Dolomiti Energia: come Tre Sapienti bloccano il referendum
Quotazione di Dolomiti: si inquina il dibattito e si impedisce la partecipazione dei cittadini
Non tira una bella aria attorno al dibattito sulla quotazione di Dolomiti Energia.
Illuminante un’intervista su L’Adige del 15 agosto del segretario della CGIL Andrea Grosselli, che spara ad alzo zero: “Il dibattito su Dolomiti Energia sta arrivando a livelli ormai farseschi”. Grosselli non contesta nel merito il No all’ingresso della società in Borsa (posizione che peraltro condivideva fino a pochi mesi fa), ma lo presenta come un attacco malevolo alla società stessa: “Stiamo crocifiggendo una società che ha 100 anni, perché Sit nasce più di 100 anni fa, ed è una delle poche che garantisce stipendi più alti della media”. A questo punto la perla: “La mettiamo in croce perché, si dice, non garantirebbe la gestione dell’acqua nei periodi di siccità, quando i dati, anche di questi giorni, dicono il contrario: la leva è in mano alla Provincia, e infatti oggi la società sta perdendo il 30% della propria produzione, perché c’è la siccità e ha degli obblighi verso il territorio”.
Il punto è che nessuno accusa di questo Dolomiti, ma al contrario si teme che, con l’assillo del profitto connaturato alla presenza in Borsa, queste pratiche positive (oltre al contrasto della siccità anche l’attenzione al turismo, alla sicurezza, all’habitat fluviale) vengano brutalmente disattese, come da tanti esempi analoghi in giro per l’Italia.

Grosselli, con inaudita faccia tosta, ribalta il discorso: a minacciare la gestione sostenibile della risorsa acqua, non è la corsa al profitto, ma l’opposizione ad essa. Alla mistificazione, aggiunge anche del veleno personale: “Per la visibilità di qualche consigliere provinciale, stiamo immaginando di seppellire quell’esperienza”; se la prende cioè con i consiglieri del Pd contrari alla quotazione e in particolare con “la sinistra della ZTL” che sarebbe impersonata dal consigliere Pd Andrea de Bertolini nel ruolo di presidente della Commissione di indagine sulle prospettive societarie delle società energetiche.
A preoccupare non è però solo l’incarognimento del dibattito (nel caso di Grosselli spiegabile – ma non giustificabile – coi problemi che si ritrova in casa con parte della Cgil, soprattutto i metalmeccanici della Fiom, duramente e pubblicamente contrari alla quotazione e quindi anche alle alzate d’ingegno del segretario). Preoccupano anche, e forse di più, i pasticci che, per contrastare il dibattito, si stanno combinando a livello istituzionale.
Il Comitato promotore
È sorto un Comitato Promotore che si è proposto di far tornare ai cittadini la decisione sulla quotazione in Borsa di DE, e quindi sul destino di un bene primario come l’acqua. E che con questa finalità ha presentato domanda di indizione di un referendum nel Comune di Trento. C’è forse del populismo, della demagogia in una iniziativa del genere? Bisognerebbe invece affidarsi alle decisioni dei normali canali istituzionali?
Non entriamo nel merito; però l’istituto del referendum esiste, è una modalità profondamente democratica, vi si è già ricorsi proprio sul tema acqua (per la cronaca aveva stravinto chi ne bandiva la privatizzazione). Non si vede perché non possa essere praticabile in questa circostanza. Dunque, il Comitato ha presentato richiesta di indizione del referendum alla Commissione per i procedimenti referendari, che ne deve decidere l’ammissibilità.
La quale Commissione - composta da tre legali - l’avv. Beatrice Tomasoni che funge da presidente, il prof. Flavio Guella e l’avv. Filippo Bettini – dopo ben tre riunioni valuta “inammissibile (neretto nel documento) il quesito referendario” che intendeva porre al cittadino il seguente quesito: “Per quanto attiene alle competenze del Comune di Trento, lei è favorevole alla quotazione di Dolomiti Energia SpA sui mercati finanziari regolamentati?”
Il no della Commissione è basato sostanzialmente su tre motivazioni.
La prima è che Dolomiti Energia “è già attualmente una società quotata sui mercati finanziari regolamentati europei”, in quanto nel luglio 2017 ha emesso un prestito obbligazionario. Ora, dicono i tre giuristi, nel quesito non c’è “distinzione tra quotazione di titoli azionari e quotazione di strumenti finanziari obbligazionari”.
Le due cose sono evidentemente molto diverse – il Comitato vuole impedire che con la quotazione il valore della società sia determinato dalla Borsa, non vuole certo impedire che emetta obbligazioni – ma la mancanza di precisione nel quesito può indurre l’elettore in errore.
Il bello è che il Comitato aveva adottato la formulazione sulla quotazione di DE riportata nelle stesse determine del Comune. ”Se il Comune sbaglia sono affari suoi, voi invece dovete riportare una formulazione esatta” è stata la risposta.
La seconda motivazione riprende il Regolamento del Comune di Trento sui referendum, che “sottrae alla consultazione referendaria le materie attinenti al bilancio di previsione, al conto consuntivo”. Ora, dicono i Tre, la partecipazione azionaria in Dolomiti Energia S.p.A. “produce rilevanti flussi economico-finanziari a sostegno del bilancio comunale”, quindi ogni decisione relativa a DE produce effetti sul bilancio, e quindi non può essere soggetta a referendum.
