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QT n. 9, settembre 2026 Rubriche: Risiko

Settembre 2026: quale futuro ci aspetta?

Ormai siamo a una guerra mondiale, seppur non dichiarata

Questo settembre 2026 non si preannuncia bene. Tutti i problemi presenti all’inizio dell’estate sono ancora sul tavolo: dalla ormai annosa guerra ucraina al più recente conflitto intorno al Golfo Persico, dalla crisi politica e morale dell’Occidente euro-americano alle nubi che si addensano sul sistema finanziario internazionale. Problemi intrecciati in realtà, come è facile intuire anche se analiticamente conviene distinguerli.

Potremmo cominciare dall’ultimo punto, la crisi del sistema basato sul dollaro e la grande finanza internazionale di marca anglofona, una crisi ormai sistemica e che i media ufficiali tendono – per non allarmare i mercati e i consumatori - a nascondere o a minimizzare. Due o tre cifre dicono tutta la gravità del problema: il debito pubblico americano arrivato in questi giorno a toccare la soglia dei 40 trilioni di dollari, ovvero 40 mila miliardi di dollari, una cifra astronomica che si scrive con un 4 seguito da 13 zeri; il tasso d’interesse pagato ai detentori di buoni del tesoro decennali (i treasuries) emessi dalla banca centrale degli USA, che sta viaggiando verso il 5%, una soglia-limite che pare sia anche stata superata nelle ultimissime emissioni e che, secondo vari analisti, costituisce, se si stabilizzasse, il punto di rottura del sistema ovvero il suo collasso. Si pensi che già ora la somma degli interessi pagati annualmente dal Tesoro americano è superiore alla spesa complessiva del ministero della Difesa USA che amministra le forze armate più grandi (e costose) dal mondo; infine, il prezzo del barile di petrolio viaggia oltre il 130 dollari, con la guerra Iran-USA che non si ferma e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz che non lascia ben sperare. Si osservi che il prezzo della benzina alla pompa è ancora relativamente contenuto, poco sopra i due euro in Italia; ma negli USA è praticamente raddoppiato dall’inizio della guerra nel Golfo Persico arrivando a 4,5 dollari al gallone e non accenna a diminuire. L’uso delle scorte e riserve di carburante ha finora contenuto l’esplosione del prezzo dei carburanti. Ma le riserve mondiali di benzina si stanno esaurendo negli USA e altrove; e ormai si parla di settimane, o al più di un mese secondo gli ottimisti, prima di raggiungere il fondo. Il rischio è la scarsità improvvisa e drammatica di carburante per aerei, navi e camion, come a dire: la struttura portante dei trasporti mondiali.

Il blocco irano-americano di Hormuz e gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno ridotto drasticamente anche la disponibilità di gas usato per riscaldamento e per far funzionare le centrali termo-elettriche. Pare che solo la Cina oggi abbia immagazzinato abbastanza riserve per poter resistere almeno qualche mese.

Ulteriore problema legato al calo di fiducia nei treasuries americani: nel timore di un crollo finanziario che farebbe impallidire la crisi del 2008, molti paesi si stanno liberando dei buoni del tesoro americano seguendo l’esempio della Cina, che in dieci anni è passata dal detenere circa 1300 miliardi di dollari in treasuries a metà: 650 miliardi. Ulteriore segnale allarmante: i Paesi Bassi hanno da marzo a oggi ridotto le loro riserve auree depositate a New York dal 31 al 18%, portandole a Londra e spiegando senza troppi giri di parole che così “possiamo avervi accesso più velocemente in caso di crisi" (tradotto: chi ci garantisce che gli USA ci consentano di riprenderci l’oro senza frapporre ostacoli in caso ne avessimo bisogno?). A titolo d'informazione, l'Italia mantiene a New York il 40% circa delle sue riserve auree...

Uno scenario che cambia

La crisi ucraina, sommandosi a quella nel Golfo Persico improvvidamente innescata dal duo Trump-Netanyahu, ha fatto precipitare tendenze di lunga data che portano verso un esito ormai chiaro: la fine della supremazia economica e finanziaria americana e il passaggio da un mondo unipolare a un mondo in cui più attori competono, a partire da Cina, India e Brasile, i tre paesi che con la Russia di Putin costituiscono il nerbo dei BRICS, divenuto ormai il vero contro-potere economico e geopolitico emerso in questi anni. Com'è noto, i BRICS hanno imbarcato altri paesi tra cui Iran e Indonesia, paesi musulmani di primo livello, costituendo l’Iran con i suoi 93 milioni di abitanti e l’Indonesia con circa 286 milioni, rispettivamente il paese sciita e il paese sunnita più popoloso del Mondo. I BRICS oggi hanno dieci paesi membri (i sei nominati più Egitto, Etiopia, Emirati e Sudafrica), ma hanno una ulteriore ventina di membri con lo status di associati o osservatori, e altre decine ancora in attesa di entrare.

