Cuba: il momento più difficile
Ai problemi di sempre si sono aggiunti il progressivo venir meno dei pochi paesi amici e le nuove minacce americane.
Cuba è l’isola più grande dei Caraibi e quando la sentiamo nominare pensiamo a vacanze, relax, sole, mare e mojito. La perla dei Caraibi sta invece attraversando il momento più difficile della sua storia, ed è solo a causa della recente cattura di Maduro che è tornata sotto i riflettori internazionali, che però non spiegano nel dettaglio come i cubani siano costretti a vivere per la maggior parte del tempo senza acqua corrente, senza corrente elettrica, senza farmaci e senza prodotti di prima necessità quali riso, fagioli o assorbenti.
Capire Cuba è difficile: bisogna conoscere la storia e la geopolitica della Guerra Fredda, le dittature di destra e di sinistra che hanno ciclicamente caratterizzato e tuttora caratterizzano l’America Latina e che ne forgiano alleanze e antipatie, le dimostrazioni di forza degli onnipresenti Stati Uniti, gli ideali delle vecchie generazioni che cozzano con la realtà di un presente schiacciato dalla povertà e dalla bancarotta di Stato.

Ma iniziamo dal XX secolo: l’ordine mondiale post Seconda Guerra Mondiale vede il mondo diviso tra blocco capitalista e blocco comunista. È in questo scenario che un rivoluzionario cubano di nome Fidel Castro guida la rivoluzione socialista, iniziata nel 1953 con l’attacco contro la caserma Moncada di Santiago de Cuba e conclusasi l’8 gennaio 1959 col trionfale ingresso all’Avana e la proclamazione del socialismo sull’isola. È una vittoria inaspettata, l’esercito ribelle sconfigge il governo, considerato corrotto e sostenuto dagli USA. È il momento in cui si interrompono tutte le relazioni diplomatiche tra Cuba e gli Stati Uniti, interruzione tutt’oggi in corso e scalfita solo brevemente a marzo 2016 da una visita del Presidente USA Barack Obama, in un tentativo di distensione politica ed economica caduto nel vuoto e non cavalcato dai successivi Presidenti USA, Biden incluso.
L’inesistenza di rapporti diplomatici tra i due Paesi è dovuta anche al bloqueo, cioè l’embargo imposto nel 1960 da Eisenhower e rafforzato nel tempo, soprattutto nel 1962 dall’allora Presidente Kennedy, che impose un embargo totale contro l’isola. Il bloqueo è tutt’oggi in vigore e, nonostante sia oggetto di moltissime critiche e condanne da parte della comunità internazionale e dell’ONU, rimane di fatto in essere, impedendo ai cubani l’accesso a merci e istituti di credito internazionali. Tutte le carte americane a Cuba sono bloccate e gli espatriati che vogliono inviare rimesse e beni ai propri cari sull’isola devono affrontare una corsa a ostacoli dai costi esorbitanti.

Cuba ha sempre ovviato all’avversità congenita al capitalismo alleandosi con il blocco socialista: fino al 1989 l’Unione Sovietica comprava lo zucchero a dieci volte il prezzo reale di mercato. La caduta dell’URSS, però, mise in ginocchio l’economia dell’isola e generò il primo grande esodo dei balseros, ovvero i cubani che cercavano di raggiungere Miami con zattere (balsas) e altre imbarcazioni di fortuna. È l’inizio della formazione della comunità dissidente critica di Fidel, bollata dal regime come contrarevolución.
Nonostante la caduta dell’Unione Sovietica Cuba è sempre rimasta fedele ai Paesi socialisti, Russia, Cina, Venezuela e Corea del Nord in primis. È dalla Cina che arrivano autobus e automobili (le uniche sull’isola oltre alle auto americane degli anni ’50 tenute in vita dall’ingegnosità cubana), dalla Russia arrivano (pochi) generi alimentari e dal Venezuela, fino alla recentissima cattura di Maduro, il petrolio.
La dottrina di Stato predica uguaglianza e uguali diritti per tutti. Il governo, attraverso i cosiddetti módulo e libreta (gli equivalenti della tessera annonaria dei paesi sovietici), dovrebbe distribuire riso, fagioli e beni di prima necessità a tutti i suoi cittadini. Tutti hanno, o meglio, dovrebbero avere diritto a istruzione e sanità gratuita: Cuba ha di fatto vissuto anni con tassi di analfabetismo e mortalità infantile tra i più bassi al mondo, persino più bassi di molti Paesi occidentali.
La lunga lista delle difficoltà

