Il ruolo dello spettatore
“Di quadro in quadro. L'arte della citazione.” Rovereto, Mart, fino al 1° novembre
Esiste davvero un'opera completamente originale? È da questa domanda che parte "Di quadro in quadro. L'arte della citazione", la mostra che il Mart di Rovereto dedica alla citazione artistica intesa non come imitazione, ma come dialogo continuo tra passato e presente. Curata da Daniela Ferrari, l'esposizione muove da un presupposto radicale: gran parte della storia dell'arte è una fitta rete di rimandi, in cui ogni immagine porta dentro di sé la memoria di altre immagini che l'hanno preceduta. Un’operazione al contempo raffinata e divulgativa, un qualcosa che appartiene tanto agli studiosi quanto al pubblico comune, nella quale riecheggia la celebre affermazione di Gombrich: “L'arte non esiste, esistono gli artisti". Non dunque un’astratta memoria collettiva, ma il momento preciso in cui un artista sceglie di guardare (e rispondere a) un altro artista, tramite rimandi iconografici.
Il progetto riunisce circa 150 opere, tra collezioni del Mart e prestiti pubblici e privati, per quasi 80 artisti. Il percorso si articola in otto sezioni: Vis à vis, La copia, Quadri nei quadri, Grafie, D'après, Il caso Morandi, Cover e Avida Dollars. Queste non sono organizzate in ordine cronologico, ma per intensità concettuale: da un registro rarefatto e teorico si arriva, progressivamente, a una dimensione densa, colorata e apertamente pop.
Ad aprire il percorso è un'opera-manifesto della mostra, Giovane che guarda Lorenzo Lotto di Giulio Paolini (1967), dove l'artista usa la riproduzione fotografica di un ritratto rinascimentale per sovrapporre tre tempi: quello dell'autore antico, del soggetto ritratto e dello spettatore contemporaneo. Nella successiva Controfigura del 1981, Paolini sostituisce gli occhi del giovane con i propri, rendendo esplicito il vero tema della mostra: non l'opera citata, ma lo sguardo che la attraversa nel tempo.
Il nucleo storico lavora sul confronto diretto con l'antico, come nelle copie da Raffaello di Giorgio de Chirico, o quelle da Correggio di Virgilio Guidi.
Il dispositivo del "quadro nel quadro" trova declinazioni nella pittura metafisica dello stesso de Chirico, con le sue piazze d'Italia o l'Arianna addormentata, e nei lavori di de Pisis, Mafai, Sciltian e Guttuso, dove affiorano riferimenti a El Greco, Goya, Leonardo, Vermeer o Mondrian.
La sezione D'après approfondisce la rielaborazione libera, dove l'opera precedente non viene copiata, ma diventa punto di partenza per una traduzione libera e personale portata avanti da altri artisti.
Il percorso si chiude nel registro pop, dove la citazione diventa fenomeno di massa: le serigrafie di Warhol dedicate a Marilyn o ai Brillo Box segnano il punto in cui arte e comunicazione di massa si confrontano fino a confondersi. Accanto a Warhol, Lichtenstein, Rotella, Vezzoli e Ontani spingono la citazione fino all'ironia e alla critica del mito, mentre la sezione Il caso Morandi isola l'artista bolognese come modello di autocitazione continua, tramite sottili variazioni.

Il punto di forza della mostra sta nel ruolo attivo assegnato allo spettatore: non si osservano passivamente 150 opere in fila, ma si è chiamati a riconoscere echi, somiglianze e indizi, alcuni evidenti, altri sussurrati. Un meccanismo che trasforma la visita in un esercizio dello sguardo, efficace sia per un pubblico esperto sia per chi si avvicina all'arte per la prima volta, grazie a un allestimento che passa dal registro concettuale a quello pop senza appesantire il discorso.
Il rischio implicito in un progetto di questa scala - 80 artisti, 8 sezioni, un secolo abbondante di storia dell'arte - è probabilmente la dispersione: la densità dei rimandi può risultare stimolante per chi ha tempo e strumenti critici, ma richiede attenzione per non ridursi a un catalogo di semplici analogie decorative. Il Mart sembra consapevole del rischio e lo supera con una linea narrativa chiara, dalla copia accademica alla circolazione mediatica dell'immagine, offrendo al contempo stimolo intellettuale e, per molti, divertimento nel cercare i rimandi tra le opere, alcuni dichiarati, altri più nascosti.
Nel complesso, Di quadro in quadro centra l'obiettivo dichiarato: dimostrare che le immagini non nascono mai dal nulla, e che guardare un'opera significa sempre misurarsi con altre immagini già depositate nella memoria visiva collettiva. Una tesi che nell'epoca della condivisione istantanea, dei remix e dei meme, suona particolarmente attuale, senza scomodare mostri sacri come Aby Warburg.