Ora sappiamo che la mafia in Trentino c’è
Cembra: l’incredulità della gente e le vanterie del sindaco Giacomelli
C’è incredulità nei bar dei paesi della zona del porfido, ad Albiano, Fornace, Baselga di Piné e, infine, Lona-Lases si mormora e ci si meraviglia che effettivamente “Perfido” non sia stato uno scherzo carnevalesco, nonostante proprio a carnevale sia giunta la conferma da parte della Cassazione delle sentenze di condanna in appello comminate a 8 persone processate in Corte d’Assise a Trento. Proprio nelle ultime giornate di carnevale è stata eseguita la sentenza con la traduzione in carcere dei condannati, smentendo definitivamente la vulgata che voleva fosse tutto uno scherzo (anche se ci sarà ancora chi affermerà che i carabinieri venuti ad accompagnare in carcere Giovanna Casagranda erano delle maschere di carnevale).
Ora però le preoccupazioni stanno assalendo anche molti di quei baldanzosi che sono stati, nel corso degli anni, in rapporti di varia natura con i condannati per associazione mafiosa, dalle cointeressenze in attività economiche (a partire dall’affare Camparta con i cugini Odorizzi) fino alle cordate elettorali che a Lona-Lases hanno fruttato loro lo scranno di primo cittadino.

Sono ben tre, infatti, i sindaci che nel corso degli anni hanno goduto dell’appoggio di alcuni condannati: Roberto Dalmonego, Mara Tondini (attuale vice sindaca) e Marco Casagranda (che volle Giuseppe Battaglia nel ruolo di assessore esterno alle cave), distintosi per la pubblica difesa dell’operato dei fratelli Battaglia impegnati, a suo dire, per “il bene del paese” (lettera all’Adige del 22 marzo 2017). Unitamente a tale Franco Bertuzzi (lo si ricorderà fare da tramite fra il Mustafa e il mar. Dandrea durante il pestaggio di Hu XuPai), risultato sempre in stretto contatto telefonico con Nania, già detenuto per estorsione nei confronti dei lavoratori e tra i condannati in via definitiva per reato associativo, tutti questi signori sono stati fin qui impegnati a propalare interpretazioni tese a sminuire quanto emerso in sede d’indagine.
Ora che è giunta la sanzione definitva in sede giudiziaria a loro non rimane altro che il silenzio, ritrarsi nell’ombra cercando di cancellare ogni traccia della loro presenza dal quadro di queste vicende, lasciando che siano altri a pronunciare trionfalistiche dichiarazioni che li mettano al riparo, se non da conseguenze giudiziarie almeno da quel giudizio morale sui loro comportamenti che sarebbe lecito aspettarsi da una comunità capace di reagire. Un giudizio morale che sarebbe un atto dovuto anche nei confronti di coloro che oggi sono chiamati a pagare col carcere comportamenti che, nei decenni trascorsi, sono stati incentivati da noti personaggi locali (trentini doc) al fine di soddisfare le loro ambizioni di ricchezza e/o potere.
In questo senso vanno lette le trionfalistiche dichiarazione del sindaco furest (e proprio perché forestiero scusabile, agli occhi delle persone del posto, in merito alla sua presunta ignoranza in merito a tutto questo) avv. Antonio Giacomelli quando afferma che “questa situazione è stata affrontata e risolta, grazie alla magistratura e agli inquirenti”.
Alla magistratura e agli inquirenti va certamente rivolto un sincero apprezzamento, tuttavia occorre pure considerare i coinvolgimenti di magistrati, persone delle istituzioni (Forze dell’Ordine comprese) e, a vario titolo, rappresentanti politici di diverso colore, in questa vicenda, a tal punto da conferirle una dimensione che va ben al di là di Lona-Lases e della stessa zona del porfido, come tutti vorrebbero farci credere. Non è un caso che il sindaco Giacomelli dimentichi di dire che deve ancora prendere l’avvio in Tribunale il secondo troncone processuale relativo all’inchiesta “Perfido, nel quale sono alla sbarra politici e carabinieri. In tale processo, che prenderà le mosse il prossimo 10 aprile, è chiamato a rispondere di voto di scambio politico mafioso nientemeno che un suo predecessore sullo scranno di primo cittadino del comune di Lona-Lases; quel Roberto Dalmonego che ha fatto una discreta collezione di cariche, passando da comandante dei VVFF locali a sindaco eletto per ben tre volte a partire dal 1995 e nel contempo ricoprendo l’incarico di ispettore distrettuale dei VVFF, a presidente dell’Asuc di Lases.
Scurdammoce ‘o passato?
