Lases, un lago da salvare
Nella storia recente il lago di Lases ha rischiato grosso per ben due volte; fino ad ora possiamo dire che è andata bene, oggi però l’incuria da decenni delle amministrazioni comunali succedutesi e il disinteresse di quella provinciale potrebbe determinarne la morte lenta ma irreversibile.
La prima volta fu verso la fine degli anni ‘70 del secolo scorso che si presentarono le avvisaglie di sofferenza, poi acuitesi fino a determinare una atrofizzazione delle acque profonde (oltre i 10 metri) con conseguente moria dei pesci che vivono sui fondali: tinche, carpe e coregoni. Ricordo che la profondità massima del lago raggiunge i 32 metri, tanto quanto è alto il solitario campanile rimasto solo nella piazza del paese dopo l’abbattimento e lo spostamento della chiesa alla fine dell’800.
Nel 1983, dopo denunce e richieste supportate da raccolta di firme, la Provincia intervenne realizzando un sistema di drenaggio delle acque profonde mediante vasi comunicanti.
Il sistema, realizzato su indicazione del noto limnologo Alvise Vittori, che funziona per gravità e quindi senza alcun consumo di energia, consentì nel giro di alcuni anni di risanare il lago, assediato dalle discariche prodotte dall’attività estrattiva del porfido. Inutile ricordare che tale intervento fu reso possibile dalla sensibilità dell’allora assessore provinciale all’Ambiente, nonché vice presidente della Giunta, il compianto Walter Micheli (al quale si deve anche l’istituzione del biotopo comprendente la porzione meridionale del lago fino alla palude degli ‘Sfondrioni’).
La seconda volta fu nel 1998-99, quando ben 5 milioni di metri cubi di materiale porfirico iniziarono a scivolare in basso dal soprastante versante del Monte Gorsa; era il movimento franoso dello Slavinac, determinato da attività di cava condotta in spregio ai piani autorizzati e alle stesse prescrizioni del Servizio minerario. La ricerca del profitto ad ogni costo rischiò di far scomparire per sempre il lago e le sue acque (2,5 milioni di metri cubi) e di cancellare l’abitato di Lases con un’onda (effetto Vajont) che avrebbe potuto avere conseguenze disastrose anche per l’abitato di Lavis, visto che si sarebbe poi riversata nel torrente Avisio.
Anche stavolta un comitato locale (al quale non mancò di collaborare lo stesso Walter Micheli, ormai da semplice cittadino) riuscì a indurre la Provincia ad intervenire, nonostante il Comune occultasse sistematicamente il rischio, con un intervento di messa in sicurezza del versante costato alla comunità trentina ben 8 milioni di euro, senza perseguire in alcun modo i responsabili (imprenditori e amministratori locali).
Oggi ci troviamo di fronte nuovamente al disinteresse dell’Amministrazione comunale così come alle risposte evasive da parte dell’assessorato provinciale competente che, pur ammettendo candidamente che quel sistema di sifonaggio realizzato nel 1983 è occluso, non ritiene necessario alcun intervento per il suo ripristino. Per questo il Coordinamento Lavoro Porfido, del quale sono portavoce, in virtù di uno dei suoi obiettivi statutari (tutela ambientale e vivibilità dei paesi della zona del porfido), ha avviato una raccolta di firme e, con la presente, rivolge un appello alla Pro Loco e all’Associazione pescatori dilettanti affinché sostengano fattivamente tale iniziativa.