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Referendum: le ragioni del No

Giovanni Widmann

Recentemente intervistato dal quotidiano L’Adige, l’avvocato Andrea de Bertolini ha sostenuto le ragioni del suo sì al prossimo referendum costituzionale, in conflitto con la linea del suo partito, argomentando che la separazione delle carriere dei magistrati requirenti e giudicanti fu fin dall’origine un obiettivo perseguito dalla sinistra, allorquando l’allora ministro della giustizia Vassalli e il giurista Pisapia vararono il nuovo codice di procedura penale che trasformava il processo da inquisitorio ad accusatorio, prevedendo una condizione di parità tra accusa e difesa nel dibattimento davanti a un giudice terzo. Questo spiegherebbe perché molti esponenti del Pd si sono dichiarati per il sì .

“La storia di questo Paese ci dice che la sinistra questa riforma la voleva, per uscire definitivamente dal processo inquisitorio”, afferma de Bertolini, pur auspicando che la magistratura non sia assoggettata all’esecutivo.

Peraltro secondo il penalista l’eventuale prevalenza del sì e dunque l’approvazione della riforma, impedirebbe al governo Meloni di intestarsi l’esclusiva della vittoria. L’avvocato de Bertolini non si avvede che questa eventualità provocherebbe invece ulteriori fratture e polemiche nel partito e indebolirebbe la sua azione oppositrice, dal momento che la linea ufficiale del partito è per il no.

L’avvocato trascura poi di considerare importanti elementi di contesto. La società italiana è profondamente cambiata rispetto alla situazione politica e culturale del 1989: c’è stata la stagione di Mani pulite e la caduta della prima repubblica, l’avvento in politica di Berlusconi e il berlusconismo come modello valoriale, che negli ultimi trent’anni ha esacerbato il rapporto tra politica e magistratura esasperando il conflitto. È innegabile che l’attuale governo di destra abbia voluto questa riforma con intenti punitivi; lo prova il fatto che essa sia stata dedicata al pregiudicato Berlusconi e che una schiera di politici condannati si siano dichiarati a favore del sì. È un errore valutare la riforma secondo parametri ideali, invocando la coerenza con la tradizione liberale alla quale appartiene lo stesso avvocato de Bertolini per storia familiare, appellandosi a principi astratti di diritto senza tenere conto del contesto politico reale in cui la riforma della magistratura è Quindi, secondo l’avv. de Bertolini, la separazione delle carriere tra giudice e pm sarebbe il naturale compimento di quella riforma: “C’è una motivazione profondamente di sistema, di coerenza allo strumento processuale che fu scelto in quell’epoca per garantire il giusto processo”, mentre adesso “c’è una innaturale incongruenza nell’osmosi tra pm e giudice”. La separazione delle carriere, nello spirito della riforma di allora, ha dunque un fondamento giuridico. Non sorprende quindi che l’avvocatura sia favorevole alla riforma: l’avvocato, rappresentando la difesa, pensa all’interesse del suo assistito. È però il caso di ricordare che la dinamica processuale ha casomai ripetutamente provato il contrario, ovvero che spesso è il pm, formato all’imparzialità di giudizio e alla ricerca della verità, ad archiviare o a chiedere l’assoluzione in assenza di elementi probatori, così come molte sentenze dimostrano che il giudice, proprio perché non ha un rapporto “osmotico” col pm, assolve l’imputato di cui lo stesso pm aveva chiesto la condanna.

L’avv. Andrea de Bertolini

Per quanto concerne le nuove modalità di nomina dei componenti del CSM, l’avvocato de Bertolini sostiene che il sorteggio della componente togata è necessario “per evitare che le correnti esondino”, come si è visto con la vicenda Palamara. Sostiene poi che questo metodo non impedirà ai nominati nei due nuovi CSM (giudicante e requirente) di avere il tempo per prepararsi al nuovo ruolo, dato che guadagneranno un milione e mezzo di euro in cinque anni, come se la questione potesse essere risolta in ragione del lauto riconoscimento economico loro elargito.

L’avv. de Bertolini non menziona inoltre il fatto che mentre i componenti togati dei due nuovi consigli superiori della magistratura (giudicante e requirente) saranno estratti a sorte, quelli laici saranno scelti dal parlamento a maggioranza semplice – dunque conseguentemente indicati dalla maggioranza di governo – da un listino di docenti universitari di diritto e avvocati con almeno 15 anni di esperienza forense precedentemente votato dal parlamento; si tratterà verosimilmente di personalità che per convinzioni e orientamento – politico, non soltanto di cultura giuridica - avranno avuto il gradimento dei politici e/o che saranno vicini alla politica.

La conseguenza sarà che mentre la componente laica fin da subito si rivelerà coesa e organizzata, quella togata dovrà investire tempo per trovare un amalgama e un equilibrio al suo interno.

L’avvocato. poi sorvola sul fatto che la nuova Alta corte disciplinare giudicherà i magistrati con sentenza impugnabile solo davanti alla Corte stessa, quindi senza possibilità (come accade attualmente) di impugnare le decisioni in Cassazione. È inoltre ridotta la presenza dei togati nel giudizio.

Il punto è se questa riforma, che riguarda anche i nuovi assetti dei CSM e l’Alta corte disciplinare, sia nell’interesse dei cittadini tutti, non solo degli imputati. L’eventuale, futuro prossimo passo, l’assoggettamento del pm all’esecutivo, inficerebbe l’obbligatorietà dell’azione penale. Data la cultura politica pseudo-liberale e pseudo- garantista dell’attuale maggioranza di governo, è legittimo pensare, oltre che a una volontà punitiva verso la magistratura, anche alla volontà di mettere in futuro la magistratura inquirente sotto il controllo del governo (basterebbe una legge ordinaria), come avviene in tutti gli stati che prevedono carriere separate, con la conseguenza, facilmente immaginabile, che tra le priorità dell’azione penale non ci saranno verosimilmente i reati dei “colletti bianchi”, quelli riguardanti l’intreccio tra affari e politica o contro la pubblica amministrazione, che questo esecutivo in particolare (ma non solo) ha dimostrato ampiamente di mal sopportare.

Ogni anno il governo indicherebbe quali reali perseguire e quali no. Per una strana e paradossale eterogenesi dei fini, nella storia può accadere che purezza delle intenzioni e trama machiavellica, principi ideali e cinico calcolo in malafede concorrano ognuna per propria responsabilità a generare aberrazioni.

Il governo respinge fermamente quest’ipotesi e certamente il testo della riforma oggi non la prevede, ma potrebbe essere proprio questo il passo successivo se fosse approvata la riforma sulla separazione delle carriere. D’altronde alcune dichiarazioni sfuggite ad esponenti di governo sono in tal senso eloquenti. Pensarlo è quindi più che legittimo.

Vedremo se il tempo darà ragione a chi oggi segnala il rischio e conseguentemente si pronuncia per il no. Se dovesse vincere il sì, vedremo se era fondata la profezia di Cassandra.

Intanto sulla scena vediamo una pletora di strepitanti Iago accanto a tanti suadenti Candido che candidamente, nella loro ingenua purezza senz’ombre e senza dubbi, con ferma convinzione e nobile aspirazione, affermano che il meglio trionferà: costoro non vedono il periglioso appropinquarsi della stolida chimera, essi credono di vivere nel migliore dei mondi possibili.

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