Il pianeta malato
Diario climatico di una estate
Sono state sei le ondate con eccesso di caldo che hanno caratterizzato l’estate italiana (in Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi è andata molto peggio).
A estate non ancora finita, si calcola che il caldo in Europa abbia causato almeno 30 mila morti, una estate che è costata all’Unione Europea almeno 180 miliardi.
L’agricoltura ha perso circa il 60% della produzione di foraggio: sui pascoli, anche trentini, muoiono le mucche alla ricerca di acqua tanto da arrivare a una prematura demonticazione del bestiame al pascolo. Solo questo settore causa all’Italia un deficit di 1,5 miliardi. Gli allevamenti denunciano un aumento dei costi energetici del 30% (dati Coldiretti), è crollata la produzione delle nocciole in Piemonte, del bergamotto in Calabria, del tartufo bianco in Toscana e Umbria, le risaie sono in crisi (-9% il raccolto), la produzione di olio -40%, l’ortofrutta ha perso 88.000 ettari.
L’acqua
Passiamo alla criticità della risorsa acqua. Sul fiume Reno è stata bloccata la navigazione con gravi danni al trasporto di merci agricole e dell’industria.
In Romania si è usato l’esplosivo nel Danubio per deviare l‘acqua necessaria a evitare lo spegnimento della centrale nucleare, quella di Cernavoda è stata chiusa. Si interviene pesantemente nonostante il fiume porti solo 1.700 mc/sec, quando la sua media stagionale è di 4.700. In Francia le centrali chiuse sono otto.
Il Po è ai minimi storici. È sceso a 8,59 metri sotto lo zero idrico sfondando lo storico record del 2002. L’acqua salina del mare è penetrata dalla foce nel più importante fiume italiano per oltre 25 chilometri. Ma tutti i fiumi sono in crisi idrica, l’Adige, l’Isonzo, l’Adda; il Piave è quasi asciutto, sotto il livello minimo storico di 60 cm. Nel padovano l'Adige ad agosto aveva una portata di soli 80 mc./sec, rispetto a una media storica estiva di 268. Laddove c’è ancora acqua, è troppo calda e i pescatori denunciano importanti morie di pesci; proviamo a immaginare le conseguenze a medio termine sull’ecosistema idrico.
Il nostro paese ha il record dei consumi di acqua in Europa causa impianti vecchi, inefficienti, dispersione dell’acqua, cementificazione dei suoli.
In una simile situazione il bellunese ha regalato 40 milioni di mc. di acqua all’irrigazione della pianura, eppure il suo fiume, il Piave, ha un deflusso di acque negativo del 40%.
I ghiacciai sono percorsi da torrenti diffusi, anche superficiali. I bacini idroelettrici su tutte le Alpi sono ai minimi storici. Anche i grandi laghi, Garda, Maggiore, Como, Iseo, Idro vivono una sofferenza mai vista prima. Ma nonostante questa situazione, il Trentino ha sottoscritto un accordo con la Lombardia per il prelevamento dal bacino del Chiese di 10 milioni di mc. di acqua in più nel biennio 2026-27, in assenza di una qualunque Valutazione d’incidenza.
Nella nostra Provincia 3 famiglie su 10 non si fidano a bere l’acqua di rubinetto, l’acqua dispersa è di 157 litri per abitante al giorno. I rifugi nelle alte quote delle Alpi occidentali hanno chiuso, in Dolomiti vietano l’uso dell’acqua per le docce e in alcuni casi l’uso dei servizi.
Si sono moltiplicate le ordinanze sindacali di riduzioni drastiche dell’uso dell’acqua: non solo le fontane portate a secco, ma divieti di rabocchi nelle piscine private, di lavaggio di autoveicoli e d di strade, divieti di irrigazione per campi e orti; nel solo Trentino si contano ben 36 ordinanze.
