche se, ammette il dottore, adesso sembra che le cose stiano migliorando.

Ma anche se qualcosa cominciasse a funzionare - e a vedere i primi giorni di settembre non pare proprio, visto che il 3 settembre c’è stato un ennesimo problema informatico, stavolta sul vecchio sistema per i reparti e gli ambulatori - ormai il vaso di Pandora è stato aperto e difficilmente il fiume di recriminazioni si fermerà.

Perché non c’è solo l’informatica che affligge il lavoro di quelli che anni fa abbiamo chiamato angeli. C’è il sovraccarico di lavoro dato dalla mancanza di personale per il quale, secondo i sindacati, non vengono predisposti adeguati piani di sostituzione.

C’è l’incapacità di ascoltare chi lavora sul campo, vero peccato originale della dirigenza Asuit.

Da ora in poi, abbiamo la sensazione, i sanitari non faranno più sconti. E qui cominciano i guai. I nostri guai. Perché davvero finora il sistema - davanti a più fronti bollenti - ha retto grazie alla buona volontà del personale.

Non è una frase fatta. Vi raccontiamo un aneddoto di esperienza personale risalente ad ottobre dell’anno scorso. In ortopedia per assistere un familiare mi rendo conto che l’infermiere di turno, che doveva staccare alle due del pomeriggio, è ancora lì e sono le quattro. Faccio un’innocente domanda: “Ma lei oggi fa il doppio turno?”. “Non solo oggi” è la risposta. Doppio turno che vuol dire: cominci alle 7 di mattina e finisci alle 9 di sera. Allora mi ero domandata: quante possibilità di errore ha una persona che lavora 14 ore in un giorno?

L’aspetto della responsabilità, anche penale, per errori medici è un tema poco valutato dai pazienti, ma molto presente nella mente dei sanitari. Lasciare il personale in condizioni che lo espone ad errori è un peccato mortale di cui la dirigenza dovrebbe rispondere. Con le dimissioni spontanee o il licenziamento in blocco dei vertici, dal nostro modesto punto di vista.

Il vaso di Pandora che si è aperto il 1° settembre ha vomitato ovviamente di tutto e in modo disordinato. Ma l’effetto complessivo è stato quello di rendere ormai impossibile per la dirigenza Asuit continuare a dire che si tratta di problemi episodici, la scusa fin qui adottata per ogni cosa.

Non sono episodi i problemi informatici. Perfino il dirigente dell’informatica Bazziga aveva ammesso nella conferenza stampa del 4 agosto che “il sistema è instabile”. Glielo stavano dicendo da mesi tutti quanti, finalmente ha dovuto ammetterlo. Non vale nemmeno la pena sottolineare che se compri un sistema da svariati milioni di euro il minimo che ti aspetti è che il sistema sia stabile. E qui ci permettiamo di dire che forse quando un problema è sistemico e dopo un anno non è risolto si può chiamare il fornitore a risponderne. Magari anche con la rescissione del contratto.

Ma parlando di sistemi, bisogna ricordare che l’intera sanità è un sistema. Un organismo i cui ingranaggi devono funzionare in sincronia. Altrimenti un problema a monte diventa un disastro a valle. E i guai informatici, siamo convinti, sono solo la “finestra aperta” su come realmente sta funzionando l’intera nostra sanità.

Banalmente perché l’ambito digitale è quello dove la grandissima flessibilità degli operatori (che finora ha coperto l’insipienza della dirigenza) non può arrivare: le macchine non fanno straordinari, non eseguono compiti fuori dal loro mansionario, non risolvono problemi. Le macchine fanno quello che gli si dice di fare. E oltre non vanno.

Quindi tutto il sistema, infestato di inefficienze e incapacità di governo e che si regge sulla buona volontà e grande flessibilità degli operatori, davanti alle macchine si ferma. Per questo i guai informatici non devono essere trattati come il problema di un settore, ma come la punta dell’iceberg che ci mostra quanto l’intera sanità trentina si tenga insieme con la colla.

In ultimo va detto che questo articolo lo dedichiamo all’assessore Mario Tonina. La sua idea che sia possibile attendere aprile del prossimo anno, quando scadrà il contratto di Antonio Ferro (col dubbio che comunque il presidente Fugatti voglia riconfermarlo) per sostituirlo con qualcuno che sappia governare la sanità, poteva andar bene fino a un anno fa. Ma adesso, Mario, non possiamo più aspettare.

I numeri che non tornano

A luglio, poco prima del patatrac di fine mese, la sanità trentina era entrata nel frullatore di vari, e confliggenti, rapporti sullo stato di salute del sistema.
A inizio mese il rapporto CREA ci aveva promossi come secondi in Italia solo al Veneto. Pochi giorni dopo era arrivato il rapporto Agenas, che confrontava i tempi di attesa per le prime visite nelle varie regioni d’Italia e lì il nostro primato si capovolgeva: Trentino ultimo in Italia per le liste di attesa.
Su questo dato si era scatenata la politica, ma anche il direttore Antonio Ferro, che aveva contestato il modo in cui i numeri erano stati letti dai ricercatori. Rimbeccato subito dai consiglieri provinciali del PD Paolo Zanella e Francesca Parolari che, numeri alla mano, gli avevano risposto per le rime e detto chiaramente pure che la situazione, nel primo semestre del 2026, era perfino peggiorata (i rapporti fotografano sempre l’anno precedente, ovviamente)
Ma anche il rapporto CREA che ci aveva promosso segnalava un dato anomalo. Tanti buoni risultati in vari settori si accompagnavano ad una pessima percezione dei cittadini: solo l’8 per cento dei trentini infatti aveva dichiarato nei sondaggi di aver percepito un miglioramento della situazione. Il dato più basso in Italia, dove in media invece un cittadino su cinque - il 20 per cento - dichiarava di aver visto miglioramenti.
Qui delle due l’una: o i trentini non sono mai contenti oppure in Azienda sanitaria si occupano troppo di cose che non ci interessano più di tanto. E vorremmo invece che risolvessero i problemi che ci toccano più da vicino.

Commenti (0)

Nessun commento.

Scrivi un commento

L'indirizzo e-mail non sarà pubblicato. Gli utenti registrati non devono inserire altre verifiche e possono modificare il proprio commento dopo averlo inserito.

Riporta il codice di 5 lettere minuscole scritto nell'immagine. Puoi generare un nuovo codice cliccando qui .

Attenzione: Questotrentino si riserva la facoltà di cancellare commenti inopportuni.