Certamente Giacomelli ha ragione quando afferma che i condannati “erano parte integrante della politica locale”, perciò dovrebbe essere consapevole dell’intreccio di interessi che per decenni ha dominato e si è radicato in zona. Ma forse da furest ignora che delle compagini amministrative precedenti, sostenute attivamente da alcuni oggi condannati per associazione mafiosa, facevano parte anche consiglieri comunali della sua maggioranza e pure membri importanti della sua attuale Giunta; soggetti che in questi anni non hanno mai manifestato alcuna presa di distanza da quelle compagini amministrative, non perdendo mai l’occasione di denigrare coloro (come l’ormai ex segretario comunale dott. Marco Galvagni) che segnalavano le anomalie e le opacità che contraddistinguevano l’operato di quelle amministrazioni. Forse per questo l’avv. Giacomelli afferma che quanto avvenuto nei decenni trascorsi è da attribuire ad impreparazione o disattenzione, ma se si legge attentamente la sentenza confermata in Cassazione l’impressione che se ne ricava è ben diversa.

Certamente il comune cittadino, come il sottoscritto, era impreparato a cogliere certi segnali, ma la disattenzione era ben coltivata, così come l’indifferenza verso il prossimo e il bene comune. Tuttavia coloro che hanno stabilito relazioni e cointeressenze sul piano economico e/o politico-amministrativo con soggetti legati alle cosche mafiose, lo hanno fatto scientemente, perseguendo con ciò i propri interessi e infischiandosene altamente del danno derivante alla comunità o ai lavoratori! Non dimentichiamo che uno degli effetti è stato il degrado delle condizioni di lavoro nel settore del porfido, acclarato dal secondo capo d’imputazione confermato dalla Cassazione e relativo allo sfruttamento dei lavoratori. Sfruttamento, al limite della riduzione in schiavitù, avvenuto grazie a vari fattori dipendenti da più soggetti, a partire dall’acquescenza sindacale per finire con le inadempienze delle amministrazioni locali nel recepire quanto era disposto nella L.P. 7/2006 in materia di tutela occupazionale, passando per i mancati controlli in merito al rispetto dei disciplinari di concessione e la disintegrazione dei consorzi dei produttori di porfido in favore delle holding facenti capo a potenti famiglie o cordate imprenditoriali tra le stesse.
Eppure, lo scorso 24 febbraio, in occasione della consegna ai giovani diventati maggiorenni negli anni 2024, ‘25 e ‘26 (presso la sala consiliare e alla presenza del presidente del Consiglio provinciale Soini, del parroco, dei Carabinieri, dei VVFF volontari, dei presidenti Asuc e dei dirigenti dell’associazionismo locale, dalla Pro Loco agli Alpini passando per il Comitato anziani), il sindaco ha affermato che “in passato ci sono stati dei problemi, ma sono stati risolti, superati”, come se il secondo troncone processuale fosse ormai cosa superflua ai fini dell’accertamento di quanto accaduto. E, peggio ancora, espungendo dalla comunità come corpi estranei coloro che fin qui sono stati condannati, limitando ad un gruppo di calabresi la responsabilità di quanto avvenuto e, oltretutto, dimostrando totale disinteresse per la sorte di cittadini che stanno per iniziare un lungo e sicuramente non facile periodo di detenzione.
Ma finché non si farà luce sugli aspetti sopra evidenziati e sui soggetti che ne sono stati protagonisti, erigendo a paravento un associazionismo che in questi anni è stato del tutto incapace di promuovere la benché minima iniziativa per contrastare l’indifferenza verso tutto ciò, ogni affermazione trionfalistica mi sembra fuori luogo.
La miglior sintesi della situazione venutasi a creare nella zona del porfido, ritengo ci venga fornita dallo sfogo personale della dott.ssa Debora Sartori (che affiancò in qualità di segretaria comunale il dott. Federico Secchi, nominato commissario straordinario del comune dal 14 giugno 2021 al 17 novembre 2022), nell’ambito di una vicenda finita davanti al Gip lo scorso 18 febbraio in seguito ad un esposto del Comitato Lavoro Porfido. Allegata ad una memoria difensiva, compare infatti una e-mail (indirizzata al Servizio Minerario nell’estate 2022) della dott.ssa Sartori, nella quale, tra le altre cose, si legge: “Possibile che sia sempre il Comune a dover provvedere a fronte di operatori del porfido assolutamente abituati a fare ciò che gli pare?”.
Ora, a prescindere da quella specifica vicenda, devo ringraziare pubblicamente la dott.ssa Sartori per il suo verace giudizio: “operatori del porfido assolutamente abituati a fare ciò che gli pare”: questo è stato indubbiamente il fertile terreno nel quale la ‘ndrangheta ha affondato le sue radici! Terreno che non è certo venuto meno, nonostante le rassicurazioni di Giacomelli.