In Italia il consumo di acqua è di 150 mc. giornaliero per abitante. La sola dispersione vale 140 mc. Se le situazioni di arretratezza tecnologica sono ingiustificabili, ovvio che vi si debba mettere rimedio e arrivare a una drastica riduzione degli sprechi. Il 72% dell’acqua potabile nel nostro paese è consumato dall’agricoltura, una concezione industriale del settore del tutto insostenibile rispetto alle nuove sfide che i cambiamenti climatici impongono. Ma nonostante la criticità della risorsa acqua sia presente da decenni, incredibilmente non si interviene con un severo piano nazionale teso a ridurre gli sprechi?

Le alte quote in sofferenza
La temperatura media dell’Europa è di 2°C oltre la media (sul pianeta 1,5°C) e si prevede sarà il continente più penalizzato anche nel futuro. Le le città bollono e in quota lo zero termico è rimasto stabile oltre i 4.000 metri per decine di giorni. I mari sono surriscaldati, il Tirreno ha le acque che si avvicinano a 30 °C, è a rischio l’intera biodiversità del nostro mare.
Lo sci estivo, una delle pratiche sportive più devastanti per i ghiacciai, è stato chiuso quasi ovunque: in Francia (Les 2 Alpes), in Svizzera e Italia (Paleau Rosa, Cervinia, Zermatt, Stelvio), in Austria (Solden, Hinertux, Pitztal), perfino in Norvegia. Altre realtà italiane erano chiuse da anni; Marmolada, passo Tonale. Le riserve nivali e glaciali storiche stanno scomparendo molto più velocemente di quanto previsto solo 10 anni fa.
I pochi temporali su zone ristrette hanno creato dissesti idrogeologici diffusi, la frequenza delle frane è impressionante anche laddove si credevano risolti i problemi di sicurezza grazie a recenti lavori dei bacini montani (Anterselva, Gardeccia, Stava).
Le Dolomiti si sbriciolano: non solo Cima Marcora (BL) con tre chiusure della statale Alemagna nell’estate 2025, già due nel 2026, ma anche il Pelmo e ancora Cima Marcora, il gruppo del Sella. Nella vicina Valtellina torna l’incubo alluvionale: la pioggia del 20 agosto ha portato alla chiusura della Statale 42.
In Carnia, sul monte Amariana, per dieci giorni si è vissuto l’inferno: un’intera montagna boscata è andata distrutta da un incendio, 500 ettari andati in fumo. Come in val d’Ossola, e come in modo meno drammatico sul Cermis e a Spormaggiore. Nei primi sette mesi del 2026, in Italia sono bruciati oltre 70 mila ettari, il 133% in più degli ultimi 30 anni, un terzo dei quali interessa le aree protette. ISPRA ci informa che solo il 2% degli incendi in Italia è provocato da fulmini. In Europa il dato è impressionante: a fine agosto sono 700 mila gli ettari distrutti dai fuochi.

Gli avvenimenti, che abbiamo riportato in un infernale riassunto, nei prossimi anni saranno sempre più normalità. Non si intende terrorizzare, ma portare a riflettere ed agire su quanto sta accadendo. Il tema dei cambiamenti climatici non si inserisce in situazioni di emergenza come sostengono i politici o troppi commentatori nei media. Siamo in presenza di una drastica modifica del clima nel pianeta, una crisi strutturale. Per affrontarla si deve investire in misure eccezionali strutturali. Invece ci troviamo ancora a chiederci di chi sia la colpa della situazione, quando invece è tempo di agire. Nessuno più può smentire che la velocità del cambiamento sia conseguenza diretta dell’utilizzo dei combustibili fossili, della deforestazione, degli allevamenti intensivi. Nel 2025 abbiamo vissuto il record di emissioni, con 38 miliardi di tonnellate di sola CO2 emessa da fonti fossili, la concentrazione nell’aria del gas è salita a 430 parti per milione, massimo valore registrato da 14 milioni di anni. E noi cosa facciamo?
