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Alle origini della Casa dei Trentini

La strategia di Dellai ha un precursore: il sindaco di Cavalese Mauro Gilmozzi, che negli anni ‘90...

Chi immaginava che sul finire degli anni Ottanta l’immobile e tradizionalista valle di Fiemme potesse venire scossa da una ondata di cambiamenti politici e sociali di notevole impatto?

Accadde invece: le amministrazioni comunali dei centri più importanti vestirono colori diversi, abbandonarono la tradizionale casacca democristiana per investire nella sinistra, nell’ambientalismo e in liste civiche che avevano profondi riferimenti laici e innovativi.

Mauro Gilmozzi.

Uno di questi comuni era Cavalese, alla cui guida venne chiamato Mauro Gilmozzi, ancor oggi sindaco del paese e presidente del Consorzio dei Comuni trentini.

Il programma di quell’amministrazione era ambizioso e fu in buona parte attuato, specialmente per quanto riguarda la qualità edilizia e il blocco della speculazione edilizia, anche in tempi brevi. Rimase, e rimane ancora scoperta, tutta la parte sociale: nell’amministrare di oggi si constata pigrizia, abbandono, assenza di ogni entusiasmo. E’ cultura della destra, o meglio ancora, della sopravvivenza del potere: lasciar andare, fare l’ordinario svuotato della più piccola idealità.

Cos’è avvenuto? La politica è stata trasformata in un carro che deve sostenere unicamente l’immagine di singole persone e offrire continuità alle ambizioni di potere. Ecco quindi un protagonismo che si ammanta di spregiudicatezza, di cinismo, almeno da parte del sindaco; il tutto gestito con astuzia.

Passaggi, questi, rafforzati dagli errori di una parte della sinistra; dopo l’abbandono della maggioranza da parte dell’area socialista, dal 1994 Gilmozzi ha scelto di investire solo in un grande centro, prima coinvolgendo il PATT e subito dopo scaricandolo.

Il suo ragionamento era semplice: in Trentino, specie nelle valli, la sinistra non sarà mai maggioritaria, la popolazione trentina è moderata, tradizionalista, centrista. Quindi si utilizzano la sinistra e l’area ambientalista fin dove servono, per riportare dignità amministrativa al paese, trasparenza, magari per avviare le riforme più severe, quelle che comportano un conflitto sociale (risposta ai bisogni, riforme urbanistiche e ambiente, cultura): ciò fatto, si fanno ricadere su quest’area le responsabilità delle scelte più scomode, quelle che poi determinano erosioni elettorali.

Già in quegli anni Gilmozzi aveva le idee chiare: mal sopportava il centralismo provinciale, il ruolo dei grandi centri, la disattenzione sempre più accentuata dei politici verso la periferia, una presunta non rappresentatività delle valli trentine in Provincia.

Ecco quindi nascere l’idea di una riforma elettorale che offra certezza di elezione al candidato di ogni valle, con la costruzione di un grande centro possibilmente laico e libero da riferimenti clericali troppo stretti, in modo da poter governare offrendo risposte ai poteri forti.

Mentre elabora questa struttura di riforma elettorale e dopo aver indebolito la sinistra, Gilmozzi sgretola il fronte del centro-destra, raccogliendo con successo attorno alla sua lista civica tutti le scontentezze e le ambizioni presenti nei rampanti di Forza Italia. Quando non sono sufficienti gli assessorati da distribuire, inventa presidenze in commissioni-farsa che nulla elaborano e pensano (cultura, sanità, urbanistica), presidenze di società locali, o sportive, o la Bioenergia del teleriscaldamento, e affida incarichi a gruppi di giovani professionisti.

Nel breve giro di pochi anni ecco ricostruito il sistema di potere democristiano, questa volta laico ma sempre centrista, che offre risposte dirette al mondo imprenditoriale, che lavora nel costruire e inventare immagine, che offre certezza ai risultati elettorali. La sinistra è marginale, isolata a ruolo di testimonianza nobile: quando poi infastidisce, contro di essa si usano atteggiamenti di insofferenza, a volte la si aggredisce. Quanto alla destra, si ritrova svuotata e ricca di personaggi che portano più rancori e rivalità personali che idealità e contenuti alternativi: se governassero loro, farebbero le stesse cose, ma in modo molto meno efficace.

Durante questi anni - dalla nascita della Margherita per arrivare alla proposta della Casa dei Trentini - si può notare come il percorso di Dellai sia simile a quello di Gilmozzi. La Margherita nasce come momento politico di necessario rinnovamento: raccoglie componenti cattoliche e laiche e si allea alla sinistra anche perché animata da idealità non molto dissimili. Ma una volta giunta al potere, la Margherita (come i Tre Abeti a Cavalese) cambia fisionomia: offre risposte dirette ai poteri forti, a Trento come nelle valli, usa spregiudicatamente temi che mettono in difficoltà la sinistra abbattendo le norme di salvaguardia ambientale, sostenendo le proposte più impattanti inserite nei patti territoriali, offrendo risposte dirette anche alle ambizioni e ai sogni dei sindaci delle periferie (Fassa, Tesino, Primiero, Rendena, Val di Sole). E investe nel grande centro, ammaliando i delusi dei partitini, delle tante anime del PATT, distribuendo loro assessorati e incarichi in diverse società; e intanto la sinistra è in affanno, attaccata com’è dai suoi stessi elettori, fortunatamente sempre esigenti e attenti,

Con questa azione, oltre a ridurre alla marginalità la sinistra, lacerata da difficoltà interne e incapace di offrire risposte al suo elettorato, la Margherita ha depotenziato di personaggi credibili ogni isolotto del centro-destra.

Ecco quindi la Casa dei Trentini, ancorata alle valli e portata ad offrire risposte alle esigenze localiste. Ecco l’idea di un edificio che raccolga in modo informe tutti questi scontenti, dagli affaristi agli ambiziosi, i tanti satelliti che sentono strette le idealità della sinistra e che inventano opportunistiche sigle riformiste o laiche, tutti privi di un programma di innovazione sociale.

Risulta ben ricostruita, in forme diverse, l’ambizione della vecchia Democrazia Cristiana di mantenere saldo il potere. In tal modo proponendo anche una inattuabile riformulazione della SVP in salsa trentina.

Come si può vedere, quanto pensato e costruito da Mauro Gilmozzi nella sua valle lo ritroviamo poi scritto nei passaggi politici delineati dalla Margherita trentina. Purtroppo si verifica anche un altro aspetto già accaduto a Cavalese: dal 1995 in poi l’amministrazione comunale di Cavalese ha perso ogni idealità e identità, ha perso qualità in tutti i personaggi che la rappresentano.

La Casa dei trentini sta costruendosi un percorso analogo. Per offrire risposta alle sole esigenze imprenditoriali (autostrade, aeroporti, inceneritori, sviluppo sciistico, cacciatori...) non si deve certo investire in cultura o in personaggi dotati di autonomia e autorevolezza.

E’ sufficiente la mediocrità, anzi, è necessario rafforzare il basso profilo amministrativo. Chi pensa disturba. A Cavalese è avvento, e nel Trentino questi segnali risultano sempre più evidenti.

Questi due percorsi paralleli, devono far riflettere, anche in valle di Fiemme, dove l’identità della sinistra-ambientalista di allora è scomparso, dove sopravvivono solo singole testimonianze, dove è assente un progetto rivitalizzante delle tante energie presenti. Le responsabilità di una deriva così sofferta non vanno ricercate solo in chi ha saputo rafforzare la vecchia cultura democristiana.