La realtà di oggi però è ben diversa da questa congiuntura, tanto accattivante quanto utopica. È difficile fornire un quadro preciso della situazione perché il governo non rilascia dati ufficiali, ma l’economia è al collasso e lo Stato è in bancarotta: dal primo al terzo trimestre del 2025 il PIL ha registrato una contrazione del 4% (ultimo dato disponibile), l’89% dei cubani vive in condizioni di estrema povertà con meno di $ 1,90 al giorno (fonte: Osservatorio Cubano dei Diritti Umani), l’agricoltura è ai minimi storici a causa della mancanza di fertilizzante e combustibile, in molte regioni la popolazione vive senza corrente elettrica per venti ore al giorno di media, mancano i medicinali per contrastare le epidemie di dengue, zika e chikungunya (malattia virale trasmessa dalle zanzare). Io stessa nel 2023 non sono riuscita a trovare, nemmeno al mercato, nero.una siringa di cortisone di cui avevo necessità,
Un altro aspetto preoccupante è l’esodo di massa: il demografo Juan Carlos Albizu Campos stima che circa 2,7 milioni di cubani abbiano abbandonato l’isola dalla pandemia Covid-19. In assenza di dati ufficiali si possono solo incrociare statistiche migratorie: i dati USA hanno registrato l’arrivo di circa 1,5 milioni di cubani negli ultimi 2 anni. Significa che Cuba ha perso un quarto della popolazione, passando da 11 milioni a 8/9 milioni: è un dato tragico, perché chi parte è perlopiù giovane e costituisce la forza lavoro qualificata, l’unica forse in grado di risollevare il destino del Paese.
Il nodo di questa matassa di sofferenza quotidiana è da ricercarsi però nella crisi energetica. Per funzionare normalmente Cuba ha bisogno di circa 110.000 barili di petrolio al giorno, ma ne produce solo 40.000. Il resto dell’approvvigionamento dipende quasi esclusivamente dal Venezuela e dal Messico. L’alleanza storica con il Venezuela si basa, oltre che sull’affinità ideologica, sulla convenienza reciproca: da un lato il Venezuela non esporta praticamente nulla a parte il petrolio, e in cambio Cuba, non essendo in grado di pagare alcun approvvigionamento a causa dell’esclusione da tutti i circuiti finanziari internazionali, fornisce al Venezuela medici, insegnanti, allenatori sportivi e militari (dato sempre smentito dal governo cubano ma confermato dall’uccisione di 32 militari cubani durante l’operazione di cattura di Maduro). Nonostante la solida alleanza stretta tra Hugo Chávez e Fidel Castro però, il Venezuela ha progressivamente ridotto l’invio di petrolio, passando dai circa 100.000 barili al giorno di qualche anno fa a circa 30.000 nel 2025, con minimi di 18.000. Cuba si stava quindi già adattando alla riduzione sistematica, ma di fatto il Venezuela stava finora coprendo più della metà del deficit energetico dell’isola.
Per quanto riguarda il Messico, invece, la compagnia di Stato Pemex ha confermato l’invio di 17.200 barili al giorno da gennaio a ottobre 2025, ma né la Pemex né la Presidentessa messicana Claudia Sheinbaum hanno fornito risposte chiare in merito alle modalità di pagamento da parte dell’Avana, adducendo genericamente che il petrolio viene inviato o in virtù di contratti di natura non meglio specificata, o sotto forma di aiuti umanitari.
Anche il Messico registra un’altissima presenza di personale medico cubano, ma questo scambio finora avvenuto in sordina è improvvisamente stato messo sotto la lente di ingrandimento da parte dell’amministrazione Trump, che ha già minacciato il Messico di ripercussioni “se continuerà a regalare petrolio alla dittatura terrorista dell’Avana” (citazione del repubblicano Carlos Giménez).
Il popolo cubano vive schiacciato tra il peso della lotta per la sopravvivenza quotidiana e l’assoluta mancanza di libertà di pensiero. Il PCC, il Partito Comunista di Cuba, è l’unico partito autorizzato. Non ci sono né ci possono essere altri partiti: non esiste nemmeno un vero movimento di opposizione, perché le persone dissidenti sono emigrate, o meglio sono state costrette a fuggire. Il Movimiento San Isidro, citato anche nella famosa canzone “Patria y Vida” di Descemer Bueno, Gente De Zona e Yotuel Romero pubblicata a seguito delle proteste del 2020, è forse l’unico movimento intellettuale rimasto apertamente critico del regime.
Dissidenti come Anamely Ramos e Omara Ruiz Urquiola, che hanno avuto il coraggio di criticare pubblicamente il governo, hanno pagato un caro prezzo: entrambe hanno perso il posto di lavoro come docenti universitarie e Omara, malata di cancro, ha subìto un pestaggio brutale da parte della polizia durante una protesta. Oggi sono entrambe in esilio e non possono rientrare a Cuba né rivedere le loro famiglie.
La gravità delle condizioni sull’isola durante la pandemia, in particolare la continua mancanza di beni di prima necessità ma soprattutto di elettricità, aveva esasperato il popolo cubano al punto di instillare la forza necessaria per scendere in piazza a protestare contro il governo nonostante la repressione.
La reazione non si è fatta attendere ed è stata durissima: centinaia di arresti, sparizioni, licenziamenti e repressione. Il giorno del lancio della canzone “Patria y Vida”, diventato inno delle proteste, il governo cubano ha deliberatamente tolto la corrente a tutta l’isola per impedire l’ascolto del brano, passato clandestinamente di mano in mano tramite chiavette USB. Tutte le fonti di informazione straniera sono censurate, bollate come contrarevolución e imperialiste.
Chi può fugge, Cuba è una nave che affonda, siamo ormai al “si salvi chi può”. L’imprevedibilità della politica di Trump getta ulteriore incertezza sul futuro dell’isola. Putin è lontano, impegnato sul fronte dell’Ucraina e non pare particolarmente interessato alle sorti dello storico alleato. Il Messico si barcamena tra la sua potenza commerciale e le ormai continue minacce di ritorsioni USA; le sorti del Venezuela sono incerte tanto quanto quelle di Cuba. A livello politico possiamo purtroppo solo attendere le mosse che verranno, come sempre, calate dall’alto, ma a livello umano possiamo e dobbiamo dimostrare solidarietà al popolo cubano, un atto minimo di umanità e di rispetto verso le sofferenze di un’isola tanto affascinante quanto maledetta.