La violenza dello sci
L’ostinazione del modello dello sci alpino è da anni palese: davanti a inverni instabili, si risponde con più artificio. Acqua, energia, infrastrutture e costi vengono spostati altrove. Rivendicare questa continua rincorsa come normalità è una mancanza che rischia di condannare all’immobilismo intere vallate, in un rapporto di malata dipendenza. È ora che il mondo dell’impiantismo dimostri un altro approccio.
Lo sci alpino e la cultura della neve hanno dato moltissimo alle nostre valli: lavoro, competenze, identità, occasioni di incontro, persino un orgoglio condiviso. Proprio per questo, vedere oggi questo mondo incapace di misurarsi con le sfide del presente non ci può lasciare indifferenti. Il punto non è essere contro uno sport. Il punto è riconoscere che un modello nato in un altro clima e in un’altra economia a differenza di molti altri settori in grado di rimettere in discussione
i propri preconcetti si sta irrigidendo, invece di evolvere. Di fronte a inverni sempre più incerti, la risposta dominante continua a essere sempre la stessa: compensare la mancanza di neve naturale con altra tecnologia, altro consumo di energia, di acqua. In questo passaggio lo sci smette di essere un’opportunità e diventa una zavorra, un fardello strutturale che si trascina dietro costi crescenti e una dipendenza economica sempre più manifesta.
La neve artificiale non è neve nel senso in cui la montagna l’ha sempre intesa: è un prodotto industriale. Richiede prelievi idrici, energia, infrastrutture, manutenzioni, bacini, reti. Una logistica che progressivamente si espande, mentre il favore della natura dal quale gli sport invernali dipendono si ritira, anche a causa della forsennata rincorsa a modelli sempre più energivori. Ogni stagione difficile non porta a ripensare qualcosa, ma a rinforzare il passato. Una spirale, nella sua mancanza di creatività e visione penosamente discendente.

A questa dinamica si somma un elemento che molte comunità stanno sperimentando: la crescente concentrazione dei flussi turistici. Un turismo che vive di picchi brevi e intensi tende a mettere sotto pressione servizi, personale stagionale e qualità della vita dei residenti, lasciando poi lunghi periodi di vuoto. È una economia "a scatti", dove l’iper-sfruttamento di poche finestre temporali convive con una fragilità di fondo: basta un inverno anomalo, un rialzo dei costi energetici, una difficoltà idrica, e ciò che sembrava solido mostra crepe immediate. Da opportunità, questi contesti che così tanto hanno plasmato le economie montane si rivelano tigri di carta dalle quali dipendiamo, asfissiando ogni possibilità di immaginare qualcosa di diverso.
In questo contesto continuare a raccontare il valore della montagna quasi solo in termini di indotto e numeri diventa una scorciatoia per non vedere il conto complessivo. Il vero tema non è se un evento porta soldi, ma quale modello economico e territoriale stiamo blindando, con quali costi ambientali e sociali. Ed è qui che certe scelte diventano allucinanti: non tanto per la singola cifra o il singolo investimento, ma per la lucidità con cui si rivendica un successo immediato, mentre i costi vengono spostati altrove, con totale spregio e impunità rispetto a qualsiasi conseguenza.
Lo si vede anche nello sguardo del presidente della Marcialonga Tiziano Romito, che in una recente intervista pubblicata sul quotidiano l’Adige appare accecato dall’idea di tenere in piedi il sistema a ogni prezzo. È uno sguardo che non appartiene solo a lui: è condiviso da molti, perché è lo sguardo tipico di un settore che misura la riuscita guardando solo al breve periodo e che, proprio così, riesce a rendere invisibile ciò che non entra nel bilancio. I prelievi idrici, l’energia, l’occupazione di suolo, la pressione sugli ecosistemi, l’aumento della vulnerabilità complessiva: tutto questo resta fuori dai conti aziendali quindi non interessa né viene dichiarato, ricadendo su comunità, territorio, servizi pubblici, ambiente. È la definizione stessa di esternalità: costi reali, scaricati su altri.
E vale anche per l’altro lato della narrazione, quello "benefico". Quando si dice che lo sci "dà al territorio", spesso si confonde un effetto collaterale positivo con una responsabilità strutturale. Le società non operano come benefattori, ma con logica industriale e di guadagno - com’è normale che sia. Le ricadute positive, quando ci sono, sono esternalità anche loro: non una garanzia, non un patto, non un disegno di sviluppo territoriale. Se fossero una conseguenza strutturale - se cioè il modello fosse davvero pensato per massimizzare benessere locale, resilienza e tutela del capitale naturale - quel modello che oggi critichiamo avrebbe saputo trasformarsi rispetto alle sfide del presente, invece di renderle sempre più pesanti e complesse.
L’assurdo, però, si coglie quando questa ostinazione non è più nemmeno presentata come necessità, ma con orgoglio. Quando la risposta al clima che cambia diventa un messaggio del tipo: andremo avanti comunque, senza mettere in discussione l’idea stessa di "normalità". E dentro questa rimozione, la frase "Noi continueremo a utilizzare i cannoni, fino a che il mare non arriverà in Val di Fiemme" del presidente Romito non è una battuta: è una confessione. Dice che si è scelto di spingere l’artificio fino al paradosso, come se l’unico modo di difendere la montagna fosse negare la montagna reale. È una dichiarazione che trasforma un problema concreto sotto gli occhi di tutti in un atto di fede tecnologica, e un territorio in un set cinematografico sacrificabile. È l’ammissione che si considera accettabile qualunque cosa: e quando un sistema ragiona così, non sta più generando opportunità, sta accumulando debiti - ecologici, sociali, economici - che qualcun altro pagherà.
Nel 2050, dice una canzone tristemente profetica del gruppo Eugenio In Via di Gioia, "Tutti i ghiacciai dei poli ai confini del mondo saranno sciolti, e gli animali di tutte le altre specie saranno estinti": e a quanto pare, al presidente Romito come ad altri non frega assolutamente nulla.
"La testa che spicca fuori dall’acqua non vede il proprio corpo sommerso È la punta dell’iceberg, l’iceberg intero, il resto è andato disperso".