Quale la ragione di questo successo? Tra le molte diremo solo che questi paesi si sono spaventati dopo le azioni americane di sequestro di conti correnti e altri beni ai danni di paesi come Russia, Venezuela, Cuba, Iran, Siria, Yemen e via dicendo; hanno compreso che essere sgraditi a Washington può comportare la perdita, da un giorno all'altro, dei propri fondi depositati in banche americane e non solo sanzioni commerciali che colpiscono praticamente tutte le transazioni in dollari che passano attraverso il sistema di pagamenti SWIFT controllato dagli USA. I BRICS hanno offerto loro una via alternativa sia dal punto di vista della valuta commerciale sia di quello bancario e del sistema di pagamenti.

Con grande scorno del governo USA i paesi BRICS tra loro e con paesi terzi commerciano sempre più usando le valute nazionali (o lo yuan cinese come sostitutivo del dollaro); la Cina offre anche con il sistema CIPS una alternativa efficiente allo SWIFT. Infine i BRICS hanno da anni una Banca Internazionale che concede prestiti ai paesi membri senza le condizioni capestro che talora sono imposte dalle banche internazionali influenzate o controllate dagli USA.

Il problema della perdita di fiducia nel dollaro e nelle istituzioni finanziarie americane si somma però a un problema più vasto, quello della credibilità morale dell’Occidente. Potremmo dire che l’Occidente euro-americano ha perso definitivamente la sua innocenza a Gaza, voltando la testa dall’altra parte di fronte ai massacri continui e al genocidio dei civili palestinesi operato dallo stato d’Israele; di più, gli USA e qualche stato europeo hanno in varia misura sostenuto con la vendita di armi e munizioni l’azione dell’esercito israeliano. La palese adozione del principio dei due pesi e due misure nel trattamento dell’invasione russa dell’Ucraina da un lato e, dall'altro, dei massacri operati dalle forze armate israeliane non solo a Gaza e in Cisgiordania, ma anche durante l’invasione del Libano e della Siria, hanno distrutto la credibilità morale dell’Occidente, che si voleva patria del diritto e difensore dei diritti umani nel mondo. I paesi retti da regimi autoritari come certamente sono la Cina, la Russia, l’Iran e per certi aspetti anche la Turchia, appaiono oggi nell'ex Terzo Mondo, moralmente meno censurabili degli USA di Trump o dell’Israele di Netanyahu. Soprattutto il diritto che USA e Israele si sono autoattribuiti di somministrare punizioni collettive a intere popolazioni ha fatto cadere ogni residuo dubbio sulla “moralità” dell’Occidente.

Ma – apriamo una parentesi - non si tratta di una novità. Le punizioni collettive sono una specialità di europei e americani se solo si scorre un semplice elenco di barbarie criminali compiute ai danni dei popoli di mezzo mondo, anche solo negli ultimi cento anni. Partiamo dalla grande carestia indotta dal comando militare britannico in Iran che negli anni 1917-19 fece requisire o acquistare interi raccolti di grano per le esigenze delle proprie truppe d’occupazione, al contempo proibendo l’importazione di grano dall’India britannica o dalla Mesopotamia (controllata dagli inglesi) che avrebbero potuto salvare, secondo le stime, da 5 a 9 milioni di iraniani morti per fame e malattie conseguenti (FONTE: Mohammed Gholi Majd, The Great Famine and Genocide in Persia, 1917–1919, University Press of America. 2003 ); il massacro per fame di milioni di kulaki, ovvero piccoli agricoltori indipendenti, nella Russia stalinista (questa due tragedie secondo gli storici avrebbero superato per numero di vittime l'Olocausto perpetrato dai nazisti con l’attiva collaborazione di fascisti di ogni paese, dall’Italia all’Ucraina di Anton Bandera); il genocidio di milioni di lavoratori congolesi costretti al lavoro in condizioni disumane nell’ex Congo Belga, su cui il parlamento belga indagò soltanto a massacro ultimato; la morte per fame e malattie di civili irakeni sottoposti a un regime di punizione collettiva dopo le guerre contro Saddam, attraverso sanzioni americane che impedirono per anni l’arrivo non solo di derrate alimentari ma anche di medicine essenziali per le puerpere e i neonati, il che portò secondo una valutazione prudente ad almeno mezzo milione di morti tra categorie deboli come bimbi, donne e anziani.

