Iran: l'opposizione che non c'è
La guerra, lungi dall'indebolire il regime, ha portato al rafforzamento della repressione contro i dissidenti. Da Una Città, mensile di Forlì.
A febbraio, nei primi due giorni della guerra, la gente festeggiava per le strade di Teheran, perché erano stati colpiti Khamenei, i comandanti militari, i capi dei servizi di sicurezza. Si può quindi comprendere perché molti abbiano festeggiato. Gli iraniani erano infatti giunti alla conclusione che da soli non sarebbero riusciti a rovesciare il regime: erano scesi in piazza in 170 città, ma il risultato erano stati morti sulle strade e oltre 50.000 arresti.
A partire da gennaio, e ancor più durante i giorni della guerra, la repressione si è ulteriormente aggravata. Molti dei fermati nelle proteste di gennaio sono stati condannati e impiccati appena tre mesi dopo l’arresto, una rapidità insolita persino per gli standard iraniani e giustificata dalle autorità proprio con lo stato di guerra. Il problema è che uccidere un dittatore non vuol dire abbattere una dittatura. Infatti il regime si è rialzato e ha sostituito i comandanti militari. Insomma, non c’è stato un vuoto di potere. Dopo di che la gente ha cominciato a pagare le conseguenze della guerra: sono stati attaccati quartieri interi. Ci sono state più di duemila vittime civili. Poi i prezzi sono aumentati in modo considerevole, l’inflazione è salita dal 30% al 60%. Non mancano generi alimentari nei negozi, ma la gente non può comprarli.

Poi c’è stata la chiusura totale di internet; poi l’hanno riaperto, però alcuni esperti spiegavano che ora è molto più controllato di prima. Gli iraniani accedono alla rete soprattutto con la telefonia mobile e non tutti gli operatori offrono un’apertura internazionale. A livello nazionale internet ha sempre funzionato: anche perché su quello si regge il sistema bancario. Il problema è l’accesso alla rete globale.
La guerra infine ha fatto sì che qualunque manifestante potesse essere accusato di essere una spia del Mossad, della Cia o di Al-Quds, un traditore. Il silenzio imposto alla rete ha permesso una fortissima repressione e un’ondata inaudita di esecuzioni. In 50 giorni sono stati impiccate quindici persone arrestate durante la manifestazione, cinque detenuti già in carcere da anni e una decina di altri, accusati di spionaggio. Tra questi anche non iraniani, come due iracheni. Tutto questo nel totale silenzio dei media. Ecco, questi sono i “danni da guerra” provocati, oltre al fatto che sono state colpite diverse fabbriche, perciò ora ci sono anche migliaia di operai disoccupati.
L'erede

Nelle manifestazioni all’estero viene spesso invocato il figlio dello scià, che avrebbe potuto essere un elemento di aggregazione. Ma purtroppo negli ultimi anni si è circondato di consiglieri di estrema destra. Da circa un anno uno degli slogan ripreso dai suoi seguaci, è diventato: “Morte ai tre traditori: Mullah, i mujahideen e la sinistra”. È uno slogan che in persiano fa rima; i suoi lo hanno gridato in tutte le capitali europee.
Negli ultimi tempi Reza Pahlavi ha perso parte della sua popolarità, anche perché quando sono morti dei soldati americani in Kuwait in un attacco di miliziani iracheni in appoggio dell’Iran, lui mezz’ora dopo ha mandato le condoglianze a Trump. Però, qualche giorno prima, quando gli americani (per errore - hanno detto) hanno colpito una scuola elementare femminile in Iran con circa 150 morti, non ha mandato neanche un messaggio di cordoglio.
Anche una parte dei monarchici non sono d’accordo con queste sue ultime prese di posizione. Tra i sostenitori di Reza Pahlavi ci sono dei gruppi che, anche nelle manifestazioni che si tengono nelle città europee, aggrediscono i militanti contrari al ritorno dello scià. In Italia non ci sono molti ristoranti o negozi iraniani, ma a Londra, dove sono oltre un centinaio, costoro si presentano con la foto del figlio dello scià e intimano: “O la appendi o ti distruggiamo il negozio”. Ci sono vari video di minacce con questo stile mafioso. Tutto ciò ha portato una parte degli iraniani a dissentire e ad allontanarsi da Reza Pahlavi.