In agosto la Giunta provinciale ha presentato il Piano strategico per lo sviluppo economico del Trentino. Ancora zeppo di proposte di nuove infrastrutture, quindi strade e potenziamento di aree sciabili: nessuna traccia di innovazione. O di una politica tesa a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Come negli anni ‘60 si rincorre il miraggio di più sviluppo, più Pil. Le categorie economiche chiedono nuovi alloggi su terreni liberi, territori agricoli, mentre sono migliaia gli appartamenti sfitti. La crisi idrica è frutto di scelte politiche, ma non è una crisi inevitabile qualora si rispettino i limiti del pianeta, dei territori, delle risorse ancora disponibili.
Si tenga presente che la crisi dell’acqua alimenta conflitti, anche in Trentino. Uno storico: i pescatori contro i produttori di energia idroelettrica, e poi i pescatori contro le richieste del mondo agricolo, che a sua volta è in competizione con i produttori di energia e del turismo. L’ambientalismo si trova sempre più vicino ai pescatori nel contrastare il consumo di suolo, salvare i boschi devastati da nuove strade e bacini di innevamento, nella difesa del deflusso minimo ecologico, a sostegno del turismo di qualità anche dei laghi, in conflitto costante con le aggressive esigenze del turismo, dell’agricoltura, della produzione di energia idroelettrica.
Per affrontare l’emergenza gli operatori economici e la politica rincorrono le scorciatoie: ancora invasi, prelievi, depauperamento della biodiversità. Mai come oggi per risolvere questo intreccio conflittuale c’è bisogno di politica, di risorse destinate alla ricerca, di investimento scientifico.
La politica trentina come risponde? L’assessore Mattia Gottardi, in assenza di una minima consultazione dei portatori di interessi generali, ha fatto approvare un provvedimento che permette ai Consorzi di miglioramento fondiario di chiedere una revisione temporanea del deflusso minimo vitale delle acque. L’assessore ha un’unica preoccupazione, che l’acqua rimanga sufficiente a tutelare la fauna ittica, ignorando il valore ecosistemico dei corsi d’acqua, delle interazioni fra microorganismi, vegetazione, avifauna.
La delibera Gottardi accorda alla Regione Lombardia l’erogazione nel biennio 2026-2027 di un massimo di 10 milioni di metri cubi d’acqua da prelevare dagli invasi di Malga Bissina e Malga Boazzo. Per ogni stagione irrigua.
Come si dovrebbe agire? Dapprima è necessario un monitoraggio aggiornato della situazione dei nostri bacini, l’Adige e la Brenta, dei laghi, in collaborazione con le Regioni Lombardia e Veneto.
In secondo luogo si dovrebbe imporre ai consorzi agricoli la modifica delle loro colture: basta mais e soia. E puntare all’efficienza nei sistemi di irrigazione. E va rivista la politica delle grandi industrie dell’allevamento; la parola d’ordine non può che essere una: risparmio.
Invece come investe lo Stato? Nel riarmo. Solo nel 2026 spenderemo 13 miliardi in più nella difesa. Investiamo, assieme alla Germania, nella produzione di carri armati, 3,2 miliardi. Stiamo acquistando 115 F15 mentre tutto il paese brucia, dalla Sicilia alle Alpi, e disponiamo di soli 19 Canadair. E ancora, non ci si chiede dove e come colpirà la prossima tempesta con le caratteristiche di Vaia. Perché ci sarà, causata proprio dalle alte temperature del Mediterraneo, 2°C più elevate in un solo anno.
In autunno, mentre i mari aumenteranno l’evaporazione e scenderanno le ondate di aria fredda dal Nord Europa, dove colpiranno le precipitazioni?
Oggi siamo preparati solo al lamento.
Minimo vitale: ridurlo porta alla morte delle acque
Il 7 agosto con delibera 1259 la Giunta provinciale ha introdotto un temporaneo regime di riduzione del Deflusso minimo vitale delle acque (DVM). Il Comitato Permanente a difesa delle acque del Trentino è intervenuto con un impegnativo documento in opposizione a questa scelta.
Non ci è possibile riportare la complessità tecnica e scientifica del documento delle associazioni trentine. Vi presentiamo una sintesi.
