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QT n. 12, dicembre 2023 L’editoriale

La vittoria della gentilezza

Perché Sinner piace, e perché é importante

“Allora organizziamo un doppio per questo pomeriggio?

Noo... preferisco vedere in campo quel ragazzino sudtirolese...”

Ma da quando in qua noi, invece di giocare, andiamo a veder gli altri che giocano? Come quelli che invece di fare sesso guardano i porno?

Ti sbagli, questo ragazzino è speciale: per come gioca, e per come è lui, fuori dal campo”.

Ed era proprio così. Nel febbraio di quattro anni fa, all’Ata Battisti che organizzava un torneo Future (cioè per professionisti di seconda-terza fascia, che navigano dal trecentesimo posto in giù nelle classifiche), tutti noi, volonterosi appassionati della racchetta, rimanemmo affascinati da quel ragazzino. Per il suo gioco fulminante, per la sua adulta capacità di tener duro anche di fronte ai match point dell’avversario; ma soprattutto per come si comportava, anche negli spogliatoi: sorridente, gentile, aperto.

Molti suoi colleghi si ritenevano su un altro pianeta rispetto a noi (che ricambiavamo: ma cosa credono questi poveracci, uno su mille ce la fa, gli altri sono destinati a trovarsi a 35 anni senza niente in mano). Lui no, interloquiva con piacere, con il suo bel sorriso tranquillo e sincero.

Ecco, ancora oggi, quattro anni dopo, questo è Jannik Sinner. Ha implementato il suo gioco, serve a 200 all’ora, ha strapazzato il povero De Minaur che pur dodicesimo al mondo negli scambi faceva viaggiare la palla mediamente a 20-30 kmh in meno, ha ampliato il suo bagaglio tecnico (gioco al volo, top spin difensivo, back spin, smorzata) è cresciuto muscolarmente. Ma ha ancora stampato sul viso quel bel sorriso, indice di sicurezza, serenità, apertura agli altri.

Dopo aver battuto il mostro Djokovic in due partite di rara intensità tecnica e agonistica, non si è messo a gioire scomposto buttandosi per terra, si è semplicemente incamminato verso la rete, abbracciando con il suo sguardo sereno il pubblico festante e l’avversario sconfitto. “Mi rendo conto di essere un privilegiato: faccio quello che mi diverte, giocare ed allenarmi, prendo tanti soldi, ho tanti sostenitori. Dico grazie a tutti per questo”.

È il trionfo non solo della serietà e dell’impegno, ma anche della gentilezza. Confidiamo che possa essere un esempio per tutti. Si può lottare allo spasimo, e rispettare gli altri. Si può avere successo, eppure non montarsi la testa, vederne i limiti, rimanere umili (“Le vacanze di Natale? Vado con gli amici di sempre, a sciare sulle montagne di casa”).

Si può volere la vittoria con tutto te stesso, ma disdegnare l’italica furbizia (le Finals le avrebbe vinte se avesse seguito i suggerimenti “tattici” dei soliti furbi, perdere con Rune così da eliminare a tavolino Djokovic).

È per questo che riteniamo positiva e importante la Sinner mania. Perché legata alla rivalutazione di valori come cortesia, correttezza, consapevolezza dei (propri) limiti. In un mondo basato sull’eliminazione dell’altro: nel tennis non c’è pareggio, a ogni incontro uno vince e l’altro perde, e alla fine ne resta uno solo. E dei professionisti, i primi hanno tutto e di più, quelli oltre la centesima posizione si troveranno con la vita tutta da ricostruire.

Per questo colpiscono ancor di più le caratteristiche che avevamo intravisto, in un affollato spogliatoio, nel diciassettenne Jannik, e che avevano ammaliato noi, vecchi marpioni non più facilmente entusiasmabili.

È un’ottima notizia. Se a colpire il cuore della gente non sono i valori – spregiudicatezza, cinismo, violenza verbale o peggio - richiesti dalla competizione sfrenata, ed esaltati nelle serie tv, forse non tutto è perso nella nostra società.

Poi ha ragione Aldo Cazzullo. Il personaggio sarebbe completo se rinunciasse alla residenza nel paradiso fiscale di Montecarlo e conseguente elusione. È un sogno, ha scritto Cazzullo. Ha ragione. Per intanto accontentiamoci di questa non perfetta realtà.

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