Oltre al fatto che non è ben visto da Trump: la dichiarazione più gentile che ha fatto su di lui è: “He’s a good guy, but cannot lead the country” e si è sempre rifiutato di riceverlo. Lui ha fatto il giro dei vari paesi, tra cui anche l’Italia, dove è stato ricevuto da Stefania Craxi, presidente della Commissione Esteri. Ma in altri paesi nessun esponente governativo l’ha ricevuto; di fatto non lo prendono in considerazione.
Il resto dell’opposizione, che include anche l’ala monarchica che non condivide le sue politiche, non riesce a mettersi d’accordo su niente. Hanno fatto vari tentativi, l’ultimo un mese e mezzo fa a Londra, ma non hanno trovato una linea comune. Il fatto è che gli iraniani di norma non corrono dietro a un’idea, ma a una persona, hanno bisogno di un leader carismatico: per risolvere il problema vogliono un eroe nazionale. La storia iraniana è fatta di eroi nazionali. Le nuove generazioni, quelle post-rivoluzione islamica, non credono in alcuna ideologia. Il loro slogan, anche nelle università è: “Vogliamo una vita normale”. La vita normale non comprende libertà politiche, ma solo libertà personali.
Un anno dopo la Rivoluzione, ero in viaggio con un amico e la figlia di 7-8 anni; viaggiavamo dal centro di Teheran al nord. Quella strada, prima della Rivoluzione, era piena di discoteche, bar, ristoranti. Locali dove io e questo signore andavamo a ballare quando avevamo 17-18 anni. Ora c’erano solo macerie. Stavamo parlando dei bei tempi, quando la bambina mi dice: “Zio, chiudi il becco!”. Era una bambina educatissima, per cui ci sono rimasto, e poi ha proseguito: “Voi state parlando di cose che noi non abbiamo avuto e non avremo. Come vi permettete di parlare di queste cose?”.
Tornando ai giovani, per loro la politica non è quella ideologizzata della mia generazione o della successiva. Loro a malapena vanno a votare e quando l’hanno fatto è stato per Khatami o per Musavi, cioè persone più o meno carismatiche che avevano promesso mari e monti.
Se uno va alle manifestazioni in Italia, gran parte degli iraniani che gridano “Viva lo scià!” sono giovanissimi e non sanno di cosa parlano. Se poi cominci a raccontare quello che succedeva ai suoi tempi dicono: “Ah, ma quello era il padre, che c’entra con questo? Lui è cresciuto in Occidente…”. Perché poi vedono le sue figlie, che vanno in giro in minigonna e si fanno fotografare con bevande alcoliche in mano, tutte cose proibite in Iran, che i giovani possono fare solo clandestinamente.
Tempo fa, ero nel Kurdistan iracheno, e ho incontrato un gruppo di giovani cineasti iraniani. Uno mi ha detto: “Ah, vorremmo che l’Iran diventasse come l’Iraq”. Ho ribattuto: “Ma qui c’è corruzione, ci sono tanti problemi”, e il ragazzo: “Ma io sono qui da tre giorni, cammino con la mia ragazza mano nella mano e nessuno mi ha detto niente”. Per lui il simbolo della libertà era camminare con la sua ragazza per le strade di Erbil senza che nessuno gli dicesse niente. Questo era il massimo della libertà che concepiva.
Scegliere fra Trump e gli ayatollah?