Non stiamo dicendo naturalmente che solo gli europei e gli americani si sono macchiati di massacri e genocidi, come sappiamo dalla storia di massacri orribili come quello degli armeni ad opera dei turchi, della popolazione cinese di Nanchino ad opera dei giapponesi, dei cambogiani di Pol Pot, dei comunisti indonesiani di Suharto, e i massacri tribali in Ruanda e più di recente in Sudan. Ma certo l’Occidente bianco euroamericano ha perso da tempo il diritto a ergersi a campione dello stato di diritto e difensore integerrimo dei diritti umani più elementari: alla vita, al cibo, alle cure per non parlare dei diritti civili. È un vizio antico, peraltro: vantarsi di avere fondato la civiltà giuridica con il diritto romano e la Magna Charta non ha impedito sin dal medioevo i ricorrenti pogrom anti-ebraici, il genocidio degli indios del Centro America da parte degli spagnoli o degli indiani da parte dei bianchi del Nord America. Questo nostro Occidente, oggi imbarbarito e in mano a una classe politica dalla moralità tristemente mostrata negli Epstein Files, è davvero l’ultimo a poter pensare di salire sul pulpito e pontificare ancora in materia di democrazia e di diritti umani.

Un unico fronte: da Kiev al Golfo

Tornando alle due guerre che hanno fatto precipitare la situazione economico-finanziaria mondiale, osserveremo che il fatto nuovo è stato l'attacco di droni ucraini a luglio a una nave che trasportava merci e/o munizioni sul Caspio dalla riva russa a quella iraniana. Benché gli ucraini (su intimazione di Trump) si siano affrettati a scusarsi con Teheran parlando di un errore, è apparso chiaro agli analisti che questo tentativo di interferire con il commercio Russia-Iran sul Caspio - una via di commercio vitale per l'Iran, stante il blocco di Hormuz e il contro-blocco americano - si inserisce in una tendenza alla saldatura tra i due fronti: quello ucraino e quello del Golfo Persico.

In sostanza c'è ormai un fronte unico che va da Kiev e Mar Nero fino all'Iran e al Golfo Persico inglobando il Mar Caspio e il Mar Rosso. Da un lato ci sono Ucraina e Israele con americani e europei a sostegno militare e finanziario; dall'altro combattono Israele e USA contro l'Iran e i suoi alleati (Hezbollah libanese, milizie irakene, gli Houthi dello Yemen) col sostegno militare e tecnologico di Cina e Russia.

È ormai una guerra mondiale? Potremmo dire che lo è, sia pure non dichiarata. E noi europei siamo dentro entrambi i fronti: anzi, dentro fino al collo sul fronte ucraino e, per ora, in panchina nella partita più grossa, quella del controllo dello Stretto di Hormuz sul Golfo Persico e dello stretto di Bab El Mandeb sul Mar Rosso (dove esiste per ora una piccola squadra navale europea, in origine mandata in missione contro i pirati somali, e poi riciclata per contenere i temibili Houthi, ma che, fallendo la seconda missione, ha badato soprattutto a evitare di finire sotto i missili yemeniti). Sul piano militare l'Iran coi suoi missili ipersonici guidati dai satelliti cinesi ha vinto (per ora) la partita, distruggendo le basi americane nel Golfo e mantenendo il controllo su Hormuz. Al di là di poche sia pure violente recenti scaramucce, la guerra aperta si è in sostanza fermata perché Trump non può affrontare le elezioni di mid-term con una guerra in corso. È un Tramp umiliato dal fallimento della guerra e dei suoi obiettivi: dal mancato cambio di regime che a Teheran è uscito persino rafforzato, allo smantellamento dell’industria nucleare iraniana di cui neppure si parla più. L’obiettivo ora è ripristinare la libera circolazione del traffico navale a Hormuz, che l'Iran peraltro aveva garantito fino all'inizio dell’aggressione israelo-americana.

Che succederà dopo queste elezioni, e la prevedibile sconfitta dei Repubblicani? I vertici del partito lasceranno ancora al suo posto un presidente sconfitto due volte, nella guerra e nelle elezioni, che era giunto perfino a minacciare di ridurre l’ Iran “all’età della pietra" (minacciando una ennesima punizione collettiva tipo Hiroshima)?

In tanti, negli USA e nel resto del mondo, si augurano di no.

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