Una prima considerazione. La scelta non è stata condivisa con i soggetti portatori di interessi generali. In soli sette giorni la Giunta ha accolto la richiesta pervenuta dalla Federazione dei Consorzi irrigui, come accadde nel 2022 con la delibera 1334. Anche con questo atto si conferma il centralismo politico imposto da chi sta governando da 8 anni il Trentino.
Stiamo parlando di “Deflusso minimo vitale”. Si tenga presente che esso non rappresenta un indice di qualità del corso d’acqua. Sotto questa soglia l’ecosistema fluviale semplicemente muore.
Una seconda considerazione è di ordine giuridico. La Giunta provinciale non ha titolo per modificare il DMV, in quanto è deciso dal Piano Generale di Utilizzazione delle acque pubbliche (PGUAP), recepito dal Piano di Tutela delle acque pubbliche e relativo aggiornamento 2022/2027. Si tratta di strumenti attuativi della Direttiva europea 2000/60/CE e del D.Lgs 152/2006. Nessuna norma in questi decreti prevede la facoltà di ridurre i rilasci minimi.
Diversi corsi d’acqua interessati sono inseriti in Rete Natura 2000 e ospitano specie di interesse comunitario come la trota marmorata, lo scazzone, il temolo, il gambero di fiume. Oltre a questo il DMV è un istituto già superato sia da normative italiane che europee; la Provincia avrebbe dovuto introdurre da tempo il Deflusso Ecologico, una valutazione che implica una portata minima calcolata sulla formula idrogeologica legata alla stagionalità e alla variabilità naturale.
Il rilascio concesso dalla Provincia andrà a incidere in corsi d’acqua già ridotti, su quel poco che resta di risorsa in periodo siccitoso.
Nel concreto, il fiume cessa di esistere, quando andrà bene rimarranno delle pozze. Con meno acqua si riduce la quantità di ossigeno del corso e aumenta la temperatura dell’acqua causando una moria della fauna ittica e dei microorganismi, oltre ad aumentare l’eventuale concentrazione di inquinanti (scarichi, inquinanti organici, fitofarmaci).
Altri temi riguardano i controlli basati su una auto-dichiarazione e auto-esecuzione: nessuno controlla realmente e il danno sarà irreversibile.
Prima di decidere era doveroso regolare i rilasci dell’idroelettrico, un tema ignorato.
Il provvedimento viene preso mentre il torrente Leno è in secca, la Fersina lo è stata più volte e il lago di Erdemolo ha perso 4 metri rispetto al livello storico; insomma, ogni corso d’acqua trentino è in sofferenza.
Il documento del Comitato Permanente a difesa delle acque conclude le sue riflessioni con delle proposte. Si tratta di intervenire nella ricarica controllata delle falde, riconnettere le zone umide - che sono le spugne del territorio e del paesaggio -, riqualificare gli ambiti fluviali, ricostruire le fasce boscate fluviali, recuperare la desertificazione dei suoli agricoli, sostenere ovunque il riuso delle acque reflue depurate, specialmente ripensare le colture agricole.
Occorrerà impegnarsi nel superamento del Deflusso minimo vitale per arrivare al Deflusso ecologico, sostenere un piano provinciale per la siccità, un piano per la ricarica delle falde acquifere, decidere una moratoria sui nuovi invasi in alveo, rivedere un programma urgente di riqualificazione fluviale e ripristino delle aree umide, decidere un piano provinciale per il riuso irriguo delle acque reflue depurate (regolamento UE 741/2020), imporre severi criteri di sostenibilità idrica nella pianificazione agricola.
Sono tutti passaggi urgenti, se si vuole uscire da gestioni di emergenza. Le acque del Trentino sono un bene comune - ci ricorda il Comitato - non una riserva, già impoverita, da saccheggiare ulteriormente.
Grazie a questa analisi la conclusione sostenuta dal Comitato è drastica: si revochi subito la delibera 1259/2026.
Per approfondimenti::
https://www.acquetrentine.org/2026/08/16/il-minimo-no