Secondo alcune stime, la parte che sostiene il regime si aggira intorno al 35%; i sociologi che vivono in Iran dicono che siamo più sul 20%. Alle ultime elezioni, quelle che hanno visto la vittoria di Pezeshkian, l’attuale presidente, la partecipazione al voto è stata la più bassa dopo la Rivoluzione islamica, il 38%. Cosa lo sostiene? In primo luogo, la mancanza di un’alternativa. La gente scende in piazza quando vede un futuro, quando c’è qualcosa all’orizzonte. Oggi all’orizzonte non si vede niente, non lo vedo nemmeno io che da sessant’anni faccio politica. In secondo luogo, il regime ha una struttura militare, paramilitare e di controllo molto ben organizzato, grazie anche ai russi. Ci sono 17 servizi segreti con un coordinamento che, finché c’era Khamenei, faceva capo al suo ufficio. Poi ci sono le milizie paramilitari Basij: gente che fa lavori normali e che quando viene chiamata, va e prende le armi. Non sono stipendiati, ma godono di una serie di benefici. Loro si comportano molto peggio della polizia. Infine ci sono i reparti speciali dei pasdaran, le Guardie della Rivoluzione. Questo per dire che la gente ha paura.
Un tempo c’erano due campi: imperialismo e anti-imperialismo. Khomeini stava nel campo dell’anti-imperialismo perché era contro gli americani, e tanto bastava: qualunque azione anti-imperialista andava appoggiata. Oggi c’è trumpismo e anti-trumpismo.
Il Primo maggio mi avevano invitato a parlare a Trieste e sono stato fischiato. Si era presentato un gruppo di comunisti rivoluzionari con le bandiere della Repubblica Islamica alla manifestazione del Primo maggio! Perché secondo loro chi è anti-Trump è buono. Ma non è così, non si può dividere solo tra bianco e nero, ci sono tutti i colori in mezzo. Il regime iraniano è contro Trump? Sì. È meglio di Trump? No, è peggio di Trump. Perché Trump minaccia di chiudere i giornali, in Iran li chiudono in continuazione. Trump minaccia carcere, loro incarcerano. Trump neanche minaccia la pena di morte, almeno per il momento. Loro ordinano esecuzioni quotidianamente. Non si può appoggiare un regime sanguinario, punto. Prima di no alla guerra, dobbiamo dire no alla repressione, che è feroce.
Questo è uno dei motivi di questa reticenza a sostenere l’opposizione democratica iraniana.
Poi ci sono i motivi economici, per cui a parole si condanna, però poi, in nome del fatto che sono anti-Trump, si permette ai lobbisti filo-iraniani di agire indisturbati.
L’opinione pubblica, la gente, è solidale con l’opposizione iraniana, ma questo non si trasforma in atto politico perché servirebbero dei partiti politici. Nessuno dei quali si impegna veramente a favore di un’opposizione democratica iraniana. Alle manifestazioni organizzate a gennaio dopo il massacro, a Roma c’erano al massimo duecento persone. Ai tempi del golpe in Cile, in 24 ore quasi un milione di persone era sceso in strada. È anche vero che i partiti hanno perso potere di mobilitare la gente, ma in ogni caso sull’Iran non si impegnano, al massimo mandano un appello. Per ottenere qualcosa, dovresti lavorare con la tua base.
Cosa possiamo fare? Ci impegniamo a raccogliere soldi. In Iran chiudono e aprono internet come fosse un rubinetto. L’unico modo per bypassare tutto questo è Starlink. L’anno scorso gli iraniani sono stati 88 giorni senza internet. Si dice che in tutto l’Iran ci siano circa 15.000 apparati di Starlink. Ovviamente va usato con degli accorgimenti. Spesso chi ce l’ha non mette password, così tutti i vicini possono accedervi. Ci mobilitiamo anche per far uscire persone in grave difficoltà. Da qui si possono fare queste cose: raccolta fondi, pressioni e aiuti per portare la gente fuori, poco di più. Servirebbe una mobilitazione politica che non c’è.
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Ahmad Rafat, italo-iraniano, giornalista, scrittore e documentarista, oltre a collaborare con le maggiori testate europee, ha lavorato presso la World News Link (Wnl) e l’agenzia italiana AdnKronos International (Aki). In Italia sono stati pubblicati: “L’ultima primavera. La lotta per la libertà di informazione in Iran” e “Iran, la rivoluzione online”.