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QT n. 9, settembre 2026 Monitor: Cinema

Festival di Venezia

Quattro film

Non che abbia molto senso, ma se vogliamo trovare un qualche denominatore comune alle prime 4 giornate del festival del cinema di Venezia potremmo mettere insieme: media scandalistici e pedofilia.

Ink di Danny Boyle è centrato sul primo tema. Londra, 1969, Rupert Murdoch (ancora attuale boss australiano dei peggiori media mondiali) compra il quotidiano londinese The Sun. Ci mette un direttore ambizioso e frustrato, lo indottrina con le sue idee e in poco tempo il tabloid, con spregiudicata irriverenza e qualche scorrettezza, cambia le regole del giornalismo inglese. Superando anche confini e limiti posti dallo stesso Murdoch, il direttore fa nascere la stampa scandalistica. È informazione, intrattenimento, speculazione, spazzatura?

È la modernità, pare dirci il regista. E lo fa con uno stile battente, stringato, avvincente. Come si trattasse di una impresa eroica e meritevole che si inserisce in una fase della storia del ‘900 dinamica di novità e cambiamenti. Considerata dalla nostra contemporaneità, è tutto da rivedere.

Il film è nel suo genere perfetto. La ricostruzione d’epoca appropriata, personaggi, caratteri ed interpretazione impeccabili, ritmo sostenuto, equilibrati personale e privato. Colonna sonora modernissima (a parte qualche hit dell'epoca) ed efficacissima. Un film commerciale ma intelligente e contraddittorio.

Lo sappiamo, Danny Boyle è un mestierante specializzato in film d’effetto e piacioni, ma se lo prendiamo per quello che è, questa cavalcata vincente, quando invece è proprio amaramente il suo opposto, è un film che, catturando lo spettatore, gli dice anche qualcosa di significativo. Lo sprofondo nell'opportunismo, nel mondo del giornalismo senza ritegno e verità, che è oggi gran parte della stampa e dell'informazione tutta.

The basics of Philosophy - Le basi della filosofia di Paul Schrader, ci porta al secondo tema, la pedofilia.

John Jorissen è professore di filosofia in un college americano e sta scrivendo un saggio su Baruch Spinoza. Ma dietro una vita regolata e repressa nasconde una colpa sepolta da anni. Il ritorno della persona che ne fu vittima lo trascina in una crisi di desiderio, rimorso e resa dei conti morale.

Un teorema filosofico traslato in film. Qualcosa che riguarda la natura umana. Siamo come siamo? siamo come nasciamo o cambiamo? Cosa può farci cambiare? Un film formalmente perfetto e rigoroso, e filosoficamente interessante.

E con Primetime di Lance Oppenheim arriviamo all’incontro tra media e pedofilia. Ispirato ad una controversa pagina di televisione americana, il film esplora la zona d’ombra tra giornalismo investigativo, spettacolo e giustizia. Nel 2006 il giornalista Chris Hansen, conduttore di “To catch a predator”, inizia dare la caccia a potenziali pedofili addescati su internet. Attirati in una casa, vengono affrontati dal giornalista e davanti alle telecamere consegnati alla polizia.

Il successo, la popolarità, lo scandalismo, i ricatti, la concorrenza, le aspirazioni dei protagonisti, tutto è centrifugato in un film vorticoso e denso al punto di non lasciare impressioni forti e definite. Sembra un po’ tutto un incubo, un serpente che si mangia la coda. E in definitiva c’è solo da consolarsi che da noi questa tv ancora non sia arrivata. Anche se a volte ci siamo molti vicini.

"Wild Horses 9"

A risollevarci da queste miserie per fortuna c’è Wild Horses 9 di Martin McDonagh. Cosa succederebbe se un veterano agente della CIA, in Cile nell'estate del 1973, cominciasse ad esprimersi liberamente sulla sua identità, il suo ruolo, il senso della sua presenza lì e il suo passato con le persone che incontra o registrando tutto su nastro? Così disinibito, rincitrullito e inacidito dalla prossima fine vita, il nostro agente Chris (John Malkovich, da coppa Volpi subito) va a fare un’ultima gita a Rapa Nui, con il collega Lee e con un progetto in testa. Non tutto fila come deve andare perché la paranoia intrinseca ai servizi segreti complica e sorprende i due arroganti, violenti, sboccati, protagonisti dal cervello di cowboy e il comportamento da rapinatori.

Potrebbe essere tutta una parodia, anche già vista, ma la straordinaria interpretazione dei due protagonisti, i dialoghi serrati, volgari e cinici, danno grana e sapore a un film divertentissimo e amaro. Tra questi citiamo quello della fenomenale teoria del formaggio (di più non si può dire), e quello sulla necessità di sterminare poliziotti, soldati e i bambini che vogliono fare i poliziotti. Per quanto inutile, perché tanto vinceranno sempre loro: gli Usa, la Cia... e la loro prevaricante arroganza.

Da non perdere.

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