Qui trasecoliamo: praticamente ogni decisione ha ricadute economiche: con la logica dei Tre Sapienti, i referendum non dovrebbero esistere. In realtà il Regolamento ha più buon senso di loro: tra gli ambiti che non possono essere sottoposti a referendum indica all’art. 8 comma 2b “il bilancio preventivo e quello consuntivo”: cioè non si può sottoporre a referendum il bilancio, punto e basta, non certo le materie che potrebbero avere un’incidenza sul bilancio stesso.
La terza motivazione riguarda le finalità del referendum evidenziate nella Relazione illustrativa che lo accompagna. In essa si indica come scopo dell’iniziativa “evitare che l’eventuale apertura del capitale azionario a mercati finanziari regolamentati possa introdurre logiche di profitto finanziario/speculativo di breve periodo, confliggenti con la missione sociale e territoriale di una società di servizi pubblici essenziali, preservando la governance in mano agli enti territoriali”. E inoltre “mantenere la gestione delle risorse idriche ed energetiche ancorata a principi di sostenibilità e di equità tariffaria anziché alla massimizzazione dei dividendi”.
Anche queste finalità non piacciono ai Tre Sapienti. I quali non entrano nel merito, ma finemente disquisiscono: “L’operazione di quotazione azionaria in sé considerata ... non produce in via diretta, immediata e automatica gli effetti di spossessamento o privatizzazione temuti… L’eventuale perdita del controllo pubblico con vendita a soggetti terzi di asset strategici costituisce l’esito non già della quotazione in quanto tale, bensì di successive, distinte ed eventuali deliberazioni straordinarie dell’ente pubblico”. Cioè: il Comitato non vuole che, una volta aperta la porta, entri il nemico. Ma non è detto che con la porta aperta si faccia entrare il nemico, è una cosa successiva, ipotetica. Quindi, argomentano i Tre, opporsi all’apertura della porta è fuorviante, bisognerebbe casomai opporsi al successivo ingresso del nemico. Prendiamola sul ridere.
C’è poi da rilevare come i Tre neanche inquadrano la prima, immediata conseguenza della quotazione in Borsa, pur esplicitamente paventata nella Relazione del Comitato: “l’introduzione di logiche di profitto finanziario/speculativo di breve periodo, confliggenti con la missione sociale e territoriale di una società di servizi pubblici essenziali”.

Normative stravolte
Non basta. Nel Regolamento del Comune sui referendum, la Commissione per i procedimenti referendari – alias i Tre Sapienti - viene chiamata Comitato dei garanti (c’è un po’ di confusione con il Comitato promotore del referendum, ma poco cambia). La sostanza del Regolamento è però decisamente interessante: infatti all’art. 12 comma 4 recita “Il Comitato dei garanti, qualora lo ritenga opportuno, può invitare il Presidente del Comitato promotore... a produrre ulteriori documenti, ridefinire il quesito referendario al fine di una sua maggior chiarezza, univocità e completezza”. All’art. 13 comma 2 la procedura viene precisata: “Qualora... il Comitato (dei garanti, ndr) ritenga necessarie modifiche, integrazioni o perfezionamenti e non intenda procedere ai sensi dell’articolo 12, comma 4, invita il presidente del Comitato dei promotori a provvedere, entro 15 giorni dal ricevimento della richiesta, agli adeguamenti necessari”. Cioè: se i Garanti non ritengono di invitare il presidente del Comitato dei promotori a un’apposita seduta per illustrare le modifiche necessarie al testo del quesito, le comunicano al presidente del Comitato, che ha 15 giorni di tempo per presentare le modifiche richieste.
È chiara la ratio del Regolamento: liberare il campo da fraintendimenti, permettere ai cittadini di utilizzare pienamente lo strumento del referendum, senza cadere dentro garbugli legali.
Nel nostro caso, per esempio, la prima obiezione dei Garanti-Sapienti era la mancata “distinzione tra quotazione di titoli azionari e quotazione di strumenti finanziari obbligazionari”. Orbene, secondo il Regolamento, compito dei Garanti non era stracciarsi le vesti e bocciare il referendum, ma spiegare al Comitato come avrebbe dovuto riformulare il quesito. Ma questo non sembra l’obiettivo dei nostri Tre Sapienti, che il referendum lo hanno bocciato punto e basta.
Nell’audizione successiva alle rimostranze del Comitato i Tre hanno risposto che le “modifiche, integrazioni o perfezionamenti” per “ridefinire il quesito referendario al fine di una sua maggior chiarezza, univocità e completezza”, e che il Regolamento prescrive vengano comunicate al Comitato stesso, affinchè modifichi ed integri, orbene queste cose da modificare per i Tre vanno intese come errori di battitura, ortografici, magari un congiuntivo sbagliato. Ed essendo la richiesta del Comitato scritta in italiano corretto, loro non hanno chiesto modifiche.
Siamo al ridicolo. I Tre Sapientoni pensano di poter stravolgere il senso e la lettera delle normative che dovrebbero applicare.
È molto grave: un Regolamento evidentemente varato per permettere al cittadino di poter partecipare attivamente, attraverso il referendum, al democratico processo decisionale, anche senza la necessità di farsi seguire da uno-due avvocati, e che per questo prescrive un Comitato dei Garanti che vigili sì sulla correttezza legale del quesito referendario, ma nel senso di aiutare, consigliare il cittadino stesso, viene invece utilizzato per reprimere arbitrariamente questa possibilità di partecipazione.
Come è potuto succedere?